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10/05/09

Senza uomini


Non destava impressione più di tanto, ieri, il raffronto in Quirinale tra le vedove Pinelli e Calabresi. E alludo alla loro fisicità, al diverso modo di essere donne. L'una severa, quasi asessuata, d'una compitezza rigorosa che ne rifletteva la verginità intellettuale. Quasi un'antica scolara, fissata in uno scatto senza tempo, non fosse stato per il baluginio guizzante degli occhi scurissimi. L'altra scintillante, decisamente bella ma d'una bellezza non sonora, piuttosto asciutta e regale, d'una perduta essenzialità lombarda. Non due mondi, bensì due monde: perché femminili e perché nette, linde, trasfigurate, solenni nella semplicità dei gesti, emergenti sul formicolio scomposto e insensato dei piccoli uomini violenti. Che è bene stiano fuori, da queste monde e dall'oggi, solo nostro. Le donne, pur lontanissime, si ricongiungono sempre, riallacciano il filo d'un linguaggio, quello dei gesti e dei fiati, ignoto alla cifra maschile. Che, infatti, lo ha sempre cancellato, furente per non poterlo possedere e manipolare. Ma gli abbracci, gli sguardi, le carezze hanno portata universale, e risorgono in altri corpi, in nuovi frangenti, dietro spettrali silenzi, in ogni angolo della terra.




Sulla vicenda il nostro Giorgio Schultze ha redatto un'acuta e tagliente opinione, sottolineando come, dietro quell'abbraccio, nulla sia da cancellare, ma tutto da ricordare. Oggi però, l'abbiamo detto, è un'altra giornata delle donne. Di donne. Aung San Suu Kyi sta male. Ravvolta in una contraddittoria casa-prigione, sembra che il suo corpo stia sfaldandosi pian piano, come se persino la sua presenza esile e muta incarnasse uno sgarbo, uno spregio, forse, peggio, un'impertinenza, perché l'impertinenza è tipica dei bambini ed è quindi più insidiosa e molesta per chi detiene ordine e potere. L'impertinenza è la nota stonata, il sobbalzo impreveduto, l'innocenza impietosa che grida: "Il re è nudo!". Aung lo grida col suo semplice esistere da molti anni. Ma quanti inferni dovrà scontare, chi soffocherà quel grido.


Viveva a Muscoline, provincia bresciana, e non era famosa. Voleva soltanto, di nuovo, sentirsi madre. Come se spendersi non le bastasse mai, e così, con assoluta naturalezza, aveva voluto ripetere il miracolo, sentire ancora accanto a sé quel vapore di nido irrorato da una gota di bimba. Aveva lasciato il lavoro per fare la baby-sitter. Accompagnava la figlia di un'amica, per strada. Ha fatto giusto in tempo a salvarla, prima che un trattore, sorto chissà da chissà quale epoca feroce, le travolgesse entrambe con rombo cupo e affaticato. Se n'è andata anch'essa con un gesto, la donazione estrema e disperata. Ha spinto la carrozzina lontano, salvando la bambina. Non ha pensato a sé stessa, e forse, a quel punto, non lo desiderava nemmeno più.


Ho una laurea da genio minore... in Corso Buenos Aires, 66. Non nella pigra provincia gucciniana, ma proprio qui, nella caotica e ingombrante Milano, in una via smangiata da tempo, priva di verde, decaduta, affastellata di vetrine e supermercati, e infine diluita nel disperato squallore di Porta Venezia. Non più nera come nei versi di Dalla, semplicemente cinerea, uniforme, bituminosa. E il palazzo nel quale entravo, da piccola, aggiungeva grigio al grigio, l'inutile liberty s'apriva su un cortiletto tetro, e preludeva a stanzoni alti, freddi, scostanti, uno straniante contrasto con chi vi abitava. "Andiamo dalla nonna, andiamo in Corso Buenos", era il ritornello che per molto tempo udivo il sabato pomeriggio, da parte di mia madre. La casa della nonna, il lucernario, l'ampia cucina, si associavano, nella mia mente, a chiare d'uovo, alla mollezza del latte, e non ne afferravo le ragioni. Un alternarsi di chiaroscuri non so se invadenti o spiazzanti. Poi tutto era terminato. L'appartamento al secondo piano rimaneva a me precluso. Ieri ho ritrovato quel contrasto. Il balcone della nonna mi si è presentato al tempo stesso intatto e proibito, e il modesto telo che lo ricopriva era un nimbo di sposa, lieto ed enigmatico assieme. Un semplice saluto. Il passato non ritorna. Le amiche mi aspettavano lì vicino, nello stesso cortile, ma non nell'identico luogo. Eppure.

E' stata una riappropriazione, forse una pacificazione con timidezze e ansie perdute, tralasciate su quei muri ottocenteschi, dove la mia vita si è srotolata, frastagliata e a sbalzi, strappata e involuta e mai come la si aspettava. Le amiche erano lì. Con loro tratteggiavo sogni, progetti, speranze, in un allegro mormorare domestico, in un gineceo sospeso e spaziante, così, sole nell'azzurro, e libere nell'aria gemmata.


 


Daniela Tuscano




















 


 


 


 






09/05/09

A Daniele B.


Caro amico, so che per te oggi non è una data qualunque. Tanto denso questo numero per te, tanto, forse troppo straripante d'emozione, da imporre semmai un rispettoso, partecipe silenzio. Ma ti conosco e comprendo che tu, invece, hai fame di parole, di voci amiche, come flauti affettuosi sulla pelle. Oggi è il tuo compleanno. Ma assieme a te avrebbe compiuto gli anni anche tua madre. Che invece, lo stesso giorno d'un indecifrato arco di tempo, ti ha lasciato. O, forse, si è solo resa invisibile al tuo, ai nostri sguardi. A quella vista per forza angusta, a un occhio che si fa fessura, e non percepisce le azzurre lontananze, perdute come campane nei sopori d'un pomeriggio. Rarefatto, caldo e lucido, svolazzante come l'anima sui fiori.




M. Moretti, I primi passi.



La ricorrenza è per te un segno tangibile e vivo. Un richiamo, una scossa. Ma mai un rimpianto. Tu non ami voltarti indietro. Disperdi i ricordi come foglie al sole. Tua madre non ti cammina accanto. E' in te. Il suo sorriso riaffiora nelle tue scelte sicure, nella tua ingenua disponibilità al dono, nell'immediatezza delle tue parole. Rivedo la tua stanza, una stanza curiosa, fitta di sgangherati colori, incompiuta e poliedrica come una tavolozza. Il pesante comò, il letto ancora infantile, le pareti tappezzate d'un divo dai capelli infiniti, languidi, saponosi, non una rockstar, ma una diva d'altri tempi. Una stanza, la tua, vagamente e polverosamente rétro, come quelle di ogni artista. O di ogni cuore tumultuante e inquieto. D'un'ansietà torbida, sguazzante, ribalda e inerme. La conosceva troppo bene, tua madre, per punirla o reprimerla. Era solo lo specchio della tua autenticità, e lei lo sapeva.

Ti porgo i miei auguri, auguri corali, certa di non procurarti nessuna pena, ma un gioioso, caldo, commosso abbandono. Perché racchiudi in te due vite, e non ti stanchi di profonderle agli altri, in una circolarità d'amore che conforta le nostre menti inaridite.


Daniela Tuscano

25/02/09

io e le donne parte

nella data 26  febbraio dell'agenda  giorni non violenti 2009  leggo  questa frase  :<< c'è il coloroformio e la morfina  per il dolore fisico , ma non c'è  niente per il dolore   dell'anima  : pensavo cosi >> ed in parte lo penso ancora  <<  e all'improvviso  mi è venuto in mente  : è falso  . c'è un tipo di cloroformio  spirituale  ... esiste  ed  è conosciuto  da  tanto tempo  : l'amore  >> di  Leone Tolstoi  . .
Ma in realtà   ho soltanto molte  amiche   , alòcune intoime , ma  non al  livello del trombamica figura femminile  del trombamico )  . Infatti non ho  ancora mai troiato in tutti i miei viaggi  l'amore  , Infatti da  bambino \ ragazzino non ho mai avuto  una fidanzatina  . Ed  è per  questo che   sono sempre   in piena attibvità onanistica   e  non ho mai  fatto sesso  o  fatto l'amore   a quasi 33  anni   ( anche perchè andare   a puttane  non mi piace  mi sà  d'amore mercenario  )  Forse  è per questo  che  prima solo inpaese  e poi  anche in rete   mi  dicevano (   hanno adeso  quasi smesso  , forse l'indifferenza  e il non   ti curar  dantesco   , ma sopratutto il non naccettare provocazioni  , ha  fatto desistere  gli stolti  )    che  era  gay o  adirittura misogoino o impotente  .
Ma in nrealtà  io sono sempre pronto ad amare  ed essere amato   aspetto (  mi sono stancato di ricevere  solo due  di picche oppure  rimaniamo amici   )   che  siano loro  a farsi avanti  forse perchè  tutte le  volte   che ci  ho provato ho fallito  . Forse perchè oltre ad essere  ( ovviamente  dopo alcune esperienze  negative  e per  reazioni  a certi loro atteggiamenti  e   loro scherzi idioti   -- i fatti  sono troppo . complicati e privati per essere
  sbattuti in prima pagina, appena  riesco a sintettizzare  e  trovo il coraggio  d'aprirmi come sto facendo  ora   ne parlerò fose un giorno chi lo sa.  ---- e perdita  d'ammci \ che   e litigi  di meno   )
Ma le  caus e sono da  ricercare o nelò mio essere trroppo  utopistico  e fdi per parafrasare Amor  ribelle  ballata  anarchica    che tipicodelel canzoni orali  e della  musica popolare    è scritta  : << Sull’aria de “L’inno dei nichilisti”. Di “Amore ribelle”, che è pure conosciuta come “Canzonetta del libero amore”, esistono altre incisioni pubblicate su melodie differenti  >> (  fonte  ildeposito.org   vedere  url uno per  il testo  fornito da tale sito  
1 2 ) un altro amore io preferià   e  forse perchè  ma  lascio che a spiegarlo  siano  queste due   canzoni  francesi   che descrivono  megllio questa  mia  situazione più di mille   parole 












Quindi l'unico amore che riesco a coltivare e praticare fra alti e bassi perchè  cari \e cdv   è  amore anche quello è quello di tipo hippy figli dei fiori   e nonviolento

 con questo è tutto alla prossima

10/11/08

L'eterna madre


 



Se n'è andata all'improvviso, subito dopo l'esibizione per Roberto Saviano. Aveva 76 anni Miriam Makeba: simbolo della terra ha avuto il destino del vento, che soffia in ogni dove, e non si ferma mai.

E' morta lontano dalla sua patria, perché lei, così profondamente africana, non conosceva alcun padre. Lei era solo e definitivamente madre, "Mamma Africa", e, come tutte le madri, si riuniva in ogni dove, risorgeva nel più sperduto anfratto, si trovava lì, quando echeggiava nella notte il lamento d'un figlio.

Solo una madre è sempre uguale a sé stessa. Non cittadina del mondo, bensì mondo: cosmo, pianeta. Simbolo anche, certo. Ma simbolo di carne, simbolo perché donna, perché umana. Nata nel Paese simbolo del più odioso dei simboli, il Sudafrica dell'apartheid, era normale per lei accorrere e soccorrere le mille apartheid quotidiane, le apartheid dei bianchi che dall'Africa hanno tratto origine, i Sudafrica italiani che impediscono a uno scrittore di creare, perciò di vivere. I Sudafrica che spengono le voci libere, i Sudafrica delle squadracce fasciste che, fedeli alla loro linea di morte e di sangue, assaltano senza vergogna i canali della pubblica informazione. I Sudafrica d'una polizia con lo sfollagente che, per tua somma umiliazione, non trova di meglio che apostrofarti come "comunista" o "frocio". I Sudafrica della "gente perbene" che scheda i clochard, i Sudafrica dell'ignoranza, del maschilismo e della miseria. I Sudafrica in cui noi stessi ci rinchiudiamo, quando la rassegnazione, lo sconforto, la desolazione ci afferrano e ci dilaniano. Quando ci arrendiamo al Male.

Miriam Makeba cantava la gioia. Che non è solo assenza di dolore, né si limita alla superficiale felicità. Cantava un sentimento intimo, esclusivo, irrinunciabile, il sentimento dell'appartenenza al sangue, la fierezza e l'orgoglio di sentirsi figli e integri, quel valore della quotidianità che nessun tiranno potrà mai scalfire, perché la dignità umana è dentro di noi, scolpita nel volto di ognuno.

I regimi dittatoriali non si accaniscono subito sulle persone. Bensì sui simboli. Perché, se è vero che il simbolo può diventare feticcio, è anche vero che rappresenta l'icona dell'ineffabile. Uno dipinto, un racconto, un brano musicale, un ritmo di tamburi riecheggiano ataviche libertà, primordiali struggimenti, fermano l'occasione, l'anello che non tiene, aprono le porte della conoscenza. Intessono, con finissimi sistri d'argento, un inno alla nostra inafferrabile unicità.

Ma le dittature, inumane e immanenti, non possono che sterminare l'involucro. Materia bruta, annientano la materia. Ma il canto, la poesia, il colore è cielo. E il cielo, quando sposa la terra, la rapisce da sé. Miriam lo sapeva. Grazie, eterna madre.



Daniela Tuscano








08/03/08

Senza titolo 298

Vorrei suggerire un tema: la prevenzione dell'aborto e dell'abbandono dei neonati pubblicizzando i Cav, centri di aiuto alla vita, il numero verde è 800813000 Sos vita. Il numero del Cav di Prato è               0574/609714        oppure               0574/27538       . Si tratta di pubblicità sociale. Non ho vergogna a dire che mi stanno dando un sostegno economico visto che, grazie ai co. co. co, ho perso il lavoro appena sono rimasta incinta e ho deciso di portare avanti la gravidanza. L'inps tarda a darmi un assegno di malattia dal mese di novembre e la maternità anche si fà attendere. Grazie mille, Romilda Marzari




24/12/07

Senza titolo 2435

visto le polemiche  che ancora  la legge  sulla fecondazione assistita  continua  a suscitare  mi  chiedo   nonostante  ho  già una  risposta  : cosa  è più duro per una donna   che decide  di sottoporsi alla fecondazione ,uccidere il futuro  nascituro  al  4 mese di gravidanza  nel caso dagli esami  sarà dimostrato che soffrirà di una malattia  rara  od  ereditaria  che lo perseguiterà  per  la sua esistenza --- come nel caso  della talassemia  diffusa  nella  mia regione ---- oppure  ucciderlo ( anche se  adesso  si  è arrivati  a  un avanzamento delo studio  dove  l'analisi dell'embrione  e  quindi  l'impianto  e l'eventuale  soppressione  può essere  fatta   già  prima  che  si formi   il Dna  e  quindi  vitra   )  con l'analisi pre impianto rifiutando  gli eventuali  embrioni malati ?
a voi la  scelta  .  io  la mia l'ho già  fatta  anche se un po'  sofferta  al referendum  del  2005   trovate  sotto  i miei  articoli  prima  dela campagna  del referendum e  sulla  campagna  del  referendum  per  gli altri  pos  campagna referendaria   cercate  nell'archivio  giugno  \ luglio 2005 

  approfondimenti 



29/04/07

Senza titolo 1789








dalla nuova sarrdegna di  oggi  29\4\2007


La commovente storia di un marocchino arrestato dai carabinieri a Pozzomaggiore  «Sfida» la legge per assistere la sorella malata  Clandestino per esaudire il desiderio della madre morente: «Occupati di lei»     Rischia l’espulsione ma il giudice non ha ancora deciso






SASSARI. Il sogno di raggiungere la famiglia, dopo avere attraversato il mare a bordo di un barcone della speranza, è svanito nello strazio di un addio. A gennaio Mohamed Ibnorida ha accarezzato per l’ultima volta il volto della madre Essalaha, stroncata da una grave cardiopatia a soli 43 anni. Da allora, a 26 anni, il giovane marocchino è l’unico punto di riferimento per la sorella diciottenne, bambina per sempre a causa di una grave patologia, e per il fratellino di cinque anni. Venerdì Mohamed è stato arrestato dai carabinieri di Pozzomaggiore, nella casa dove il giovane viveva nascosto da mesi.
 Mimetizzato nell’attesa che il padre ritornasse dal Marocco, dove era andato per riaccompagnare la moglie nell’ultimo viaggio, e dove è rimasto per cercare di ottenere il permesso di espatrio per il figlio maggiore. Perché Mohamed è ormai indispensabile alla famiglia, da quindici anni in Sardegna con tutte le carte in regola. Solo lui, cresciuto dai nonni in un paesino del Maghreb dopo la partenza dei genitori, restava tagliato fuori dal sogno del ricongiungimento familiare.
 Ieri mattina la commovente storia di «Mohamed il clandestino» è approdata a palazzo di giustizia dove il giudice Carla Altieri, dopo averla ascoltata, ha convalidato l’arresto riservandosi però di decidere se concedere o meno l’immediata espulsione dell’imputato dal territorio italiano. Il pm Antonio Piras ha chiesto che, come prevede la legge in casi di disobbedienza a un foglio di via, Mohamed Ibnorida venga rimpatriato. E non c’è dubbio che il giovane abbia ignorato il decreto di espulsione, notificatogli a ottobre dopo il suo avventuroso arrivo a Lampedusa a bordo di una bagnarola del mare carica di disperati.
 Lui, che non parla l’italiano e che ieri è stato interrogato con l’aiuto di un interprete, anche volendo a quell’ordine non poteva obbedire. Perché, ha spiegato il suo avvocato difensore Giuseppe Onorato, a Pozzomaggiore lo aspettava una famiglia in difficoltà. La madre gravemente malata, il padre narcotizzato dal dolore, la sorella bisognosa di assistenza continua. Perfino più, se possibile, del fratellino. Ieri mattina la vera protagonista di questa storia di integrazione sperata ha atteso, con alcuni membri della comunità marocchina accorsi a palazzo di giustizia, che il fratello maggiore uscisse dall’aula del tribunale. Non appena lo ha visto si è riappropriata di Mohamed con un abbraccio. È lui, adesso, il suo faro. Lei, che in Italia ha maturato tutti i diritti di un cittadino disabile totale, non sa che rischia di perdere l’unica persona al mondo in grado di occuparsi di lei.
 Titolare di una carta di soggiorno permanente per stranieri, qualcosa di più di un semplice permesso, la ragazza-bambina ha una pensione di invalidità civile che tiene conto della sua grave minorazione «che ne ha ridotto - si legge nel certificato dell’Asl - l’autonomia personale in modo da rendere necessario un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale nella sfera individuale e in quella di relazione». Ma la sua nuova patria ha fatto di più per la fragile sorella di Mohamed: l’ha integrata in una scuola e le ha assegnato una docente di sostegno. Tre volte la settimana, la ragazza riceve la visita domiciliare di personale specializzato sanitario. Ma è il calore della madre che le manca da quattro mesi. Un amore totale che lei ha riversato sul fratello ritrovato. Da parte sua, Mohamed ricambia curando la sorella e occupandosi a tempo pieno del fratellino. Un’assistenza che il padre, che si guadagna da vivere facendo il venditore ambulante, non è in grado di assicurare con la necessaria costanza.
 In attesa che la sorte di Mohamed venga decisa dal giudice, l’avvocato Giuseppe Onorato si sta già muovendo perché al giovane venga concesso il permesso di soggiorno. «Dopo avere valutato la situazione - ha spiegato il legale - il questore potrebbe permettere a Mohamed di restare in Italia per motivi familiari, di salute, oppure umanitari».
 E che la storia di Mohamed meriti un’attenzione speciale sono certi i suoi connazionali e parenti, residenti in altri centri del Sassarese. Questo perché il ragazzo possa mantenere la promessa, fatta a gennaio alla madre morente, di non abbandonare i fratelli.

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