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13/12/16

La storia di Mirtilla, la “Hachiko” padovana



E' Per storie come questa che vi apprestate a leggere che riporto storie e fatti che riguardano gli animali ed anche nelle mie guide natalzie ( anche recente) parlo d'essi . Infatti faccio ma ciò che chiede << Ora che si avvicina il Natale, vorrei lanciare un appello: gli animali sono meravigliosi, e se ne prendete con voi vi saranno accanto per sempre, soprattutto nei momenti bui. Ma comportano anche impegno e responsabilità: non regalatene se non siete disposti a considerarli una parte della vostra famiglia >>la protagonista di questa bellissima storia



da http://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2016/ del 11\12\2016

La storia di Mirtilla, la “Hachiko” padovana Una cagnolina meticcia ogni giorno accompagna una donna sulla tomba del figlio
di Silvia Quaranta





PADOVA. Ogni mattina, di buon’ora, Mirtilla aspetta Roberta al cimitero di Terranegra: la segue all’interno, la accompagna per il tempo di una preghiera e poi ognuna riprende la sua strada. È un piccolo rito che si ripete ogni giorno ormai da molte settimane, fin da quando le due si sono incontrate per la prima volta. Era una fredda mattina di fine novembre quando Roberta, come sempre, arriva al cimitero. È un luogo tristemente familiare: lì è sepolto uno dei suoi figli, mancato molti anni fa per un male incurabile. Roberta va alla tomba ogni giorno: lascia un fiore, una preghiera, un saluto. Spesso le sfugge una lacrima, che una mamma, anche dopo tanti anni, non riesce a frenare. Quel giorno non era dei migliori e la donna si avvicinava mestamente all’ingresso del campo santo, con il morale a terra per una serie di ragioni. Quando fa per entrare, però, vede una cagnolina sola, che scodinzola e le va incontro. Roberta la accarezza, chiedendosi di chi possa essere e dove siano i suoi padroni. Poi prosegue: si avvicina alla tomba, s’inginocchia, prega. Mentre riflette, una lacrima calda le riga la guancia. Il cane le rimane accanto, come partecipe: asciuga la lacrima con la zampetta, poi posa la testa sulle ginocchia di Roberta e le rimane accanto per tutto il tempo. La scena non passa inosservata: una coppia di anziani che non conoscevano né il cane né la signora osservano colpiti, fermandosi all’ingresso del cimitero («una scena scioccante» ricordano ancora molti giorni dopo). Altri le chiedono se la cagnetta sia sua, ma non lo è e non si capisce cosa ci faccia, sola, dentro un cimitero. «Non sapevo cosa fare, mi sono chiesta se qualcuno potesse averla abbandonata e stavo già per chiamare le guardie zoofile» racconta la signora, «poi mi sono detta che la cagnolina stava bene, aveva il collare, era in ottima salute: la cosa più probabile era che si fosse persa». Roberta allora la fa passeggiare, la segue e arriva ad una casa a non più di duecento metri dal cimitero, dove le cancellate di cinta erano in ristrutturazione. Suona il campanello e le apre una donna che riconosce il cane: Mirtilla, una vivace meticcia di quattro anni, dal pelo fulvo e lucido. Le piace gironzolare e qualche volta, visto che il cancello ora non c’è, si aggira nella piazzetta del cimitero. Roberta racconta l’accaduto e anche la signora rimane impressionata: da quel giorno sono amiche e ogni tanto, uscendo dal cimitero, Roberta accompagna la cagnetta a casa e si ferma a salutare. Con la cagnetta, poi, l’amicizia è inossidabile: l’appuntamento è fisso, sempre intorno alle 8.30, alla curva dove muore la strada. Qualcuno parla già di Mirtilla come la Hachiko padovana, fedele come il cane a cui è ispirato il celebre film con Richard Gere.



«Non dimenticherò mai quel giorno» commenta Roberta Venturato, che vive in zona ed è molto attiva nel sociale «sono convinta che il cane abbia percepito il mio dolore profondo. Si è avvicinata alla tomba con rispetto, poi si è accovacciata sulle mie ginocchia. Adesso lo fa tutti i giorni. Ora che si avvicina il Natale, vorrei lanciare un appello: gli animali sono meravigliosi, e se ne prendete con voi vi saranno accanto per sempre, soprattutto nei momenti bui. Ma comportano anche impegno e responsabilità: non regalatene se non siete disposti a considerarli una parte della vostra famiglia».

02/01/16

Un Uomo Senza Braccia E L'amico Non Vedente Hanno Piantato Insieme Più Di 10 Mila Alberi ed altre storie



due storie curiose  che certamente  saranno  vecchie  ma  ed  alcuni portali \  siti magari  le  riciclano e  le riusano  , ma che  importanza  ha  alla   fine  ? .
 La prima di come l'unione di coloro che hanno un handicap possano creare un opera d'arte che è anche d'aiuto per i  normali " ( lo che non dovrei usare come mi suggerisce la lettura di -- regalatomi per natale -- del libro Mi girano le ruote di Angela Gambirasio , questo insulso termine e discriminatorio verso chi ha un handicap perchè fa delle distinzioni inappropriate fra chi è o lo è diventato dalla nascita e noi che non lo siamo , ma non ne trovo altri ed quindi che lo metto fra virgolette )


La storia di amicizia di Jia Haixia e Jia Wenqi ha davvero dell'incredibile. Hanno 53 anni, vivono in Cina e le loro vite si sono incrociate a causa delle disabilità che entrambi possiedono: Haixia è nato con una cataratta congenita che gli ha tolto la vista ad un occhio. La crudeltà della vita spesso non ha limiti, ed è rimasto completamente non vedente dopo aver subito un incidente sul lavoro all'altro occhio.Wenqi invece ha subito l'amputazione di entrambe le braccia a tre anni, in un tragico incidente.
Entrambi alla ricerca disperata di un lavoro a causa della loro situazione difficile, si sono incontrati nel 2000 e da quel giorno si aiutano a vicenda per esplorare il mondo.
La loro storia di amicizia incredibile non è tutta qui, perché i due hanno piantato oltre 10 mila alberi in dieci anni, in tutto il territorio cinese.


"Io sono le sue mani, lui è i miei occhi", afferma Haixia. "Siamo un'ottima squadra".

La coppia si incontrò nel 2001 quando entrambi erano alla ricerca disperata di un impiego, difficile da trovare a causa delle loro disabilità.
immagine: yzdsb.com

Non trovando un lavoro non si sono arresi e l'hanno inventato: hanno iniziato a piantare alberi.

Il loro non è solo un lavoro ma un impegno per la comunità: hanno affittato più di un ettaro di terreno e si sono messi al lavoro.

immagine: queqiaoba.com

Haixia e Wenqi si alzano ogni giorno alle 7 di mattina e iniziano ad interrare i fusti. Per arrivare al loro terreno devono attraversare un fiume. Wengi porta l'amico dall'altra parte, mentre lui lo guida con gli occhi.

immagine: epaper.yzdsb.com

Il guadagno non è grande, ma ormai sono spinti da un'idea molto più importante. Sono decisi a rimboscare la loro terra. Non potendo acquistare nuovi alberi, tagliano da quelli già grandi dei rami che poi interrano.

immagine: epaper.yzdsb.com

Quando bisogna arrampicarsi per tagliare i germogli, Wenqi dirige attentamente dal basso Haixia con i suoi occhi.


Il lavoro richiede molta fatica e pazienza perché i risultati non sono visibili nell'immediato. Ma veder crescere lentamente i piccoli alberi è già abbastanza per portare nelle loro menti un senso di pace.

"Ce la caviamo da soli", dice Wenqi. Nonostante il lavoro sia logorante, sono orgogliosi e felici della loro impresa.

immagine: epaper.yzdsb.com


Molte persone, dopo aver conosciuto la storia di Wenqi e Haixia hanno devoluto denaro ad un fondo creato per garantire ai due una casa e cibo. Sono stati raccolti anche dei soldi per poter operare Haixia, in modo da restituirgli parzialmente la vista. L'amicizia tra i due è meravigliosa così come la loro missione è senza dubbio esemplare. 



la seconda storia , sempre dallo stesso sito , riguarda   un   gatto  salvato  da  un cane durante  un alluvione  . Essa

30/07/15

Tempio Pausania, al centro della vita il Rispetto e l’Amicizia. Senza retorica, un esempio che arriva dalla musica.


  da   http://galluranews.altervista.org/



                       Tutti i musicisti di una favolosa serata (foto di Margherita Cossu)
Tempio Pausania, 18 mag. 2015
Ho sempre presente nella mia mente le parole di mio padre. Diceva sempre,
Antonio nella vita esistono persone e Persone, alcune le saprai conoscere meglio, altre non si faranno conoscere mai. Le saprai distinguere perché le migliori persone sono quelle che ti sanno ascoltare e non sovrappongono mai la loro voce alla tua, ti sapranno guardare negli occhi in modo diretto e accorreranno quando tu avrai bisogno, al tuo capezzale o al tuo matrimonio. E sorrideranno con te e sapranno anche piangere con te“                                                                           La vita mi ha insegnato che babbo aveva ragione. Lui, come tutti coloro che avevano conosciuto guerra, fame e dolori infiniti, era una persona semplice ma ogni dolore vissuto lo aveva temprato e reso forte. Solo quando siamo forti possiamo distinguere le persone dalle Persone. Quando il nostro stato d’animo è colpito, ferito, malato, siamo fragili e oltre a navigare a vista spesso ci buttiamo tra le braccia del primo che capita, lasciandoci disorientare e volare  verso cieli offuscati o navigare in mari tempestosi.Ho imparato il rispetto per tutti, ad esso ho adeguato la mia vita e successivamente quella dei miei figli. Sono stato, come tanti, offeso e vilipeso, ho reagito e ho sbagliato a rispondere alle offese con le offese. Ho ricevuto stima e ho saputo sempre darne a chi l’ha meritata e anche a chi nemmeno conoscevo, solo per averlo sentito dentro di me. Non si è uomini perché si alza di più la voce o si prevarica gli altri.L’amicizia resta per me il valore principale che muove qualsiasi cosa e che è capace di smuovere la terra tant'è devastante la sua forza d’urto, e vorrei darvene un esempio, per rendere merito ad una persona speciale della cui amicizia  vera, da molti anni, mi onoro.Qualche giorno fa, ho organizzato un concerto live con musicisti di grande valore, davvero uno migliore dell’altro. Chi ha assistito a questa serata magica sa di chi e di cosa sto parlando.Tra essi, l’artista a cui la serata era dedicata, Roberto Diana.Roberto, lo scrissi nella presentazione di questo evento qualche settimana fa, aveva il desiderio da sempre di poter suonare al Carmine. Con molte difficoltà sono riuscito ad accontentarlo ed ho organizzato, con tutti i musicisti, lo staff del Teatro e la classe dei Fidali del ’66 (straordinari tutti!), un concerto di più di 2 ore, magnifico, vibrante, coinvolgente come pochi in vita mia ho visto.Poche persone tra il pubblico, quasi fossero le prescelte fortunate, e quindi pochi soldi alla fine realizzati. Lo scopo del ricavato era quello di pagare gli artisti, anche se non tutti volevano essere pagati, il fonico e poi lasciare alla classe quanto sarebbe rimasto come contributo per la prossima festa di Sant’Isidoro che quest’anno vede questa classe di fidali organizzatrice.Alla fine i soldi sono bastati a pagare giustamente il service di grande qualità e poi…e poi Roberto, i suoi ospiti, hanno cantato e suonato gratis. Voi mi chiederete…ebbè? Vi rispondo subito. Intanto sono tutti professionisti e vivono di musica ma il lato umano, in tanti musicisti che ho conosciuto in vita mia, è quello che prevale sempre. Il loro cachet è stata la grande soddisfazione di aver suonato e di averlo fatto in maniera strepitosa.Il giorno dopo, ancora nel cuore e negli occhi, i riflessi di ciò che avevamo vissuto la sera prima, al telefono Roberto mi chiama e mi parla solo della sua grandissima soddisfazione di aver suonato e di essere stato apprezzato. I soldi? “Non contano, Antonio. Io sono felice di quello che è successo e questo per me vale quanto e più di un cachet”.Sappiate che per la serata era venuto anche un amico da Pavia, in aereo e che per quelle spese… “Mi arrangio io Antonio, non ti preoccupare”.Roberto non avrebbe voluto che io scrivessi di questo, lo conosco.  Io, però, sono così e quando un amico mi dice queste cose, penso che ancora una speranza esiste e che questa è lamicizia oltre ogni soldo, oltre ogni compenso. Da quel giorno per me indimenticabile sono certo che oltre alla collaudata amicizia con Roby posso dire di aver conosciuto tutti gli altri artisti, anzi ARTISTI, che sono d’incanto diventati amici veri. Questa è l’amicizia che unisce gli uomini, questo è il valore imprescindibile che fa muovere tutti e tutto. E’ bastata una serata di due ore per farmi capire.Pensate sempre a chi vi ascolta, vi guarda negli occhi, non vi parla sopra, vi sorride o piange per voi. Tenetevi stretta quella persona, è un amico.Non camminare dietro a me, potrei non condurti. Non camminarmi davanti, potrei non seguirti. Cammina soltanto accanto a me e sii mio amico.
(Albert Camus)

18/05/14

[ post notturno ] Scampia, l’oasi di calcio in un deserto incompreso e IL LUNGO VIAGGIO Da Praga a Tempio in bici per rivedere un vecchio amico

non riuscendo a prendere  sonno  , mi  metto a cazzeggiare e in rete   e    trovo  queste  due storie

  la   prima storia    viene da   repubblica  online di qualche  giorno  fa  




NAPOLI - C’è un quartiere a Napoli che ha assunto l’immagine mediatica del potere della camorra. Si chiama Scampia, per molti è solo una periferia all’insegna del degrado e soprattutto un grande supermercato di droga a cielo aperto. In realtà Scampia è ben altro, è un cuore pulsante di solidarietà, impegno sociale, vitalità, partecipazione e voglia di riscatto. Non bisogna fermarsi alla superficie, alla crudeltà che fa notizia, alla sensazione di perdizione che questa periferia trasmette, quasi come se fosse un altro mondo, un quartiere fuori le mura di cinta della città di Napoli. Se ci s’immerge nella vita di Scampia, si notano varie oasi di resistenza al degrado,avamposti di una battaglia generale contro l’abbandono sociale. Tra quelle di maggior successo, c’è una che utilizza il calcio, lo sport più popolare, l’attività per eccellenza degli scugnizzi, per reagire alle prospettive di vita che sembra disegnare lo strapotere della camorra

 Si chiama Arci Scampia la creatura costruita da volontari, maestri di calcio, dirigenti che hanno intrapreso e vinto una sfida collettiva. Il factotum è Antonio Piccolo, in passato portiere con trascorsi in Serie D e nei campionati dilettantistici, oggi simbolo di questa splendida esperienza. Per tutti quelli che, quando pensano a Scampia, immaginano solo droga e violenza, consiglio un viaggio a Napoli con destinazione Via F.lli Cervi, 8. Troverete un centro magnifico con tre terreni di gioco in erba sintetica, un’area d’allenamento per i portieri e un campo di pallavolo. Ma com’è nata questa struttura? Qual è il suo percorso? Come ha acquisito il ruolo di oasi in un deserto incompreso?
Tutto è nato nel 1986, mentre la città di Napoli s’apprestava a godere le magie di Maradona, si lavorava all’idea di una scuola calcio a Scampia partendo da un circolo Arci. L’inizio dell’avventura è romantico, si comincia al “Monterosa”, un campetto in terra battuta realizzato con l’impegno di alcuni volontari che decidono di strappare una zona all’abbandono. La struttura non ha mura di cinta, reti che separano l’impianto. Al primo giorno al campo si presentano solo sette bambini, figli di amici di Antonio Piccolo, che aveva diffuso l’iniziativa in tutto il quartiere. C’è la paura di fallire, di spegnere il fuoco di quell’impresa molto prima che si riesca a realizzarla, a viverla. A Scampia, però, non si molla e gradualmente le soddisfazioni cominciano ad arrivare.
L’Arci Scampia s’iscrive al campionato Giovanissimi regionali ma, mentre s’allenava al “Monterosa”, giocava a Villaricca. Contemporaneamente l’impresa del “Monterosa” non s’arrestava, il terreno di gioco viene allargato, diventa regolamentare. In pochi mesi l’impianto nato dalla passione dei cittadini diventa un punto di riferimento, il luogo di ritrovo per il quartiere nel weekend.
Molto presto l’avventura al “Monterosa” arrivò, però, al capolinea, il campo polveroso servì per sistemare gli abitanti delle “Vele”. Allora l’Arci Scampia è costretta a ripartire, gli allenamenti si svolgono ai campi di calcetto G.P. mentre le gare agonistiche si disputano allo “Stornaiuolo” a Secondigliano. E’ una vita in salita quella dell’oasi in un deserto incompreso, una battaglia costante per restare in vita e svolgere un lavoro sociale che coinvolge sempre più bambini. Nel frattempo continuano le battaglie per lo stadio “Comunale” di Scampia, che sarà poi costruito nel 2008. Un’opera ancora da perfezionare poichè non c’è il manto erboso che darebbe lustro all’impianto.
L’Arci Scampia è una realtà ambiziosa e ha sempre creduto in un sogno: una struttura propria, un punto di riferimento che valorizzi il faticoso ma emozionante impegno quotidiano al fianco dei ragazzi del quartiere. Si tratta di un’attività diversa rispetto alle altre scuole calcio, c’è un’attenzione spiccata verso i valori dello sport e l’aspetto culturale; infatti, è un appuntamento annuale il tour al “Maggio dei Monumenti”.
Il calcio può sottrarre persone alle insidie della strada, insegnare comportamenti di vita, mettere sulla buona strada, l’Arci Scampia è la dimostrazione concreta di tutto ciò.
La battaglia per il centro sportivo dura molti anni ma ad un certo punto si apre lo spiraglio; la Dott.ssa Diletta Capissi mette in relazione la scuola calcio napoletana con la Fondazione Banco di Napoli, la prima istituzione a credere concretamente nell’iniziativa. Poi arriverà il contributo della Fondazione San Paolo di Torino e della Regione Campania. L’Arci Scampia presenta una richiesta per uno spazio abbandonato che gli viene assegnato. Tocca poi al loro impegno trasformarlo nell’”oro sociale” che rappresenta questa struttura dopo vari anni dalla sua apertura. Il centro di Via F.lli Cervi apre nel 2006 ma Antonio Piccolo e i suoi compagni d’avventura devono fare i conti con uno scempio vergognoso: cani randagi, atti vandalici e scene di degrado profondo. Chi si ferma è perduto e l’impegno dell’Arci Scampia continua, raddoppiando le forze per far crescere una realtà che coinvolge sempre più bambini.
La svolta arriva tra il 2008 e il 2010, con il progetto “Campioni nella vita” sostenuto dalla Fondazione Cannavaro-Ferrara e dalla Vodafone. Così il centro è potenziato e diventa il gioiello dei giorni nostri, un’imponente oasi in un deserto che resta incompreso ma che ha un punto di riferimento solido per il proprio riscatto. L’Arci Scampia continua a crescere, conta circa cinquecento ragazzi mantenendo i costi d’iscrizione bassi per conservare la sua grande anima sociale. C’è, però anche un grande lavoro tecnico, realizzato da circa quaranta collaboratori, molti volontari. Un laboratorio di calcio, come dimostrano i risultati sportivi, anche in questa stagione gli Allievi Regionali stanno disputando i play-off, e i tanti talenti costruiti con un rapporto consolidato con il Napoli. Allegra, in prestito al Pavia, e Izzo, in comproprietà con l’Avellino, sono i volti-simbolo di una splendida storia dal Sud. Un’avventura di periferia, un’oasi di un deserto incompreso che ha scelto il calcio per combattere una guerra con ignoranza e degrado al centro del proprio quartiere.



la  seconda   dalla  nuova  sardegna  del  16\05\2014  cronaca  di Olbia-  Tempio  

IL LUNGO VIAGGIO
Da Praga a Tempio in bici
per rivedere un vecchio amico

TEMPIO E’ arrivato da Jicin( Praga) a Tempio in bicicletta, per trovare un amico. Il protagonista della storia è Ivan Pirko, ingegnere in pensione di 72 anni, appassionato di lunghi viaggi in bicicletta. Stavolta “il giovanotto” ha compiuto il viaggio con un suo amico, Mirec Jiran di 70 anni. L’amico tempiese è invece il professor Augusto Carta, noto camperista, conosciuto a Praga nel 1989. Ivan Pirko ha al suo attivo una serie di primati, in bici, fra cui anche un titolo di campione del mondo over 50 nel 2010.(a.m.) 

21/01/14

aiuto reciproco e solidarietà fra gli ultimi Sassari, mendicante “adotta” l’amico malato

 da  la nuova   edizione sassari del 20\1\2014  

Sassari, mendicante “adotta” l’amico malato

Roberto è stato operato alla bocca dopo un tumore e non può più chiedere l’elemosina. Mirko, nonostante le difficoltà e due figli da mantenere, tende la mano anche per lui
di Daniela Scano



SASSARI. Quando è arrivato in Italia in cerca di lavoro, vent’anni fa, Slawomir Jacek Sieminiec ha capito che con quel nome impronunciabile non avrebbe mai fatto fortuna. Così ha deciso che si sarebbe fatto chiamare Roberto, ma la sorte con lui è stata avara lo stesso. L’unico che ancora continua a chiamarlo con il suo vero nome è Mirko, un connazionale polacco conosciuto nel 2002 e che che dal 2011 divide con lui il lavoro, quando c’è, e il marciapiede quando la crisi toglie anche quelle poche giornate in nero.
Oltre l’elemosina, Mirko e Roberto non hanno mai chiesto niente a nessuno. Ora però Roberto è molto malato e Mirko chiede per lui: «Qualcuno lo aiuti, non voglio che muoia». Nell’attesa se lo è portato nella sua
baracca e gli ha ceduto il letto dei suoi figli di quattro e due anni, che si sono gioiosamente trasferiti nel letto dei genitori. Tutti i giorni Mirko si alza all’alba e va a faticare per tutti e quattro: tende la mano al semaforo di piazza Santa Maria, quando gli capita accetta qualche lavoretto. Lui dice che è il contrario: «Lavoro tutte le volte che posso e se non ce la faccio chiedo l’elemosina». «Manovale, bracciante agricolo – elenca con orgoglio –, ma sono stato anche guardia giurata. Abitavamo ad Alghero, stavamo bene, poi è arrivata la crisi e ho perso tutto». Se prima si preoccupava di mettere insieme il pranzo con la cena, oggi Mirko deve organizzare numerosi pasti in più. Roberto, al quale a causa di un tumore quattro mesi fa è stato asportato un pezzo di mandibola e un frammento di lingua, deve alimentarsi con piccoli pasti, ma frequenti.
Questa è la storia di un appello e di una grande amicizia germogliata tra gli “ultimi”. Un fiore prezioso, però non raro nel mondo degli invisibili. Mirko e Roberto non li conosce nessuno e tuttavia sono volti noti in città. Non c’è automobilista che non sia passato loro accanto al semaforo. In tanti, distrattamente e senza guardarli in faccia, avranno allungato la mano per dare l’elemosina, facendo attenzione a non abbassare troppo il finestrino. Ora si sa che da quattro mesi quegli spiccioli alimentano, goccia dopo goccia, l’oceano di umanità che Mirko e sua moglie sono riusciti a creare pur di aiutare il loro amico malato a tenersi a galla. «Quando gli hanno diagnosticato una grave forma di diabete e il cancro alla bocca – racconta Mirko –, ad agosto Roberto mi ha detto che non si sarebbe fatto operare. Pensava non ne valesse la pena e, a soli 49 anni, di essere arrivato alla fine. Ci ho messo tanto a convincerlo che la vita ha sempre un senso. A settembre si è fatto ricoverare». Da quando è uscito dall’ospedale, Roberto è un altro uomo: non può più fare sforzi, ha perso decine di chili. «Mia moglie ed io facciamo quel che possiamo per aiutarlo – continua Mirko –, ma non è facile». Roberto-Slawomir si è rivolto ai Servizi sociali ma ancora non ha ottenuto risposta. Mostra la cartella degli appuntamenti che gli hanno consegnato il 25 settembre, dicendogli: «La chiameremo noi». In alto c’è il suo cognome, subito sotto quello dell’assistente sociale che dovrebbe occuparsi del suo caso, e poi più niente. Il foglio delle convocazioni è rimasto in bianco. Mirko non lo trova giusto ed è per questo che per la prima volta da quando è arrivato in Italia, quattordici anni fa, solleva il velo sulla sua esistenza fatta di miseria e di fatica. E dice: «Non chiedo niente per me, non l’ho mai fatto, e continuerò comunque a occuparmi di Slawomir. Tuttavia non posso evitare di pensare che cosa sarebbe accaduto al mio amico se non avesse potuto contare sul sostegno mio e della mia famiglia».
Forse oggi qualcuno risponderà all’appello di Mirko. Per trovarlo basta andare sul suo posto di “lavoro”, in piazza Santa Maria, e per una volta guardare quel mendicante negli occhi. Slawomir Jacek Sieminiec lo ha fatto tanti anni fa e ha visto un uomo. Lui, che pensava di essere solo al mondo, ha scoperto che l’amicizia attecchisce ovunque. E dà sempre buoni frutti.

01/12/13

fortuna o sfortuna ? questo è il problema

 canzoni consigliate
 oh  fortruna  - Carmina  Burana  http://www.youtube.com/watch?v=GD3VsesSBsw

Dopo aver letto questa storia a metà strada tra buonismo e strappa lacrime ma non melensa


confermo quanto dice questa vecchia ( una delle canzoni della mia gioventù ) canzone degli ex Guns Roses





anche i duri hanno un cuore. Ma soprattutto mi chiedo ma la fortuna o sfortuna esistono oppure siamo noi facendo e disfacendo la creiamo magari facendoci condizionare dagli eventi tragici o felici che siano della vita ? . Oppure come dice la discalia della foto in questione , sulla pagina facebook di topolino << :Topolino3027 A volte la differenza tra fortuna e sfortuna è solo una S, la S di strega!!! >> . Oppure





06/07/13

a volte l'amicizia è per sempre [ Stand by Me ]





da http://www.lerika.net/

Ci siamo conosciute il primo giorno di terza elementare.
Tu avevi una pettinatura fottutamente sovietica, con due enormi fiocchi sulle trecce attorcigliate tipo moglie di fantozzi, ma in bello. Avevi sta testolina bionda tipica delle belle bambine del paese da cui arrivavi. Io ero molto più bassa di te, avevo le trecce più lunghe dell’universo, ma marrone scuro. E le basette. Non ero un fiore. Inutile dire che è stata sintonia a prima vista.
Come quando la crema incontra il cioccolato.
O quando i pinoli incontrano il basilico. Forse è meglio.
Passano gli anni. Le discussioni. I fidanzati. Le improvvise sparizioni. Gli impegni.
Non passa tutto il resto.
Oggi è il tuo giorno, non potevi scegliere marito migliore. La mia fotocopia al maschile. Che se ne avessi scelto un altro non lo avrei mai approvato. E lo sai.
Perché la (tua) testimone ha sempre ragione.
Ti voglio bene.

02/07/13

La tenera storia di un'amicizia nella Olbia degli Anni CinquantaMario e il vecchio Ugo: un furto per la sua bara.

fra le tante   ovviettà e  fesserie   degli approffondimenti  estivi dei giornali   capità   di leggere  anche  storie interessanti  eccone  una  tratta  dall'inserto estivodell'unione sarda del  2\7\2013
di Piera Serusi
Olbia. Dietro il feretro c'era lui soltanto. I quattro uomini che portavano la bara, il frate di San Simplicio, un chierichetto con la croce. E Mario, che arrancava col capo chino e le preghiere in punta di labbra.«Chi est su mortu, Marie'?», gridò un giovane seduto sulla soglia di casa al passaggio del corteo funebre più corto del mondo. «Est unu amigu meu», rispose il ragazzino.«Tando benzo eo puru». Vengo anche io, annunciò quello alzandosi e mettendosi in coda con le mani giunte. Qualche centinaio di metri, il tanto di un eterno riposo, e sulla processione si abbatteva un'altra voce: «Chi est su mortu, Marie'?». Un amico mio, ripeteva il ragazzo. E allora vengo anche io. Fu così che, lungo il tragitto verso il cimitero di Olbia, la fila dei dolenti si rimpolpò e Mario Pischedda riuscì a fare un funerale degno di questo nome per il suo amico Ugo, l'uomo senza un passato.
«Di lui non sapevo niente, a parte il nome. Gli facevo molte domande, mi rispondeva: “Io sono la nullità che sta in questo mondo”. Però mi raccontava tante storie: della guerra, di grandi personaggi, di terre lontane. La nostra è stata un'amicizia durata solo un anno e mezzo, ma quanto mi ha dato...». Mario ha 68 anni, due figli e decine di canzoni registrate alla Siae. Scrive i testi per Pino d'Olbia, il Luciano Tajoli della Gallura, e suona nella band “Isola” con serate in Costa Smeralda e nei circoli dei sardi di mezzo mondo. La vita che sognava quel ragazzino con le scarpe rotte e un amico da accompagnare all'ultima stazione.Questa è una storia che sembra uscita da un racconto di Mark Twain. Una storia d'amicizia e di formazione, cuore e poesia, polvere e fame. Olbia, 1957. Mario Pischedda aveva 12 anni, tre fratelli, la quinta elementare e due lavori coi quali riusciva a portare a casa un po' di soldi per tirare avanti. Era diventato il capofamiglia dopo la morte del padre Francesco, agricoltore che curava i campi di grano. Il lutto portò via il babbo, il pane e il denaro, e così c'era da rimboccarsi le maniche per aiutare mamma Michelina a non lasciarsi piegare dalla disperazione. «Guadagnavo anche 70 lire raccogliendo sacchi di scarti di carbone da consegnare ai fabbri - racconta -. E in più, ogni santo giorno pulivo i gabinetti della nave “Lazio”: mi davano 50 lire più venti brioche».Erano i tempi della fame più nera, quelli. Non sarà mica a caso se la storia di una grande amicizia è cominciata con il profumo di un panino alla mortadella. «Io quell'uomo non l'avevo mai visto. Un giorno arrivò e occupò una stamberga in fondo alla via, poco distante dalla mia casa. Lo incontrai la prima volta mentre stava seduto su un gradino davanti all'uscio, tra le mani una grande pagnotta. Che fame. “Tieni appetito, eh?”, mi chiese. Aveva il viso di un vecchio, o perlomeno così sembrava a me che ero un bambino. Non era sardo; anni dopo ho ricondotto il suo accento alla parlata abruzzese. Non risposi né sì né no, feci spallucce. “Fame tieni tu, e fame tengo io”, disse lui mentre spezzava il panino in due. Aveva condiviso con me l'unico pasto di quella giornata. “Mi chiamo Mario e tu?”. Ugo, rispose. Non ho mai saputo nulla di più sul suo conto. Ma quel giorno ho conosciuto l'amico che mi ha spiegato il senso della vita e della morte. L'amico che, senza saperlo, mi ha aiutato a diventare un uomo».Ugo viveva nella casupola senza tetto, arredata con un letto di cartone e un focolare al centro della stanza. «Ogni mattina, prima di andare al porto per pulire i gabinetti del traghetto, passavo a trovarlo e lui mi preparava un caffè di cicoria e liquirizia, come quello dei tempi della guerra». E raccontava le storie, l'epopea dei grandi condottieri e le imprese dei campioni dello sport.Poi, un giorno, poco più di un anno dopo. «Un'alba di aprile. Lo trovai disteso sul suo letto di cartone. Era morto per il freddo. Cosa potevo fare, adesso, per lui? Un funerale, pensai, un bel funerale. Ugo aveva soltanto me al mondo. Andai da tziu Pippinu, il falegname. Me la fate una bara?, gli domandai. “Una bara? E dinare ne hai?”, mi chiese».Dinare? Accadde così che Mario Pischedda rubò per la prima e ultima volta in vita sua. «Presi 500 lire che stavano sul comò di mia mamma e tornai dal falegname. Vi bastano? chiesi. “Devo misurare il morto per vedere se è corto o lungo”, disse tziu Pippinu». Andarono alla baracca, presero le misure di Ugo e alla fine il baule di tavole venne fatto.E chi lo porta il morto?, gli domandò il vecchio vicino di casa zoppo che si era affacciato dentro la casupola mentre Mario, aiutato da tziu Pippinu, ricomponeva il defunto nella bara. Già, adesso bisognava organizzare il funerale. Il ragazzo corse in strada, bussò a un paio di porte e chiese aiuto a due giovani passanti. Quattro uomini. Se soltanto avessero accettato. «La portate una bara in spalla fino al cimitero?». Come no, fu la risposta, dacci solo l'orario. Mario volò in parrocchia, suonò al campanello della canonica e spiegò al frate affacciato sull'uscio che l'anima dell'amico era volata in cielo e che occorreva il viatico di una benedizione.Il funerale venne fissato per l'indomani, nel primo pomeriggio. Sotto un pallido sole di primavera, la bara di ruvido legno coi chiodi a vista sfilò - portata in spalla da quattro uomini - nelle vie quasi deserte. Davanti al feretro, il frate e il chierichetto. Dietro, Mario soltanto. «Chi est su mortu, Marie'?». Era un amico mio.

13/01/13

Il capitano e l'abbraccio all'allenatore: "Una grande amicizia, va oltre il calcio"L



IL CAPITANO DEL CAGLIARI, DANIELE CONTI
Conti felice per il gol e per il successo: "Oggi era importante vincere".Daniele Conti firma con un colpo di testa il successo del Cagliari. Una rete che ridà morale ai rossoblù: "Oggi era importante vincere. Non so se questa possa essere la partita della svolta. Sono però contento per i miei compagni: in queste ultime settimane hanno sofferto tanto". Dopo il gol il capitano è andato ad abbracciare Diego Lopez: "La nostra amicizia va avanti da quattordici anni. Va oltre il calcio". Decisivi anche i tifosi: "Ci hanno sostenuto. Sono la nostra forza. In settimana avevo chiesto un grande aiuto. Lo hanno dato durante tutta la partita".

16/05/12

se a dire basta al'annoressia è un fumetto come topolino vuol dire che il fenomeno è sempre più grave

strano  a me  avevano detto   che  sono troppo grande  per  i fumetti  e  i fumetti   sono solo fantasia  e    ti estraniano dalla  realtà invece :
 da  http://www.topolino.it/blog/post/


14/05/2012
Pubblicato da CLARABELLA
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Non faccio che leggere e sentire parlare della famigerata prova costume, di cosa fare o non fare per affrontare il temibile verdetto dello specchio indossando il costume da bagno. Non faccio che ricevere le lagnanze di amiche alle prese con i rotolini (o rotoloni) accumulati durante l'inverno, terrorizzate di doverli mostrare in spiaggia. Non vi sembra che si stia un po' esagerando? Cerchiamo di stare calme, care amiche: sinceramente non mi sembra un dramma.
Smettiamola di disperarci e cerchiamo di fare in modo che lo specchio non diventi la nostra quotidiana ossessione. Rimettersi in forma è prima di tutto una questione di salute, lasciamo perdere gli scontati modelli di riferimento di cui, lo abbiamo detto tante volte, non ci importa un fico secco. Lasciamo perdere le diete che servono solo a deprimerci. Scegliamo invece uno stile di vita più fresco, che ci accompagni fino all'arrivo dell'estate: il risultato è garantito. Via libera a frutta e verdura, riso e pesce. Limitiamo il pane, la pastasciutta e la carne rossa. Bandite le merendine, gli snack e le patatine. E poi tanto buon yogurt, da bere o da mangiare, da tenere sempre a portata di mano quando viene voglia di uno spuntino. Camminate molto, pedalate ancora di più, fate sempre le scale a piedi. Dopotutto è molto semplice, non vi pare? A questo punto, eccovi in forma smagliante! Ricordatevi che siete uno schianto proprio perché quella è la vostra forma. E se la saprete valorizzare con un bel costume perfetto per voi, la potrete esibire in tuta tranquillità, perché speciale e unica.

Infatti



quindi  smettela di vedervi  grasse oltre il normale  ed accettatevi e  vogliatevi bene e  mandatene affanculo a  quel paese  le mode  e  i modelli di  linea  perfetta  fino all'estremo

18/12/09

Da chi abbiamo imparato l'immortalità se non dall'immortale

MANO NELLA MANO NELLA NOTTE DI GIZA     


 


Splende il tuo sguardo mai quasi orfico


nella notte di nettare,


stella fissa nel firmamento,


non muore nel tramonto,non viene sciacquata via dall’alba,


le ciglia battono cicloniche


portando repentini aggrappamenti


e sulla tua bocca inzuppata


dal sangue delle escoriazioni dei papaveri è nata


oh si fremo è nata l’ultima avventura


scala appoggiata al sole


e così dobbiam traballar per la gloria di qualcuno


che non ci ama


ma io L’ho buttata la al sole, voglio il sole


le corriamo incontro scherzando la sera


aspettare era più folle del gesto che abbiamo fatto


così noi correvamo incontro alla sua alba dalla notte


in bilico sul cratere dell’intimo tentativo


sudando antiche secrezioni rem.


Dentro la corsa affannosa sentir la tua dispnea


perché vuoi toccar il folle


fa vibrar le corde che ho attaccato alle stelle


ed essa sembra uscita dal mio sogno d’oro,


troppo lontana che non lo riesco ad acchiappare


hai già compiuto la magia del miraggio,


allora tenterò anche il salto ancestrale


del morir impaziente per veder Dio


come slancio fra i germogli cascanti,


e invecchia il tempo sui nostri sogni sempre vivi,


ora sulla tua pelle scorre un fiume di acque incoscienti


che vorticano nel mio ombelico,


un gesto solo fra noi


scrive un romanzo di mille e mille pagine,


il silenzio in quel attimo


sembra che stia zitto anche il respriro


e in gemito morente viene partorito il “mai più”,


no il tempo di muovere lo sguardo,


siamo nell’infinito sensuale


dove gli uccelli del paradiso sfrecciano via disorientati.


Come svegli dentro il sogno di una notte di Persia,


come far l’amore sotto la guerra mondiale dannata,


saremo come la fine di una cascata,


come la preghiera di un condannato a morte,


satellite perduto nel cosmo dalla base sii forte,


come l’innocenza di una lancia d’avorio per terra,


come lui in coma che non può più dir


ti voglio bene a chi ama,


un orchestra di tutti suicida d’amore diretta


da un eroe sedizioso dalla criniera bianca


che non verrà accolto ne da un Dio ne da un demone,


saremo come l’inspiegabile disteso sinuoso


sulla sponda opposta di un ruscello


delle acque dei ghiacciai,


saremo le urla di libertà portate


dai venti oceanici ad alcatraz,


come l’attesa che


la gloria scenda su la storia del mattino,


saremo come il drago albino portato


con sé da un tornado


sotto una pioggia di petali di iris,


vivi più del primo assaggio


della preda da un tigrotto,


vivi più dell’universo


e i fiumi stellati verranno a noi


e noi saremo come la richiamata del paradiso.


Strillerò al tramonto della luna il nostro spasmo


per le anime perdute per un bacio


che non doveva assaporarsi


e i monti sfideranno le profondità degli oceani


e il cielo sbatterà le sue immense ali,


io e te abbiamo fatto naufragar i sensi dell’esistenza


per una caduta


una caduta dalla scala verso il sole


nei fiumi vergini solo per continuare


a guardarci negli occhi,


qualcuno dovrà considerarlo.


 


ALESSANDRO IDISIUM


 



 


 


 


  Amore della vita


  Io vedo i grandi alberi della sera 
  che innalzano i cieli dei boulevards, 
  le carrozze di Roma che alle tombe 
  dell' Appia antica portano la luna. 

  Tutto di noi gran tempo ebbe la morte. 
  Pure, lunga la via fu alla sera 
  di sguardi ad ogni casa, e oltre il cielo 
  alle luci sorgenti ai campanili 
  ai nomi azzurri delle insegne, il cuore 
  mai più risponderà? 

  Oh, tra i rami grondanti di case e cielo 
  il cielo dei boulevards 
  cielo chiaro di rondini! 

  O sera umana di noi raccolti 
  uomini stanchi uomini buoni, 
  il nostro dolce parlare 
  nel mondo senza paura. 

  Tornerà tornerà, 
  d' un balzo il cuore 
 
desto 
  avrà parole? 
  Chiamerà le cose, le luci, i vivi? 

  I morti, i vinti, chi li desterà?





       
   Alfonso Gatto 


 



 


Cucina Spirituale

Bene, l’orologio dice che bisogna chiudere, ora
Penso che farei meglio ad andare ora
Mi piacerebbe proprio stare qui tutta la notte
Le macchine brulicano nei dintorni tutte piene di occhi
Le luci della strada condividono i loro splendori (il loro cavo riflesso)
Il tuo cervello sembra confuso da una sorpresa sconvolgente
C’è ancora un posto dove andare
C’è ancora un posto dove andare

Lasciami dormire tutta la notte nella tua cucina spirituale/(della tua mente)
Fammi scaldare la mia mente vicino alla tua graziosa stufa
Scacciami piccola, e vagabonderò
Barcollando nei boschetti di neon (in una siepe fluorescente)

Bene, le tue dita disegnano velocemente dei minareti*
Parlano un alfabeto segreto
Mi accendo un’altra sigaretta
Imparo a dimenticare, imparo a dimenticare
Imparo a dimenticare, imparo a dimenticare

Lasciami dormire tutta la notte nella tua cucina spirituale (della tua mente)
Fammi scaldare la mia mente vicino alla tua graziosa stufa
Scacciami piccola, e sarò meravigliato
Barcollando nei boschetti di neon

Bene, l’orologio dice che bisogna chiudere, ora
So che devo andare ora
Voglio proprio restare qui
Tutta la notte, tutta la notte, tutta la notte

torre della moschea


THE DOORS



   

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