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02/04/16

cosa non s fa per amore

enezia

Si fa un selfie e il cellulare finisce in canale. Si cala e lo recupera

Un turista americano le ha provate tutte per riavere lo smartphone regalatogli dalla fidanzata. "Meglio affrontare i canali di Venezia che una donna arrabbiata". Tutti i casi più curiosi: dagli anelli di fidanzamento alle fedi: un "tesoro" sott'acqua

VENEZIA. Un selfie di troppo e il cellulare di ultima generazione appena comprato finisce, ahimè, in canale. Per recuperarlo ecco cosa non si fa.
È successo a un turista americano venerdì 1 aprile: mentre si faceva un selfie da un sandolo nel campiello dei Meloni ha perso il telefonino da 900 euro nel canale.
Grazie all'aiuto del cuoco del ristorante “La Rivetta”, Roberto, che gli ha prestato una improbabile, ma efficace, muta da sub lo ha recuperato.


Ecco le curiose immagini inviateci dal nostro lettore Matteo Napoletano che ha ripreso la coraggiosa “spedizione” dell’uomo nei canali del centro storico.
«Quel telefono me lo ha regalato la mia fidanzata», ha spiegato il ragazzo, 28 anni, residente a Brooklyn, «ho preferito affrontare qualsiasi pericolo che dover aver a che fare con una fidanzata arrabbiata durante la nostra vacanza a Venezia. Ora lo metto in acqua dolce e poi lo asciugo. E speriamo bene».
Non è la prima volta che un oggetto di grande valore sentimentale finisce in canale. In uno degli ultimi casi era capitato a una coppia di ragazzi: lui aveva deciso di dichiararsi durante la loro vacanza a Venezia e per farlo aveva voluto presentare il suo anello di fidanzamento sotto il ponte di Rialto, ritenendolo uno tra i luoghi più romantici al mondo: neanche a farlo apposta l’anello era però sfuggito dalle mani della ragazza emozionata ed era finito in acqua. Davanti alle lacrime di lei, disperata, i vigili del fuoco hanno compiuto una “operazione di salvataggio del matrimonio in programma”, immergendosi in canal grande e recuperando il prezioso pegno d’amore.

leggi anche:

 

24/03/15

ahi l'amore compra l'anello di fidanzamento per lei lei lo tradisce e lui lo rivende via web ., l'amore ( ? ) scocca al semaforo

 

 

"Era per una ragazza seria
che si è rivelata una b..."
il testo dell'annuncio


In mezzo ai tanti annunci del gruppo Facebook "Il mercatino messinese" è comparso anche quello di un utente che recitava: "Vendesi trilogy causa regalo fatto a ragazza seria rivelatasi gran bagascia, valuto offerte", abbinato a una foto dell'anello. Il post ha suscitato grande curiosità sul web, ed è stato condiviso centinaia di volte; a raccontare la storia di quella tentata vendita è Selvaggia Lucarelli che nel suo profilo ha spiegato: "Prima che attacchiate lui, è bene che sappiate che lei, dopo averlo cornificato con due amici, gli ha chiesto indietro un integratore da 5 euro!".











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"Ragazza con bici nera ti cerco"
L'amore scocca fermi al semaforo.Salutista)

"Ragazza con bici nera ti cerco" L'amore scocca fermi al semaforo                                       IL cartello in via Massarenti
Lui in motocicletta si ferma al semaforo accanto a una ragazza con una bici nera e l'amore scocca. Al verde però lei scompare. Ecco cosa si è inventato un bolognese per ritrovare la giovane.
È successo in via Massarenti a Bologna, così come riporta La Repubblica.it: pochi secondi al semaforo e scocca l'amore. Il ragazzo in moto però la perde di vista così, per ritrovarla, decide di affiggere un cartello all'angolo, galeotto, di quella strada: "Ragazza bici nera, ti cerco. Ragazzo vespa rossa innamorato!! Incontrati al semaforo il 19 marzo alle 18.20", con tanto di indirizzo email. Il messaggio sta facendo il giro del web.

E' stato poco vispo e per nulla intraprendente. Oramai ha perso il treno. Le bici nere.............saranno milioni !!!!!!!!!

14/02/14

Gubbio L'harakiri di uno studente modello: farsi bocciare apposta per amore


  uniuone  sarda  
Desta clamore e stupore il proposito di un liceale di Gubbio che vuole perdere apposta l'anno per stare in classe con la fidanzata più piccola.
Farsi bocciare per poter così frequentare la stessa classe della fidanzata di un anno più piccola. Questo il dichiarato proposito di uno studente liceale di Gubbio, che sta accumulando assenze apposta per perdere
foto simbolo
l'anno. E, per fargli cambiare idea, è scattata ora una vera e propria mobilitazione. In prima linea, ovviamente, i suoi genitori, ma anche gli insegnanti, i compagni e la preside dell'istituto, Maria Marinangeli. "Stiamo cercando di fargli capire - ha spiegato la docente alla stampa - che questa decisione è dannosa e che, comunque, nessuno vuole frapporsi ai loro sentimenti". Negli ultimi tempi lo studente ha frequentato a singhiozzo le lezioni. Il suo obiettivo è quello di totalizzare 55 assenze, quota che fa automaticamente scattare la bocciatura. Eppure, continua la dirigente, "è in gambissima. Un ragazzo amorevole - aggiunge -, studioso e senza alcun problema di profitto". Chissà se San Valentino, patrono degli innamorati, e le pressioni di docenti, amici e compagni riusciranno infine a farlo venire a più miti consigli.

27/10/13

l'amore non è solo sesso o storie stucchevoli baci e bacetti ( pussy pussy ) ..... .. ma anche storie del genere Stati Uniti, ragazza gli donò un rene lui la sposa tre anni dopo il trapianto

  toccante  storie  presa  sia  su http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=9c582b191177177  sia   sul quotidiano locale unione sarda   Sabato 26 ottobre 2013 17:08  da  cui  è preso  l'articolo sotto riportato

.. ma  anche  storie   
Stati Uniti, ragazza gli donò un rene lui la sposa tre anni dopo il trapianto



I due sposini

Due giovani statunitensi protagonisti di una storia a lieto fine. Prima il fidanzamento, poi un figlio e infine le nozze. Nel terzo anniversario del trapianto.
Chelsea Clair, una ragazza dell'Indiana, aveva 22 anni quando tre anni fa conobbe Kyle Froelich, all'epoca appena 19enne a un esposizione d'auto. Tra i due scattò il classico colpo di fulmine. Ma subito scoprì che il giovane aveva una gravissima disfunzione renale, diagnosticata quando aveva appena 12 anni. Le sue condizioni erano molto gravi. Ma da quel giorno la loro vita cambiò radicalmente. Chelsea, ascoltando la sua storia, decise subito di donargli un rene, malgrado lo avesse appena conosciuto. Tutto andò per il verso giusto. Le visite mediche dimostrarono che lei, come donatore, era perfettamente compatibile con l'organismo del ragazzo. Il trapianto ebbe successo. Ed esattamente tre anni dopo quell'operazione, il 12 ottobre, i due si sono sposati al Danvill Conservation Club, lo stesso luogo che ospitò la mostra d'auto in cui si conobbero per la prima volta. Un'unione molto profonda: circa un anno fa, la coppia ebbe un figlio, Wyatt, che ora ha 11 mesi.
LA STORIA - Come racconta la stampa locale, la loro storia sembra essere tratta da un copione di Hollywood: Kyle, appena ricevette l'offerta, sulle prime ringraziò ovviamente la ragazza, ma non si fece troppe illusioni. Già tante volte in passato amici, parenti, si erano detti disponibili al trapianto, ma mai nessuno sino a quel giorno aveva superato i test clinici. Così lui aveva quasi perso le speranze. Ma quella volta era diverso: Chelsea fece le prove proprio il giorno dopo aver conosciuto il suo futuro marito. E dopo lunghissime 4 settimane di paziente attesa, arrivò il via libera definitivo e le procedure di trapianto poterono finalmente avere inizio. Sei mesi dopo, Chelsea e Kyle, si svegliarono in ospedale dopo l'intervento, in due letti, uno a fianco all'altro, ognuno con un rene perfettamente funzionante. Esattamente tre anni dopo quel giorno così importante, hanno coronato il loro sogno d'amore. "Tra di noi esiste un legame che nessuno può capire, se non ha mai vissuto storie simili: lei non è solo mia moglie, ma la mia migliore amica", ha detto l'uomo. Quindi, scherzando, Chelsea ha replicato: "Il mio è un matrimonio d'interesse. Lui ha un mio rene, devo stare sempre attenta che lo tratti con tutte le cure del caso".

10/07/13

Storia d'amore, di isolamento e di una società che (non) cambia


unione  sarda  10\7\2013  

di ANTHONY MURONI
«Anni fa ho battezzato sette figli di una vedova avuti da due uomini diversi. Pensava di essere in peccato mortale. Ci siamo incontrati, e alla fine abbiamo fatto tutto con due padrini soli. Dopo una piccola catechesi li ho battezzati»*.
Si fa presto a dire misericordia. Eppure nell'Anno Domini 2013 per chi esce dal gregge ci sono ancora poche speranze di una vita normale. Quella di Annagiulia (ma il nome è di fantasia), cagliaritana, cristiano cattolica fino al midollo, un figlio adolescente, un matrimonio in fase di annullamento presso la Sacra Rota, un posto di rilievo all'interno dell'amministrazione pubblica, è cambiata radicalmente qualche anno fa. A rivoluzionarle l'esistenza è stata una freccia scagliata con chirurgica precisione da un Cupido particolarmente in vena di scherzi. «Era il primo giorno del mio pellegrinaggio annuale in una terra che è crocevia del cattolicesimo. Appena il mio sguardo ha incrociato quello di un uomo fin lì sconosciuto, mi sono innamorata». Il fato ha voluto che il sentimento venisse ricambiato all'istante.
Una storia di felicità, letizia e fecondità, a prima vista. Con una piccola complicazione: il bel signore che incontra lo sguardo della sua nuova amata è un sacerdote, anche se veste gli abiti borghesi.
Esercita in una parrocchia molto lontana da Cagliari, in una piccola Diocesi dell'Isola. La sua vita cambia quel giorno, 35 anni dopo essere entrato in Seminario e aver scelto di indossare la tonaca. La storia va avanti in maniera clandestina, parallela rispetto alla vita da parroco, per almeno un biennio. Finché non si rende conto di non poter più convivere con quel segreto e con quell'ipocrisia, al cospetto di Dio e degli uomini. Risolve di andare a parlare col suo vescovo, per annunciargli di aver intenzione di lasciare il suo ministero sacerdotale per intraprendere una nuova vita.
«In quel momento cambia davvero tutto», racconta Annagiulia, «attorno a lui prima, e a me poi, si è aperto una sorta di solco. Siamo stati scomunicati da gran parte dei nostri parenti, alcuni dei quali molto vicini. E il mio nuovo compagno, che desidero diventi presto mio marito, è stato condannato a uno scientifico ostracismo, anzitutto dall'ambiente nel quale ha vissuto per decenni».
Il racconto di Annagiulia, a tratti, ha dell'incredibile: «Pensi che qualcuno, molto in alto, arrivò a suggerirgli di non andare via dalla parrocchia, di evitare lo scandalo. Al massimo avrebbe potuto gestire il rapporto con me in maniera segreta, parallela. Insomma, una cosa ipocrita».
Da poco meno di due anni vivono assieme, incontrando poca solidarietà e trovando più porte sbarrate che socchiuse: «Da un giorno all'altro si è trovato senza sostentamento e gli è stato precluso anche di poter puntare a ottenere un posto di insegnante. Molte delle limitazioni che ci sono piovute addosso risultano incomprensibili. A causa degli iniziali ritardi, anzi dell'inadempienza di chi era preposto ad avviare le pratiche, è stato finora persino privato della dispensa che ha chiesto da molti mesi. Quell'atto, necessario per fargli ritrovare lo stato laicale, gli avrebbe consentito di accedere a un matrimonio religioso e a una nuova vita all'interno della società. Nel frattempo va avanti anche la mia pratica di annullamento, presso il Supremo Tribunale ecclesiastico romano, visto che a Cagliari le cose sono state concluse a tempo di record».
«Lo dico con dolore, se suona come una denuncia o un'offesa perdonatemi: ci sono presbiteri che non battezzano i bambini delle madri non sposate perché non sono stati concepiti nella santità del matrimonio. A me non piace questa visione burocratica della religione, non mi piacciono i sacerdoti farisei. Questi sono gli ipocriti di oggi, quelli che clericalizzano la Chiesa, quelli che allontanano il popolo di Dio dalla salvezza».
Fin qui un racconto che è certamente di parte, figlio di un disagio indotto dalla reazione di una società - anche di quella laica e laicista - che, nonostante i proclami, tarda a uscire da vecchi stereotipi. Nel senso che la non condivisione di una scelta - che è legittimo osteggiare o persino condannare - continua a far rima con emarginazione e indifferenza.
«Eppure sa quanti sono i sacerdoti ancora in servizio che sono nella stessa situazione del mio attuale compagno? Tantissimi, mi creda. Solo che hanno paura di rivelare la loro scelta. Perché sanno che verrebbero condannati all'isolamento. Ne ho conosciuto uno, giusto qualche mese fa, che ha avuto il coraggio di abbandonare la tonaca solo dopo che il figlio nato dal suo rapporto segreto con una donna aveva ormai compiuto un anno».
Ho detto allora ai sacerdoti: «Se potete, affittate un garage e, se trovate qualche laico disposto, che vada! Stia un po' con quella gente, faccia un po' di catechesi e dia pure la comunione se glielo chiedono».
Un parroco mi ha detto: «Ma padre, se facciamo questo la gente poi non viene più in chiesa». «Ma perché?», gli ho chiesto, «adesso vengono a Messa?». «No», ha risposto. «E allora! Uscire da se stessi è uscire anche dal recinto dell'orto dei propri convincimenti considerati inamovibili se questi rischiano di diventare un ostacolo, se chiudono l'orizzonte che è di Dio».
Tutto è cambiato, non solo la vita sociale, le amicizie, l'accesso a un posto di lavoro. «Beh, ad esempio, l'associazione con la quale facevamo i pellegrinaggi religiosi ci ha chiesto, con discrezione e grande educazione, di evitare di iscriverci. Da allora andiamo per conto nostro, mischiati agli altri semplici pellegrini». Non saltano mai la Messa né la domenica né nelle altre feste comandante: «Ma, com'è previsto dagli attuali canoni, non possiamo accostarci all'Eucarestia. Non è sufficiente vivere secondo i dettami della religione, aiutando gli ultimi, perdonando le offese, cercando di non fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi. Il nostro Peccato, per i sommi sacerdoti del Purismo, non è perdonabile. È un qualcosa che ci ha corrotto definitivamente, senza possibilità di poter più accedere né a una vita normale né a un'esistenza a contatto con la religione». Eppure l'ostracismo non arriva solo dai fedelissimi a Santa Romana Chiesa. «Le cose sono cambiate anche per me, persino sul lavoro. Se fino a due anni fa ero al centro di tutte le questioni del mio ufficio, pian piano sono stata messa in un angolo, trattata come una persona da non stimare». Prodotto di una società che si commuove per lo stupendo gesto di un Papa che si scomoda per andare ad accarezzare i migranti che sbarcano avventurosamente a Lampedusa o che condanna l'ipocrisia di una Chiesa opulenta e spesso lontana dai problemi quotidiani della gente. Si commuove, si costerna, s'indigna, s'impegna, ma poi getta la spugna senza nessuna dignità, voltando le spalle a chi ha scelto di uscire dal gregge per assecondare la sua natura o il suo istinto d'amore.
«Ma non tutti ci hanno abbandonato al nostro destino. Ci sono alcuni sacerdoti, anche cagliaritani, che ci trattano come persone, come gente che può essere ammessa alla conversazione e alla condivisione di alcuni importanti momenti. Sono loro a darci la forza di continuare. Di sperare che questo mondo, questa società, questa Chiesa, possano davvero cambiare».
* le frasi in corsivo sono state pronunciate
negli anni scorsi da Jorge Mario Bergoglio,
dal 13 marzo 2013 Papa Francesco

06/05/12

Mezzo secolo per chiedere scusa, storia di un italiano a Parigi

unione del 6\5\2012

di GIORGIO PISANO  pisano@unionesarda.it


GIAMPAOLO MAINAS - FOTO MAX SOLINAS
Si presenta negli uffici del giornale, a Quartu Sant'Elena, una mattina di pioggia. «Vorrei fare un appello per ritrovare una persona». Alla maniera di certi vecchi, usa un tono rispettoso e avanza timidamente verso la scrivania più vicina. Aspetta che gli dicano di accomodarsi e solo allora poggia la cartelletta di pelle nera che tiene stretta fra le mani. La sua idea è quella di chiedere la pubblicazione di due vecchie foto nella rubrica Come eravamo . «Io e   Tina. Guardi, lei aveva diciassette anni, io venti. Tutt'e due bellissimi».
Giampaolo Mainas parla uno strano italiano, inciampa soprattutto sugli accenti. Ha le mani molto curate, occhialini leggeri, sguardo limpido che tradisce innocenza ritrovata, tipica della gente della sua età. «Mi scusi, sono stato a lungo in Francia e non riesco ad esprimermi bene».
Emigrato?
«No, in gita. Una gita a Parigi che doveva durare quattro giorni».
E invece?
«Cinquant'anni. Sono cittadino francese. Ho fatto anche il militare lì. Però sono nato a Quartu».
E adesso è rientrato.
«Giusto un paio di settimane per rivedere i fratelli e qualche parente. Ho settantotto anni, un figlio che ne ha cinquantuno e due nipoti. Vedovo da pochissimo ma la mia vita ormai resta in Francia».
Tina era sua moglie?
«No, la mia ragazza, quella con cui stavo prima della partenza per Parigi. Di cognome fa Mireddu: non lo ricordavo ma mi ha rinfrescato la memoria scoprire una sua lettera dimenticata tra le pagine di un libro».
Perché vuole ritrovarla?
«Per ringraziarla e chiederle scusa».
Di cosa?

È la domanda che Mainas aspettava da tempo, molto tempo. A questo punto sente d'avere il coraggio necessario per vuotare il sacco. Apre la cartelletta e tira fuori un vecchio portafoglio. «Avevo questo quando sono partito, nel '57». Quel portafoglio è un album della vita lasciata in Sardegna: scoppia di foto ormai ingiallite. In una c'è una dedica che farebbe sorridere se non apparisse oltraggioso. Al mio grande amore . All'epoca Tina, che faceva la bambinaia presso una famiglia cagliaritana, aveva capelli corvini tagliati corti. Nella foto con dedica è felicemente in posa: mano sotto il mento nel tentativo di darsi un'aria pensierosa e un sorriso smagliante.
Il vecchio sta ormai navigando in un mondo tutto suo, vedere quelle foto (Tina formato tessera, Tina che sorride accanto a un bimbo, Tina alle spalle di una piazza, Tina in vacanza) fa scattare un interruttore segreto. «E pensare che di questo portafoglio m'ero quasi dimenticato. L'aveva custodito Michelle».
Chi è Michelle?
«Chi era, non chi è. È morta cinque mesi fa. Era mia moglie. L'avevo conosciuta un lunedì di giugno, passavo in Vespa a Saint Denis nella pausa-pranzo della sartoria...».
Perché lei faceva il sarto.
«Proprio. Avevo bottega in via Nazionale a Quartucciu. Guadagnavo bene. Un giorno un mio amico che stava nella Legione straniera mi stuzzica su Parigi. Mi fa immaginare una città piena di bellissime ragazze e io, che avevo vent'anni, abbocco».
Abbocca?
«Sì, casco felicemente nella trappola. Decido di andarci ma giusto per dare un'occhiata. Avevo molto lavoro e non potevo permettermi più di qualche giorno».
Poi che succede?
«Succede che mi portano a Pigalle, a vedere da vicino le ragazze più belle del mondo, mi portano a ballare, mi fanno vedere la vita come non l'avevo mai vista».
Partenza rinviata, quindi?
«Mentre sistemavo i bagagli, il solito amico mi dice: perché non resti qui?, ti trovo lavoro in un attimo. E in un attimo è successo davvero: abbiamo attraversato la strada, ci siamo infilati in un palazzetto di fronte e un minuto dopo eravamo nella sartoria di un ebreo».
Assunto?
«All'istante. Ha capito che non ero un pivellino. Così, inizio l'avventura dimenticandomi della bottega a Quartucciu ma non di Tina: sapevo che mi stava aspettando e poi, ad essere sincero, l'amavo veramente».
Però...
«Però Parigi è Parigi. Contavo di rientrare in Sardegna ma nel frattempo mi divertivo come non era mai accaduto prima. Poi c'è stato quel lunedì che mi ha bloccato».

Giampaolo la racconta in modo preciso, con un residuo di antico entusiasmo. Dunque lui gironzolava in Vespa in attesa di tornare al lavoro quando vede Michelle. Pausa, fruga nella cartelletta e spiega: «Mi piace documentare quel che dico». Ecco la foto di Michelle, viso affilato, naso perfetto. «Era una tentazione». Prova ad agganciarla offrendole un passaggio, la ragazza rifiuta. Ma lui l'accompagna lo stesso, senza scendere dalla Vespa. A passo d'uomo sullo scooter, la bombarda di domande qualunque. Lei abbandona la timidezza iniziale e risponde con qualche monosillabo. Gli comunica che sta per andare in villeggiatura e che quindi possono salutarsi in via definitiva fin da subito: non ci sarà seguito, insomma.

Ma lei non s'arrende.
«Aspetto un mese e la metto alla prova. Carico un'amica sulla mia Vespa, vado sotto casa di Michelle e la chiamo finché non s'affaccia alla finestra. Scendi, le dico. E lei incredibilmente viene giù».
Ed eravate in tre, giusto?
«Sì, a Parigi può succedere. Le presento la mia amica e le chiedo d'uscire insieme il giorno dopo. D'accordo, dice lei. E se ne va quasi senza salutare. A pensarci mi viene da ridere».
Perché?
«Mi sono ricordato d'aver abbandonato la scuola in prima media perché non sopportavo il francese».
L'ha imparato sul campo, il francese.
«Naturalmente. Dopo quell'incontro con Michelle, ho smesso di fare il sarto. E, nonostante fossi astemio, ho preso in gestione un bar».
Che c'entra essere astemi?
«Mi sembrava un controsenso. Quel bar, comunque, l'ho tenuto per tredici anni. Poi ho venduto tutto e mi sono preso un anno di riposo. Nel frattempo però c'è stato l'incidente e qui torna in causa Tina».
Che incidente?
«Una sera Michelle mi dice d'essere incinta. Anche se può far ridere detto da me, non sono di quelli che se la squagliano davanti alle proprie responsabilità. Decido: mi sposo. Ma prima devo avere la forza di dirlo a Tina».
Allora?
«Torno in Sardegna. E mi sento un mascalzone. Durante il viaggio ripenso alle lettere che le ho spedito, ricordo persino di quella volta che mi ero fatto accompagnare a Jerzu, dove abitava la sua famiglia, per parlare coi suoi».
Ci è andato con suo padre?
«Quando mai. Avevo l'amico giusto, uno che sembrava avanti con gli anni e vestiva sempre in abito completo. Sono andato con lui e l'ho presentato come zio».
Ha chiesto la mano di Tina?
«Essendo zio ed essendosi pure inventato che suo fratello (cioè mio padre) non poteva essere presente, ha girato attorno all'argomento lasciando tutti felici e contenti».
Poi?
«Come, poi? Poi ho fatto la gita, poi non sono tornato in Sardegna, poi ho conosciuto Michelle e l'ho messa incinta. È per questo che cercavo Tina».
Com'è andata?
« Dipende dai punti di vista. Ero imbarazzato. Avevo anche saputo che era venuta a cercarmi in sartoria facendosi passare per la figlia di un cliente. Ha detto due parole ed è fuggita».
Perché?
«Era disperata. Ma il pomeriggio che ci siamo incontrati non me l'ha fatto vedere. Mentre passeggiavamo lungo la strada di Giorgino, le ho detto che Michelle aspettava un bambino e che io non potevo tirarmi indietro».
E lei?
«Lei niente. Ha detto solo: va bene così, se è quello che vuoi. Quando l'ho lasciata sotto casa, mi ha stretto la mano e se n'è andata».
Com'è stata la vita con Michelle?
«Bellissima. Sono stato fortunato. Col cuore non l'ho mai tradita».
E col resto?
«A Saint Denis c'erano le belle ragazze di un tempo. Ogni tanto, perché l'uomo ha certe esigenze, sono andato con loro. Per questo dico che col cuore non l'ho mai tradita».
Avete mai parlato di Tina?
«Mai. Debbo dire che mi ero scordato del mio vecchio portafoglio. L'ho visto riapparire ad un tratto un giorno che Michelle chiacchierava con due amiche. All'improvviso ha detto: ora vi faccio vedere una vecchia fiamma di Giampaolo, ditemi voi chi di noi due era più bella».
E lei?
«Io sono letteralmente scappato. Solo più tardi ho scoperto che durante tutti quegli anni, il mio portafoglio era stato custodito dentro una scatola nell'armadio delle cose da non buttare. C'erano tutte le foto di Tina, compresa quella con la dedica al mio grande amore».
Quand'è tornato a casa, ne avete parlato?
«Nemmeno una parola. Michelle era straordinaria proprio per questo. Siamo tornati in Sardegna quasi ogni anno per le vacanze estive e non mi ha mai chiesto di Tina. Chessò, dove abitava, se l'avevo per caso rivista».
Cosa avrebbe risposto?
«La verità: di Tina, dopo quel giorno in cui le ho confessato di Michelle, non ho più avuto notizie».
Le è mai tornata in mente?
«Credo sia stato qualcosa che si è addormentato nella mia anima. Addormentato, non dimenticato. È rimasto lì ad aspettarmi finché Michelle non è morta».

Nella biografia di Giampaolo Mainas manca qualche dettaglio. Dopo un intero anno di riposo per riprendersi dalle fatiche della gestione del bar, ha acquisito una fabbrica di confezioni che stava andando in malora. È arrivato ad avere trentasei dipendenti e, come ricorda malvolentieri, a perdere il tesserino di artigiano per acquisire quello di industriale. «E gli industriali, in Francia, sono martoriati dalle tasse».

Perché vuole ritrovare Tina?
«Vorrei rincontrarla, chiederle che vita ha fatto perché io non ho più saputo niente di lei. Vorrei anche ringraziarla della sua gentilezza».
Ma se non ricordava nemmeno il cognome.
«Che c'entra? Quelli sono scherzi dell'età. Sono sicuro che se Tina vede la mia e la sua foto di allora, ricorderà immediatamente tutto».
Cosa le fa credere che non l'abbia dimenticata?
«È una speranza che vivo come una certezza. Eppoi, c'è anche un'altra ragione che mi spinge a cercarla».
Quale?
«Vorrei fare qualcosa per lei. Io sto bene economicamente e mi farebbe felice poterla aiutare. Sono qui: basta che mi contatti attraverso il giornale. Succeda quel che deve succedere».
Per esempio?
«Mettiamo che sia libera. Per il momento non ho posto per nessuno nel mio cuore: Michelle è morta da pochissimo e non mi sembra il caso. E se, incontrandoci, la fiamma dovesse riaccendersi?»
E se?
«Se è libera, la posso portar via subito. In Francia, per quel che ci resta da vivere. Dove la trovo una donna come lei, una donna che si è sacrificata per la mia felicità?»



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