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11/02/13

Da lontano


La Giornata Mondiale del Malato, istituita ventun anni fa da Giovanni Paolo II, non è mai stata una ricorrenza popolare.
Si tende anzi a dimenticarla. Molti ne ignorano addirittura l'esistenza.
Il malato non fa rumore. E non solo quando langue in ospedale. Il malato tende a rinchiudersi per quella sorta di strano pudore, che lo affligge e lo umilia davanti agli altri. Si sente inadeguato. La sua prima malattia è la solitudine.
Il tempo del malato procede al rallentatore. Se dovessi personificare questa giornata, le darei le fattezze di don Bruno, prete dalla tonaca lisa, impercettibile anche nella fisicità plastica e rotonda; eppure sempre lì, tra ospedali e condomini, villette e sperdute casupole. Nelle sue visite, e alla comunità, non manca mai di ricordare una vecchina, un bambino, una persona adulta o un giovane (sì, soffrono pure i giovani, spesso più di noi) che lui conosce ad uno ad uno, e che resta accartocciato dietro persiane mute, a osservare lo scorrere delle ore. E da quelle ore, magari, spera emerga un sorriso.Don Bruno ce li ricorda come un popolo in festa. Mancasse lui, si creerebbe una voragine enorme.Il malato è l'imperfetto perché umanità nuda e indifesa. Vogliamo rimuoverlo.Ma malati siamo tutti; e infelici quelli che nemmeno s'accorgono del proprio dolore.
Malati ci ricordano che il dovere di ogni uomo, e di ogni donna, è l'accompagnamento. Don Bruno è sempre in movimento, ma la sua figura si staglia su albe placide e paesaggi familiari. Riporta nelle case sofferenti un dolce sole.
Basterebbe, come lui, essere presenti qualche minuto, qualche ora, dare a tutti i dimenticati un nome. Siano benedetti i malati, il silenzioso coro comunionale che si leva dal pietrame delle nostre città.


16/01/13

Muore la padrona, il cane torna in chiesa Il dolore di Tommy, ogni giorno davanti all'altare del funerale L'amore di una donna per i randagi e il suo amico speciale

 




di Maria Lombardi
BRINDISI - Tommy non si perde una messa da quando Maria se ne è andata. L’ultima volta l’ha accompagnata in chiesa e lì l’aspetta tutti i giorni, alle 17 in punto torna da lei che non torna più. Quando sente le campane lascia i vecchietti della piazza e va ad accucciarsi all’altare, se ne sta buono buono accanto al prete mentre lui distribuisce le ostie, celebra matrimoni, battesimi e funerali. A volte s’addormenta dietro quelle parole lente. È Tommy, il cane che ascolta le preghiere. Solo ieri ha saltato la messa, pioveva troppo ed è rimasto nel recinto di casa, nella campagna di San Donaci, un paesino in provincia di Brindisi, ci vivono in settemila e sono la famiglia di Tommy. 
Da quando Maria se ne è andata la casa non è più quella, non è lì che il pastore tedesco meticcio di 12 anni sente la presenza della padrona ma nella chiesa di Santa Maria Assunta. Il giorno dei funerali, due mesi fa, ha seguito il piccolo corteo, è rimasto accanto alla bara davanti ai banchi vuoti mentre don Donato Panna ricordava quella donna di cui non sapeva che dire. Maria te lu campu, in paese la chiamavano così, Maria dei campi che viveva da sola con quattro cani, tutti randagi, e a loro dedicava tutti i suoi pensieri. Aveva 57 anni e la gente ha conosciuto il suo cognome leggendo i manifesti funebri che la sorella ha fatto affiggere sui muri. Di origini abruzzesi, era arrivata ai confini della provincia di Lecce da bambina con la madre, e lì era rimasta. 
I RANDAGI
Maria viveva per i cani, li raccoglieva per strada, li nutriva e li curava. La farmacista di San Donici le dava una mano e anche adesso continua ad assistere gli animali rimasti orfani. Porta cibo e acqua al recinto, si preoccupa che stiano in salute. Maria voleva bene a tutti e quattro ma era Tommy il suo compagno, quello che la seguiva tutti i giorni in giro per il paese e mentre lei faceva la spesa lui l’aspettava paziente davanti al negozio. Qualche volta l’aveva aspettata anche davanti alla chiesa, mai prima del funerale della padrona gli era stato permesso di entrare. Ma quel giorno il prete non se l’era sentito di lasciarlo fuori e l’aveva fatto stare accanto a lui durante la messa, da allora per Tommy le preghiere sono l’unico contatto con Maria, nell’ostinata attesa la fa in qualche modo rivivere.
LE CAMPANE
Il suono delle campane lo riporta lì. Il resto del tempo il cane lo passa in strada, è molto socievole. Si mette al centro dei capannelli dei vecchietti, in piazza, e sta lì ore, come se li ascoltasse. Gioca con la ragazzine che vanno a passeggio, va a prendersi le coccole del tabaccaio e poi fa una sosta in friggitoria per altre carezze. Segue tutti i cortei funebri e aspetta l’arrivo della bara all’altare. Ricordano i fedeli che un giorno c’era il funerale di una bambina di 12 anni, Tommy si è avvicinato al feretro e ha poggiato la zampa sul legno. Il sindaco di San Donici, Domenico Serio, voleva adottarlo ma un paese intero l’aveva già fatto, «non ho avuto cuore - dice - di strapparlo alla comunità». 
Tommy come «Hachiko», il protagonista del film con Richard Gere che per circa dieci anni aspettò il padrone alla fermata del treno. O come il cane «senza nome», un piccolo bastardino color miele che per mesi ha visitato la tomba del sessantenne che viveva con lui a Tonara, in provincia di Nuoro, e questo non è un film ma una storia vera raccontata lo scorso aprile dal custode del cimitero. E come Bobby, il meticcio di quattro anni che per tre giorni ha vegliato il padrone ottantenne morto in caso a Genova. Juna non ce l’ha fatta ad aspettare, è morto a Terni lo stesso giorno del padrone.
Mercoledì 16 Gennaio 2013 - 09:07



Il cane che cerca in chiesa la padrona morta due mesi fa 
La sua padrona non c'è più da due mesi ma Ciccio, un pastore tedesco di 12 anni, non ha mai smesso di aspettarla.



La sua padrona non c'è più da due mesi ma Ciccio, un pastore tedesco di 12 anni, non ha mai smesso di aspettarla. Lo trovi lì, sul sagrato della chiesa San Maria Assunta a San Donaci, dove tutti i giorni andavano a messa uno affianco all'altro e dove due mesi fa sono stati celebrati i funerali di Maria Lochi, 57 anni, una vita trascorsa a prendersi cura dei randagi. 
Lo trovi anche in chiesa, sotto l'altare, a due passi dal parroco che distribuisce la comunione ai fedeli e lui lì, ad aspettare il ritorno della sua compagna di vita. Una storia, quella di Ciccio, che da mesi commuove un'intera cittadina e che ricorda la vicenda raccontata dal celebre film con Richard Gere, Hachiko. Un cane e il suo padrone, un legame che non si spezza neanche dopo la morte. 
Nel paesino di 7mila anime in provincia di Brindisi tutti la conoscevano come "Maria te lu campu", viveva in periferia, nei pressi del campetto da calcio, da qui il nomignolo. Il cognome comparso sui manifesti funebri fatti affiggere dalla sorella che vive al Nord, tradisce le origini abruzzesi, ereditato da un padre che non aveva mai conosciuto. Alla periferia di San Donaci ci era arrivata da bambina chissà come, insieme alla madre. Sono le poche notizie di una vita border line, ricca soltanto di un serraglio di amici a quattro zampe con i quali divideva il pane, tutti i giorni. Li raccoglieva per strada, li curava, li nutriva e loro ricambiavano facendole compagnia. L'amica degli animali, questo era a San Donaci "Maria te lu campu". Fra tutti, Ciccio aveva un posto d'onore. Il pastore tedesco la accompagnava in ogni dove, la donna gli aveva insegnato a porgere la zampa e ad attendere rispettosamente fuori dall'uscio quando lei si andava a far la spesa, e soprattutto a messa.
L'ultimo viaggio insieme proprio in chiesa, dove agli inizi di novembre don Donato Panna ha celebrato le esequie di Maria fra i banchi quasi vuoti. E' stato allora che Ciccio, per la prima volta, ha varcato la soglia con l'aria mesta e il passo lento. Il parroco non ha avuto cuore di cacciarlo via. "Ho da poco perduto il mio cane, investito da un'auto - racconta il sindaco Domenico Serio - e qualche giorno fa mentre ero a passeggio con mia moglie mi sono imbattuto in Ciccio, abbiamo pensato subito di adottarlo. Quando lo abbiamo chiamato ci ha allungato la zampa, famigliare, ci siamo diretti verso casa e lungo il percorso gli si sono avvicinati il venditore di panini, il macellaio, ed altri. Mi sono insomma accorto che la gente dell'intero paese lo avevo già adottato, e non ho avuto cuore di strapparlo alla comunità. I bambini gli hanno anche trovato un posto dove dormire: Ciccio è insomma il cane di tutti".
E' di fronte all'altare della chiesa matrice che il pastore tedesco ritorna tutti i giorni all'ora della funzione, la comunità dei fedeli per i quali è diventato una presenza famigliare non ha esitato ad accoglierlo, commossa. Tributo d'amore per Maria, che prima del gesto del suo cane Ciccio, non aveva nemmeno mai avuto nemmeno un cognome.


L'altra  storia  è quella  di  Rocky e' convalescente da una insufficienza renale e il Comune di Alliste (Lecce), per allertare cittadini, ha fatto affiggere un volantino con la lista degli alimenti che sono proibiti al cane.Infatti


Rocky, raccontano alcuni giornali locali, è invece un cane randagio buongustaio: va a fare colazione al bar dove c’è sempre qualcuno che gli allunga un pezzo di cornetto, poi trascorre la giornata giocando con i passanti, all’ora di pranzo passa a far visita al macellaio, e la sera si concede pizze o gli avanzi dei ristoranti. Nulla di strano quindi che quando Rocky, conosciuto da tutti in paese, si è ammalato c’è stata una mobilitazione generale e il Comune ha fatto fronte alle spese per le sue cure, decidendo poi di non chiuderlo nel canile pubblico dove pure aveva trascorso più di due mesi di convalescenza ma di rimetterlo in libertà avvisando però i cittadini con un volantino: deve rispettare una dieta povera di proteine. Quando Rocky è stato dimesso ed è tornato ad Alliste, ad accoglierlo c’erano tutti i suoi amici, anche quelli del Comune e il cane, quando li ha visti, si è lanciato dal finestrino dell’auto, correndo verso il gruppo: una scena che è stata talmente commovente da essere immortalata e pubblicata su Youtube.


23/10/12

Quell'universo ci appartiene



Foto di Agnese Romanò

...e comunque, la casa è un nido. Anche quando si riduce a livido alveare, anche quando racchiude i suoi abitanti in un bozzolo velenoso d'amianto e ha pareti lisce come una prigione. Dove la vita è imbavagliata, sotterranea, marginale e maligna. La casa è l'abito logoro concesso al povero in nome d'una malintesa pietà. E a quella patetica divisa il povero s'aggrappa, come il nomade ai suoi cartoni. Vuol conservare, con essa, un residuo d'umanità.
Via Preneste, a Milano, non la conosce nessuno. E' lì che, ieri, sono cominciati gli sgomberi. E resta inciso nella mente l'espressionismo di quella donna usurata, che minaccia di lanciarsi nel vuoto se sfratteranno lei e i suoi tre bambini. Sbuca come un minatore dalle viscere del mostro di cemento. Reclama una brulicante e insospettata vitalità dal gelido e impassibile gigante che la inghiotte e al quale, tuttavia, si affida. "Dentro" è l'inferno ma, fuori, è pure peggio: perché c'è chi l'ha confinata lì, e ora vuole gettarla chissà dove, in qualche incomprensibile landa desolata, senza parola e senza fiato. Mondo vuoto, mondo siderale: vortice di mondi. Non chiediamo di lasciarla in quel nido matrigno. Chiediamo le sia concesso un nido autentico, un calore vero, chiediamo le sia offerto un fiore, magari un geranio rosso su cui il sole possa abbandonare una discreta carezza in un'alba cilestrina. Su un balcone ingenuo, con un parapetto solcato da brevi onde. Aperto su un piccolo cortile, con qualche albero verde. Chiediamo venga accompagnata laggiù, lei e i suoi bambini, e non cacciata dall'alveare grigio a colpi di spranga. Chiediamo le venga restituito ciò che le spetta di diritto. Chiediamo possa alzarsi, una mattina, ed esclamare "Bella giornata". Allora tornerà radiosa e variopinta, spanderà gioia intatta, profonderà amore. Sarà persona, finalmente.



09/07/12

I calli di Benedetta di Matteo tassinari ( reprise )


Dell'amico  matteo tassinari http://mattax-mattax.blogspot.it/
 Il Paz, Benny, io
Come Paz avrebbe disegnato Benedetta

di Matteo Tassinari                                                                                                                              
Per quel che ne so, la vita è breve, l’uomo è cacciatore, gli italiani sono tutti allenatori, e per molto tempo saremo morti. Rimanemmo sull’ultimo concetto in forzosa meditazione, per la durata di diverso tempo. Da una busta quelle internamente con le bolle incellofanate da far scoppiare, trassi due insuline Terumo sterili da 5 cc l'una e in due cucchiaia sciogliemmo polvere bianca (Thailandia) e di brown (Turchia). Infilai il braccio nel vuoto in modo che fosse teso con vene ben gonfie, pronto a farmi un dose d'ingiustizia pagata con soldi miei trovati chissà dove, ma vallo a spiegare alla gente, a chi si ritiene ragionevole, quindi bravi e zelanti indicatori di quale strade imboccare. Bazzecole? Non ho problemi. Però fatti una pera, poi diventane schiavo, scappagli se ti riesce e trovati, se non sei ancora morto nel frattempo, per lei malato fino alla morte dopo 33 anni che non vedo un milligrammo d'eroina. Allora, forse, potremmo intavolare un discorso, di quelli che si fanno guardandosi in faccia, alla pari. E sentirti dissociato ti farà solo bene, restando per sempre coinvolto in cose che preferisci non sapere. Non scrivo tutto ciò in giugno, a caso, e il giusto lavoro "sporco", lo faccio sempre molto volentieri. Un 16 giugno di 24 anni fa, a Montepulciano, per un pera qualsiasi, morì il miglior fumettista e pittore italiano del secolo scorso, Andrea Pazienza detto il Paz!, come fosse stato spintonato, ubriaco di Toradol, per poi essere appeso ad un vortice di polvere divenuto sciarada, ma non sappiamo cosa.

Andrea Pazienza al lavoro da guardare, possibilmente, in Full Screen

Siamo qualcosa che non resta,
frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno
                                                            Francesco Guccini, “Incontro”
Non so che anno fosseforse il 1982, quando un giorno accadde un fatto che oggi ricordo con buona memoria e vivido ricordo e non perché fosse più truculento di altri, niente affatto, perché era gelido come la Tramontana dopo che ha attraversato i Pirenei. Anche se sono passati 33 anni, lo scrivo al presente quel giorno privo di compassione e vissuto con una mia amica, molto speciale. Una donna che sapeva leggere il linguaggio del non detto per pura nostra incapacità nell'essere leali, senza lasciare nulla d'incompiuto. Emergendo dagli abissi come un cadavere gonfio di un annegato di droga, Benedetta è alle prese coi fiumi che le fluttuano plasma.
E’ in una rovinosa ricerca di una vena. Le braccia di Benedetta, più grande di me di un paio d'anni, sono un cimitero di cicatrici: tagli, fori, calli, buchi, tentati suicidi, tatuaggi alla come viene viene. Febbricitante s’infila la spada e comincia il rituale ululato, poi il risucchio per vedere se l’ago aveva centrato la vena oppure no. Benedetta sta da far schifo, astinenza esplosa da un pezzo, per di più suda e trema dal dolore. E’ seduta su di una sedia in cucina. Assisto in silenzio, strafatto per conto mio e steso sul divano con gli occhi a fessura e la tv accesa con il volume al minimo, per cui non le dedico alcuna attenzione. L’astinenza la costringe a scoreggiare forte e assumere piegamenti nel volto che la sua femminilità non avrebbe voluto. Spiegazione dovuta ai più: quando si è in down forte, come quello di Benedetta e hai la roba pronta nell'insulina già calda, l’emozione ti prende così forte allo stomaco che rischi di cagarti addosso senza dedicare al fatto molta attenzione, per cui continui a praticare l’iniezione ignorando completamente l’evacuazione solido-corporea.

Benedetta tira su il primo risucchio e dalla cannula della Terumo esce il primo fiotto di sangue. Ma la spada, come un gancio che si stacca dalla propria presa, esce dalla vena. Benedetta torna coll'ago a farsi spazio dentro il braccio. Con quella spada rimestola come avesse in mano un cucchiaio e girasse del minestrone. “Cazzo Matteo, aiutami! Non vedi che son fuori vena?! Dammi una mano, fa qualcosa, per la miseria! Qua si sta seccando tutto! Sto andando giù di testa! Aiutami, cazzo, aiutami!!! Mi scoppia la testa. Mi tremano le mani e non riesco a centrare la vena. La roba mi si raggruma tutta col sangue”. Più che pompargli l’avambraccio, cosa potevo fare? Le presi il braccio e strinsi forte per riuscire a vedere meglio dov’erano 'ste cazzo di vene. Schizzò un fiotto di sangue sulle pareti e una piccola parte sulla pasta rimasta dal pranzo. Un fatto, in quell’istante, importava a Benedetta quanto gliene fregava del Titanic, non essendosene accorta.

Da Trainspotting
Eccola di nuovo che torna alla carica. Inizia a forarsi in una mano, ma a nulla le servì. Poi riprova in una gamba. Niente. Le vene erano massacrate e seccate. Nella furia di pizzicare un rigagnolo di sangue, mi butto e provo anch’io nella ricerca di quel rosso che ti fa capire di essere ad un passo dalla felicità malata, ma ridotto com’ero e beccare la vena, era come iscrivere uno che soffre di vertigini ad un corso di paracadutismo. Le vene erano tutte otturate a forza di darci dentro, negli anni con furioso sdegno verso sé stessi, si formano canali che poi seccano, quelli che i tossici chiamano "Flebo spontanea". “No, no, sto perdendo la mia pera! Non ci posso credere, mezzo grammo buttato via, nooo! Si sta solidificando tutto. Ummfff”. L’angoscia spessa è tormentosa: “Come cazzo faccio, non becco la vena, non becco la vena. Non la becco, ti sto dicendo”. Paranoia full immersion. Non beccare la vena significa non sentire il flash, l’impatto che l’eroina ti offre appena saluta il tuo sangue, cioè la parte migliore della storia, quella che ti stravolge e ti lancia per un periodo di tempo precisato nel regno dell’ovatta e degli abbandoni globali per poi ritornare come zombi. “Ma porca la puttana vacca, troia. Ma vaffanculo!". E' Benedetta, va capita.
    "Oggi avrei voglia di quiete"
(Mia Martini)

"Come faccio con ‘sta roba Matteo, non becco la vena" e imprecazioni di ogni risma e un suo urlo agghiacciante chiuse per un attimo quella follia, nel tentativo di farsi sta cazzo di pera, mentre con l'ago frugava nel crocevia della mano sinistra. Inizia ad emettere rumori strani, più strani degli altri. Dal suo stomaco partono gorgoglii in continuazione. Come rutti e scoregge si succedono una dietro l’altra. Sarà al quarto buco. L’astinenza gli sta soffiando addosso tutta la sua inquietante per quanto certa presenza, avendo in mano l’arma che potrebbe spegnere tutte le sue angosce in un solo secondo. Il liquido rosso nell’ago sta coagulandosi. Benedetta sa, e questo la manda in maggior tormenta, s'è possibile. Buca, buca, buca, buca. E ri-buca quella carne rosa, Benedetta. Buca e fruga, fruga e buca, cerca, buca e fruga una vena che da qualche parte nel corpo avrai. A mani tremanti, tira su lo stantuffo per vedere se è in vena. Niente. Nella spada solo aria, niente ampolle di rosso sangue. Ci riprova, ancora. Poi ancora. Buca, fruga e stramazza. Benedetta mi guarda con uno sguardo mai visto prima, fra il terrore e l’impotenza. Decisa come pochi essere umani al mondo, tira su la maglietta per iniettarsela nel Deltoide, il muscolo dell’avambraccio, almeno, l’effetto della roba le verrà su parzialmente venti minuti dopo e senza risucchio, che è tutt'altra roba, per un tossico o tossica. Un esempio: è come per un alcolista mangiarsi una caramella al liquore oppure tracannarsi con infamia un bicchiere ricolmo di Vodka. Chiaro, direi.
Urlerà ancora? 
Benedetta becca il muscolonon la vena, fa pressione sullo stantuffo e stak!, il plasma ormai denso ottura l’ago e schizzandomelo in vari punti della camicia, la faccia. le mani. Benedetta fugge, non so dove. Io rimango a casa sua da solo, bollito come un patata, o forse più lessato come quel tubero. Mi metto a sedere nel suo divano e piano piano mi allungo fino a stendermi. Apro gli occhi e mi trovo di fronte sua madre che mi chiede chi ero e cosa facevo in casa sua. In realtà mi conosceva e sapeva già di sua figlia e di me. Sapeva che ci facevamo insieme al ritmo della mattanza, che eravamo quanto non si può dire, che avevamo fatto qualche colpettino assieme (furti, scippi, situazioni strane come trovarsi con un avvocato stimato e danaroso di Bologna in un divano galattico in un attico a far maialate di ogni tipo per poi farci sganciare una cospicua parcella per il nostro impazzimento). Sapeva tutto sua madre perché Benedetta, prima o poi, le raccontava tutto. Bella donna, dall’aspetto giovanile, nonostante gli anni. Le rispondo con notevoli ammaccature grammaticali, di sintassi neanche a parlarne: “Quando c’ero, lei c’era. Benedetta, Benedetta, Benedetta, dove ti trovi? Vuoi fuori. Non vedi, c'è mamma?!”. La madre mi guarda come si guarda un beota fumato: “Ascolta scemo, ho già troppi casini con mia figlia e il resto della mia vita! Se Benedetta fosse qui me ne sarei già accorta. Ma qui non c’è. Si può sapere dov’è?”. Mi staffilò. Cerco di rispondere: “Signora, guardi niente storie strane, cioè, non le sto facendo le menate, lo capisce no? Per davvero, non so dov’è Benedetta. Sarei il primo a saperlo volere”. Mi cacciò di casa come un appestato e non aveva torto.

M’incamminai verso il Ronco, un cazzo di fiume, dove c’era un bar, Il Lido, che ci radunava un po’ tutti. Inizio a parlare con qualcuno, senza neppure ricordare chi fosse. Non ero lì con la testa, assolutamente. Il pensiero era rivolto a Benedetta. Dov’era? Come stava? Avrà trovato altra roba? O una vena? Urlerà? E quanto? A voi la risposta, anche quella dei Catoni imperiali del buon senso. L'episodio in se non mi pare più terribile di altri, come già scritto, la differenza la fece Benedetta, rivedendola una decina di giorni dopo fredda, occhi chiusi, bella e vestita bene nella cassa di legno. Un'overdose le aveva schiantato ogni legame con questo detrito di realtà dove c'è anche chi riesce a divertirsi. Pensai subito che non era la peggiore delle notizie che potessero darmi di Benedetta, fra tossici si fa presto a capire ciò che è riparabile e ciò che non lo è più e mettersi, non dico il cuore in pace, quello mai, ma a farsene un ragione si. Ma non so se questo serva qualcosa per aiutare a capire il modus-vivendi di chi, per un periodo della propria vita, ha scambiato Dio con l'eroina.

10/06/12

La giornata normale di una ragazza che non si sente speciale [ sono queste le storie che ti fanno andare avanti e rialzare dagli urti della vita ]


unione sarda  venerdì 08 giugno 2012 - Cronaca di Cagliari (Pagina 25) di Francesco Abate

LE VITE DEGLI ALTRI/3. La giornata normale di una ragazza che non si sente speciale

Claudia, la lunga camminata

Studiare, lavorare, sport e politica annullano la diversità

Il tono è perentorio anche se accompagnato da un gran sorriso: «Allora! Se scrivi un pezzo strappalacrime ti meno. Chiaro?» Ogni vita rappresenta se stessa ma anche mille altre simili. Se ne racconta una per portare esempio e stimolare comunanza, che vuol dire fratellanza. È una vecchia regola umana prima ancora che professionale. Poi ci sono quelle esistenze speciali che spiccano se pur hanno tratti comuni ad altre. Claudia Firino, sassarese, 1979, da due anni a Cagliari, accetta l'intrusione nella sua vita solo a quattro condizioni. La prima l'ha detta, niente pietismi. La seconda è: «Perché, anche se non dovrei, mi fido di te». La terza: «Che la mia storia possa essere da stimolo». La quarta è che le ragioni del permesso all'intromissione nella sua giornata vengano pubblicate. Patto rispettato. E ora si inizia, la sveglia trilla alle 7 e la giornata incomincia.
A PERDIFIATO Persino a uno sguardo superficiale è chiaro che Claudia ha carattere e il suo porsi rompe cliché. Intuizione che diventa certezza a un'osservazione attenta maturata in diverse occasioni negli ultimi due anni. Claudia più battagliera delle sue due treccine ribelli (che le incorniciavano il viso) alle assemblee del circolo Sergio Atzeni, quello (che piaccia o no) da cui è partito il movimento giovanile che ha portato all'elezione di Zedda sindaco. Claudia in prima fila ai reading del festival settembrino Marina Café Noir. Claudia tifosa immortalata dalle telecamere di Rai Sport sugli spalti di Siena per il play-off della Dinamo Banco di Sardegna. E subito dopo reporter (per la testata web Isola Basket) che sottopone a una raffica di domande pertinenti e tecniche il coach Meo Sacchetti.
VIA TUVERI Ecco, questa è la sua vita. Un turbinio di stimoli e attività. Oggi giornata soft. Michaela la sua accompagnatrice rumena («L'ho assunta dopo il mio primo stipendio a Cagliari») la aiuta a farsi spazio nell'ascensore della casa in affitto in via Tuveri e a favorirne lo scivolar via dal portone. Un saluto agli amici della bottega di frutta e verdura («Buongiorno Claudia») che la vedono passare ogni mattina mentre si reca sul posto di lavoro, circa sei portoni più in là, via Tuveri 128 che guarda la chiesa del Cristo Re. La targa dice Centro Nazionale per le Ricerche, piano primo. Ascensore. Una firma sul registro presenze, un saluto alle colleghe. Poi via davanti al computer nella stanza che divide con un compagno di lavoro.
A LAVORO Di che si occupa Claudia? «Lavoro per l'Istituto di storia dell'Europa Mediterranea. Il mio ruolo è reperire i fondi per la ricerca attraverso i bandi comunitari». Stipendio: 1.450 euro mensili. «Enorme. Sono fortunatissima, anzi di più. Un salario così mi ha permesso di poter essere maggiormente indipendente e assumere Michaela per faticare un po' meno». Orario 8-14 con due rientri pomeridiani a settimana, quando ci sono da chiudere i bandi anche 3 del mattino. Ma come è arrivata sin qui? «Liceo scientifico e laurea in Scienze politiche a Sassari. Erasmus a Madrid, Master in progettazione europea a Roma». Questo non è il primo impiego. «A Roma ho lavorato con la Ong SoleTerra, mi hanno assunto dopo lo stage. Curavamo progetti di cooperazione allo sviluppo in Ucraina e Marocco». Poi nella coop romana BottegaSolidale impegnata sul fronte dei minori disagiati. «Mi occupavo di trovare i finanziamenti attraverso i bandi regionali». Infine il concorso per il Cnr, vinto e assunta.
CONVEGNO Oggi la sua giornata prevede alle 17.30 il convegno sul volume di Maria Giuseppina Meloni dal titolo “Il santuario della Madonna di Bonaria. Origine e diffusione del culto” alla biblioteca regionale di viale Trieste, al tramonto direzione Castello per la rassegna letteraria Leggendo Metropolitano e poi cena con i ricercatori convenuti anche dalla Spagna per il libro della Meloni al Dottor Ampex, Villanova. Giornata leggera rispetto alle altre quando magari bisognava coniugare i momenti di impegno politico al circolo, l'ora settimanale di nuotata alla piscina Ulive e Palme e quelli professional-sportivi «ma la Dinamo ora ci ha concesso un felice e appagante riposo». Embe', dirà qualcuno, tutto qua? Dove sta la luce singolare di questa vita? Per chi si è abituato a guardarla sempre in faccia, per chi ha promesso che non ci saranno lacrime facili da gettare in pasto al pubblico, viene quasi, se non secondario, sfumato dire che la particolarità di Claudia Firino è che ha conquistato tutto ciò nonostante un gravissimo handicap, che vive la sua giornata su una sedia motorizzata a rotelle, che non ha mai camminato da quando è nata e ha un uso limitatissimo degli arti superiori. È invece impellente e primario raccontare il suo animo, la sua voce che le fa dire: «Patti chiari, niente roba piagnucolosa», e tutto quello che adesso seguirà. Lo scopo è raccontare la via della forza e della dignità nonostante tutto e che ogni esistenza vale la pena di essere vissuta.
I SOGNI DI UNA RAGAZZA Perché questa ragazza, guardandoti dritto negli occhi con una naturalezza che (perdono, Claudia) commuove, dice che ha conquistato tutto ciò che ha «solo perché ero una ragazza come tutte le altre, Sassari mi stava stretta, e volevo vedere il mondo». E aggiunge che non ci sono limiti e la forza gli è stata inculcata da una famiglia vera, un padre ex impiegato di banca, una mamma ex insegnate, e una sorella. Carezze e ceffoni secondo necessità, senza sconti né in un senso né nell'altro. «Sono stati un supporto socio-affettivo ed economico fenomenale». Claudia si ferma, si riascolta e sbuffa: «L'ho detta io questa frase?». Eh sì. «Mamma mia che brutta, sembra burocratese. Trova la maniera per renderla meglio». La maniera potrebbe essere che i Firino c'erano sempre e comunque, hanno cresciuto la figlia dimenticandosi sul fronte educativo della sua artrogriposi multipla congenita. Il feto si rattrappisce inesorabilmente nell'utero materno e quando nasci le 13 operazioni chirurgiche (che Claudia ha subìto) a malapena ti possono migliorare.
LA FORZA Eppure. «Ho avuto una bellissima infanzia, non percepivo la mia disabilità». Eppure a chi la ascolta mentre il sole scende sul bastione Santa Croce viene difficile portare il pensiero senza far tremare le labbra al suo primo giorno di scuola, al suo ingresso in classe mentre gli altri correvano e urlavano. Anche se nessuno in famiglia ha mai temuto il giudizio, quello che non riusciamo a non vomitare sul conto degli altri perché in fondo discendiamo dalle scimmie dispettose e invidiose. Né hanno avuto paura a saperla sola ogni giorno sul pullman che da Roma Nord la portava a Roma Sud, un'ora e mezzo per arrivare a lavoro. O nel visualizzarla in camminata solitaria (perche lei dice così «oggi non ho bisogno della macchina vado a piedi») per le strade di Madrid.
LA DIGNITÀ Claudia dice che ogni tanto rimugina sul fatto di «aver vinto il concorso al Cnr partecipando come categoria riservata» mentre gli altri lavori se li è giocati alla pari degli altri. «Però non era la corsia privilegiata che mi ha spinto verso il concorso semmai l'impiego che rispondeva alla perfezione alla mia specializzazione». Ma è un nuvola passeggera che svanisce dando il posto a una idea più forte. «Un disabile che lavora non costa alla società, anzi partecipa al suo sviluppo». Questo è il suo spirito che brilla. «Però sia chiaro, una malattia così non si accetta, ci si convive. L'ho maledetta sino alle lacrime. Ma se mi chiedete com'è la mia vita io vi dico che è proprio bella».
 

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