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14/01/16

storie di viaggi ne di scalate con annessa : musica , poesia , fotografia



Le  due  storie    che trovate  sotto , mi  hanno fatto venire  in mente  oltre   :  il libro on the  un romanzo autobiografico, scritto nel 1951, dello scrittore statunitense Jack Kerouac ed  il film da esso tratto , ed la storia  di topolino n 3109  (foto a destra )  ad esso ispirata  , ed  il cd   sulla strada di de  Gregori 
Mi hanno riportato alla mente queste  due immaginiche ricevetti tempo fa  su   wzp ed  ho deciso di condividerle  con  voi   prima  di  raccontare  \   riprendere  le due  storie  d'oggi 







 


La  prima storia   viene  dala mia  sardegna  , più  precisamente   da i  piedi del Supramonte di Baunei ci sono 35 vie di arrampicata dedicate a Fabrizio De Andrè. Nel 17mo anniversario della sua morte il free climber Maurizio Oviglia, le ha risalite. Il servizio è di Daniela Usai. L intervistato è: lo stesso  MAURIZIO OVIGLIA 



La  seconda   a storia di  
Darinka Montico, 35 anni, nata sul Lago Maggiore, ha lasciato l’Italia a 19 anni. All’estero si è specializzata in fotografia. È stata insegnante di inglese in Asia, volontaria dopo lo Tsunami in Malesia, spogliarellista in Nuova Zelanda, barista in bikini nelle miniere australiane, ristoratrice in Laos, barista a Hong Kong, massaggiatrice di teste di giocatori di poker durante i tornei. Poi ha lasciato tutto e ha cominciato a percorrere tutta l’Italia a piedi. Dal suo viaggio è nato un libro “Walkaboutitalia. L’italia a piedi, senza soldi, raccogliendo sogni” (Edizioni dei Cammini, 2015). Info: www.walkaboutitalia.com





Ecco la  sjua storia  tratta  da  www.ioacquaesapone.it/articolo.php?id=2092 dove  trovate  le altre   7 foto  


L’Italia a piedi, senza soldi con una scatola piena di sogni
Darinka Montico: con uno zaino in spalla verso l’ignoto
Lun 21 Dic 2015 | di Claudia Bruno | Bella Italia




Lasciare tutto, cambiare vita e affrontare l’ignoto con lo zaino in spalla e neanche un euro nelle tasche. È quello che ha fatto Darinka Montico, fotografa, nata sul Lago Maggiore, che dopo aver vissuto per più di sedici anni all’estero ha deciso di tornare in Italia e girarla tutta, a piedi. Senza utilizzare mezzi di trasporto né accettare passaggi, Darinka è partita da Palermo con le scarpe da ginnastica ai piedi e tra le mani una scatola vuota ed è arrivata a Baveno – un  piccolo paese in provincia di Verbania, in Piemonte – sette mesi dopo, con le scarpe consumate e la scatola piena dei sogni delle persone che aveva incontrato lungo la strada. Da questa originale esperienza è nato un libro,“Walkaboutitalia” (Edizioni dei cammini, 2015), che Darinka ha appena presentato in tutta Italia, girandola ancora a modo suo, questa volta in groppa a una bicicletta di bambù. «Se posso dare un suggerimento ai viaggiatori: non fate troppi programmi, perché se non fai programmi non puoi sbagliare, le cose vanno sempre diversamente da come te le aspettavi». 

Come nasce l’idea del tuo viaggio, come l’hai deciso, cosa facevi prima.
«Ho lasciato l’Italia a 19 anni poi ho vissuto in diverse nazioni, facendo i lavori più disparati. Sono stata insegnante di inglese nelle scuole elementari in Asia, volontaria dopo lo Tsunami in Malesia, spogliarellista in Nuova Zelanda, barista in bikini nelle miniere australiane, ho aperto un ristorante in Laos, ho fatto la barista a Hong Kong, e molte altre cose. Poi tre anni fa sono tornata in Europa con il mio ex e ho trovato lavoro come massaggiatrice di teste di giocatori di poker durante i tornei. Lui mi ha chiesto di sposarlo e io ero felice, ma dopo un mese mi ha lasciata. È stato un momento difficile. Un giorno sono andata a lavorare e non sapevo più cosa ci facessi in quel posto. Mi sono resa conto che non volevo trovarmi lì e che non mi sentivo più bene con me stessa dopo la fine di quella relazione. Ricordo di aver guardato la suola delle mie scarpe e c’era scritto “go walk”. Ho detto, va bene, vado a farmi una passeggiata per schiarirmi le idee, e da lì ho iniziato a chiedermi quali fossero davvero i miei sogni. La risposta la sapevo già: viaggiare, scrivere, fotografare, sognare. Così ho deciso di combinare tutto questo in un viaggio solo. L’ho chiamato “Walkabout”, un riferimento alle passeggiate degli aborigeni nell’outback australiano in età adolescenziale, per riconnettersi con le loro origini ancestrali».

Perché l’Italia a piedi, perché raccogliere sogni?
«Sono sempre stata una persona lenta. Avevo in testa una frase che mi ripetevano anche a scuola: “Darinka sveglia! Il tempo è denaro, il tempo è denaro”. Allora ho pensato, beh ma se davvero il tempo è denaro e io mi permetto di essere lenta, allora sono una persona molto ricca. E così ho cercato di trasformare questa mia lentezza in un punto di forza: il modo più lento di viaggiare è farlo a piedi. Il mio viaggio è durato sette mesi, ho percorso circa tremila chilometri, sono partita senza un euro in tasca, non avevo risparmi da parte. È stato un salto nel buio, ma volevo provare e vedere cosa sarebbe successo». 
E cosa è successo?
«È successo che  proprio l’essere partita senza soldi si è rivelato il lato più interessante del viaggio. Perché senza soldi l’unica merce di scambio che hai è la fiducia. Quindi per dormire e mangiare tutti i giorni dovevo accettare l’aiuto di
chiunque. Contenta di aver ritrovato i miei sogni, andavo in giro con questa scatola per raccogliere i sogni degli altri, chiedevo a loro di esprimere a parole su un foglio cosa sognano, cosa vogliono fare nella vita. E poi, siccome sono sempre stata una grandissima fan de “La storia infinita”, mi piaceva l’idea di impersonarmi in Atreyu, con la missione di sconfiggere il nulla, combattere quello che si intromette tra noi e il nostro pensiero libero e indipendente, tutto ciò che ci omologa. Credo che chi ha un sogno, un progetto suo, possa essere considerato un piccolo ribelle. Se poi i sogni li mette pure in pratica, allora è un rivoluzionario. E in questo viaggio ne ho incontrati tanti».
Se dovessi raccontare qual è stata l’Italia che hai incontrato nel tuo viaggio, che paese ti sei trovata davanti, cosa diresti?
«Basta aprire la scatola e pescare lì dentro, tra i sogni che ho raccolto. I sogni spesso rappresentano quello che non si ha e nella scatola ho trovato soprattutto sogni di un paese più funzionale, “normale”, senza così tanta burocrazia, con più meritocrazia, senza corruzione, senza mafia, specialmente in alcune regioni. Ma il sogno più ricorrente è stato quello della serenità. Un sogno che inizialmente non capivo, perché pensavo, va bene, tutti vogliamo essere sereni, felici, però c’è bisogno di sognare qualcosa di specifico per arrivarci, a questa serenità. E allora sono andata a consultare il dizionario dei sinonimi e dei contrari, e ho visto che il contrario di serenità è “paura”. E in effetti quella che ho trovato è stata un’Italia spaventata. La diffidenza e la sfiducia nei confronti del prossimo è molto diffusa, anche se poi i modi per aggirare questo ostacolo culturale ce li abbiamo sotto il naso. A me è andata benissimo, perché in sette mesi di viaggio sono rimasta senza un posto dove dormire soltanto per dieci giorni, tutti gli altri sono stata ospite di qualcuno che mi ha accolta. L’Italia mi è sembrata un paese dove stare al sicuro».
Ci sono stati, invece, momenti in cui hai avuto paura tu? Non fanno che ripeterci che una donna da sola per strada si mette automaticamente in una situazione di pericolo. Com’è stato viaggiare da sola, a piedi, per sette mesi in un corpo di donna?
«Da un lato sono partita senza pregiudizi, perché avendo vissuto fuori dall’Italia per i precedenti quindici anni non immaginavo una serie di dinamiche così consolidate nel senso comune. Una volta partita, mi sono imbattuta, certo, in una serie di personaggi che hanno cercato di abbordarmi per strada solo perché ero una donna, facendo riferimenti sessuali, allora portavo sempre con me uno spray al peperoncino che tenevo in tasca. Ricordo che in uno dei primi giorni di cammino pioveva, ero completamente sola in strada, si avvicina a me un camionista, abbassa il finestrino e mi fa una proposta sessuale. Io gli rispondo “no grazie, come se avessi accettato”. Avevo le mani che mi tremavano, non sapevo bene cosa sarebbe successo dopo. Poi alla fine mi ha lasciato in pace. Sarebbe stato il primo di tanti, a cui giorno dopo giorno ho imparato a rispondere che stavo facendo un documentario e c’era la mia troupe che mi seguiva. Questo e altri piccoli “trucchetti” imparati nel corso del viaggio sono serviti ad allontanare gli scocciatori e a farmi stare tranquilla».
Tra i luoghi che hai attraversato, ce ne sono alcuni che ti sono rimasti nel cuore più di altri? 
«Mi sono completamente innamorata della Sicilia. Tanto che questo inverno mi trasferirò a Ustica, dove resterò a scrivere il mio prossimo libro per quattro mesi. E poi la Toscana, una regione che dovrebbe essere un modello per tutto il resto dell’Italia, per il modo in cui riesce a far combaciare così armoniosamente passato e futuro. Ricordo la Francigena, ma anche le colline spettacolari che si vedono dalle strade asfaltate. Di posti che mi hanno conquistata ce ne sono infiniti. C’è anche qualcosa che mi ha colpita in negativo. Per esempio la sporcizia, è tanta, e ovunque. Siamo un paese sommerso di spazzatura».
E le persone, dei loro sogni cosa ti rimane?
«Ho avuto a che fare con le persone più disparate e persone molto diverse tra loro mi hanno ospitata. Da quella particolarmente aperta che ti invita a casa sul momento, al Sindaco del paesino sperduto, alle suore, fino al ragazzo con la svastica tatuata o l’immigrato. Ce ne sono alcune di cui conservo un ricordo più vivido. Come un signore tedesco sulla sessantina, meraviglioso, che mi ha ospitato a Ispica, un paesino vicino Modica, in Sicilia. È stato trascinato dalla moglie in Italia negli anni ’80, poi lei se n’è tornata a vivere in Germania, mentre lui è rimasto. Il sogno di quest’uomo era di avere una casa tutta sua con un giardino grande, così ha comprato un appezzamento di terra davanti a delle grotte e ha realizzato la sua dimora in queste grotte. Coltiva tutto da solo, ha una compost toilet, fa il pane, ha i pannelli solari sopra le grotte, un frigo autopropdotto e vive in modo quasi completamente autosufficiente e sostenibile. Il suo sogno l’ha realizzato. “Magari ne hai anche un altro?”, gli ho chiesto. E lui mi ha risposto di sì, che voleva andare sull’isola di Pasqua, ma non avrebbe mai avuto i soldi per il biglietto. Così ha deciso di scolpire delle maschere come quelle dell’isola di Pasqua e se le sta mettendo in giardino».
Questo viaggio ti ha cambiata? 
«Quando sono partita ero insicura, col cuore infranto, sciupata, perché dopo la fine della mia relazione mi ero data alla droga e all’alcol, ero una specie di zombie. A guardarmi adesso, sono sicura che sto facendo quello che avrei sempre dovuto fare, che sono sulla strada giusta. Sto conoscendo tante persone meravigliose, alcune leggono il mio libro o vengono a conoscenza della mia storia e mi contattano per chiedermi consigli. Se penso che anch’io prima di partire ho chiesto dei consigli a camminatori esperti, mi sento in evoluzione, oltre che felice di poter dare a mia volta suggerimenti a chi vuole intraprendere viaggi simili. E, poi, la cosa fondamentale che ho imparato è che se ti comporti come se vivessi nel mondo che sogni, piano piano il mondo si adatta a te». 
E chi ti ferma adesso. Cosa farai?
«Mi sono fatta costruire una bicicletta di bambù su misura dai ragazzi di “Carrus Cicli” di Savona e da lì ho fatto di nuovo il giro dell’Italia per andare fino in Sicilia e tornare indietro. Ho percorso più di seimila chilometri in bicicletta per presentare il mio libro. Ricontattando persone che mi hanno ospitata l’anno scorso o altre che nel frattempo si erano appassionate al mio viaggio. Ho fatto 70 presentazioni in tutta Italia da maggio: mi sono divertita come una matta e ho deciso che partirò per il giro del mondo in bicicletta l’anno prossimo».                               
A




http://www.ioacquaesapone.it/articolo.php?id=2083 azzardo+

15/08/15

Due poeti libertari CANTICO DEI FOLLETTI DI VETROFabrizio De André e l'amico e poeta Riccardo Mannerini

le  recenti vicende  dei morti per  droga  e per  lo sballo  (  senza  droghe  )   mi hanno fatto ricpordare  questo  post  dell'amico  matteo tassinari  

http://alice331.blogspot.it/2015/08/due-poeti-libertari.html
Fabrizio De André e l'amico e poeta Riccardo Mannerini


Tutti      moriremo


soli    e a stento

Era il  1968, un anno come tanti, quando uscì Tutti morimmo a stento mente, un Lp che spinse De André a mettere benzina nelle sue virtù artistiche. In un'intervista, Fabrizio disse a proposito di TUTTI MORIMMO A STENTO: "In effetti, a ripensare le canzoni sono tutte belle. Forse è solo il predicozzo finale, il recitativo, che oggi mi dà fastidio". E' inutile. De André non riusciva a combinare qualcosa di perfetto anche quando lo era.
E' però entusiasta

dell'album invece, il discografico di De André, Antonio Casetta, che probabilmente ebbe l'idea di realizzarne una versione in inglese. Non si sa chi effettuò le traduzioni, ma tant'è. De André "riincise" tutto l'album in inglese (si presume riutilizzando le basi musicali). Il disco però non uscì mai sul mercato, e se ne perse traccia. Un piccolo estratto, circa 30 secondi, venne trasmesso in una trasmissione di Rai2 che parlava di rarità.
Nel settembre del 2007
un collezionista mostrò un album, trovato negli USA, con la copertina completamente diversa da quella italiana a dimostrazione che Casetta era arrivato a produrre almeno un vinile. I titoli delle canzoni erano stati tradotti. Per quanto si può valutare ad un ascolto parziale, l'inglese sfoggiato da De André non è gran ché fluido e la resa è lontana, per esempio, dal saggio di bravura della versione spagnola di Smisurata preghiera. Ma il disco si fa ascoltare e la voce calda di Fabrizio mantiene intatta la sua bellezza.
L'apice amicale
Perché l'avventura americana non sia andata a buon fine, questo ancora oggi non s’è capito bene. Un mistero. Più chiaro, invece, è l'episodio dell'uscita o pubblicazione di "Senza orario senza bandiera" fu un successo straordinario, un successo per tutti, anche per Riccardo Mannerini che poté così vivere il periodo più felice della sua tormentata vita artistica e privata. La celeberrima “Cantico dei drogati”, da considerarsi l’apice del sodalizio amicale e artistico di Frabrizio e Riccardo e che sarebbe stata inserita in Tutti morimmo a stento, concept album registrato nell’agosto del 1968 e pubblicato l’anno successivo. Lp che provocò a De André un risentimento forte e pentimenti per alcune parole che non avrebbe scritto..
Il Frigorista

Mentre faceva il frigorista su una nave da carico, un incidente lo rese praticamente cieco. Ciò nonostante continuò a scrivere poesie, come aveva sempre fatto. Ebbe una moglie, Rita Serrando, che gli restò accanto per tutta la vita e un figlio, Ugo. Morì nella primavera del 1980. Mannerini era anche un grande giocatore di scacchi, e s'iscriveva ai concorsi per parteciparvi, diceva Mannerini: "Gli scacchi sono come le donne, non sai mai che mossa faranno". Fra i due nacque una sincera un'amicizia che durò più di 20 anni, sapendo come sia stato lasciato solo alla fine della sua vita. 
Mannerini e De André erano uniti da profonda amicizia, tanto da condividere un monolocale soppalcato in salita Sant'Agostino dove passare i pomeriggi e le notti dell'angiporto genovese, a fianco di via Prè. Si erano conosciuti in casa di amici comuni e il loro sodalizio portò alla musica capolavori indimenticabili come il Cantico dei drogati, appunto, e Senza orario senza bandiera, primo album dei New Trolls. Fu lui - attivista della Federazione anarchica genovese, come tale noto anche alla polizia ad approfondire in De André il sentimento anarchico. Fu seguito dai Servizi per 20 anni senza tirar fuori nulla. Avranno la soddisfazione di aver visto molti concerti del Faber.
L'osceno gioco
Cantico dei drogati, derivata da versi di Mannerini in virtù di una rivisitazione poetica quale solo il miglior Faber più puro e idealista sapeva produrre. Un autentico capolavoro che dopo oltre quarant'anni conserva ancora intatta tutta la sua valenza, originalità e potenza espressiva. Ecco alcuni passaggi della poesia Eroina dai quali Fabrizio ha chiaramente tratto spunto dalle poesie di Mannerini. "Grazie all'alcool la fantasia viaggiava sbrigliatissima", dice De Andre' e, assieme al suo amico anarchico, poeta, marinaio, viene nelle nostre menti a parlarci dei Folletti di Vetro, di un "Osceno Gioco" e, già, di una madre al quale non si sa come confessare la propria paura.
Riccardo
Mannerini
quante volte devono essersi detti che quest'uomo portava il mio stesso nome. Marinai per destino o per forza. Riccardo che ormai non vedeva più che folletti, dato che la luce nei suoi occhi s'andava spegnendo sempre di più. Gli occhi regalati ai padroni, i suoi occhi per loro. Nessuno glieli ridiede, neanche come i fiori restituiti in novembre. Mannerini, era decisamente una delle figure più importanti e formative, della sua vita. In questo senso si nota la ricerca di una figura paterna a cui era molto, forse troppo, attaccato a suo padre, prima Bindi, poi Brassens, poi ancora Mannerini.
Il "Perfettore"

Si, De André era il “perfettore” ossia colui che rende speciale e magnifica una cosa già bella di sua. Il manifesto pubblicitario del libro di poesie di Riccardo Mannerini pubblicato nel 2009 recitava: "Come potrò dire / a mia madre / che ho paura? ... Ho licenziato / Iddio / e buttato via una donna/ Sono sospeso a un filo / che non esiste / e vivo la mia morte / come un anticipo tremendo. Solo quando / scadrà l'affitto / di questo corpo idiota / avrò un premio. / Sarò citato / di monito a coloro / che credono sia divertente / giocare a palla / col proprio cervello". Mannerini, era uno che ci teneva alle sue idee, e non voleva sporcarle con la realtà,
La droga
di cui vivevano
Riccardo e Fabrizio era l'alcol. Nelle parole di De André: "La mia droga è stata l'alcol, io ero proprio marcio fino al 1985. Bevevo due bottiglie di whisky al giorno, e questo praticamente da quando avevo diciotto anni, da quando ero andato via di casa. Ne sono uscito perché mio padre, con il quale avevo ricostruito un ottimo rapporto, sul letto di morte mi chiamò e mi disse: “Promettimi una cosa e io: Quello che vuoi papà.Smetti di bere. E Faber esplose in un: ma porca di una vacca maiala, ma proprio questo mi devi chiedere?” Io, praticamente, avevo un bicchiere in mano. Ma ho promesso. E ho smesso. 

Scrivere il Cantico dei drogati,
che aveva una tale dipendenza dall'alcol, ebbe un valore liberatorio, catartico. Però il testo non lo spaventava, anzi ne era compiaciuto. E' una reazione frequente, tra i drogati quella di compiacersi del fatto di drogarsi. E’ normale fra drogati o alcolizzati compiacersi di bere o eroina. I personaggi della canzone che inizialmente doveva intitolarsi Cantico dei folletti di vetro (il vetro delle bottiglie dei superalcolici), sono i drogati rappresentati dall'interno.

Un viaggio nella
mente di chi ha "il vuoto nell'anima e nel cuore", non riesce che a blaterare suoni incomprensibili e vive in un mondo popolato di fantasmi ("non vedo più che folletti di vetro").
La speranza in un futuro migliore se n'è andata ("chi mi riparlerà di domani luminosi / dove i muti canteranno e taceranno i noiosi"), "i mediocri continueranno ad avere ragione, i semplici staranno zitti". Si recrimina sul mondo (le "grandi pattumiere") e su chi ci ha messo al mondo, un misto di scabrosi esseri, privi di poesia. 

25/05/12

ricordo per chi non c'è più


Non restare a piangere sulla mia tomba.
Non sono lì, non dormo.
Sono mille venti che soffiano.
Sono la scintilla diamante sulla neve.
Sono la luce del sole sul grano maturo.
Sono la pioggerellina d’autunno.
Quando ti svegli nella quiete del mattino…
Sono le stelle che brillano la notte.
Non restare a piangere sulla mia tomba.
Non sono lì, non dormo
antonio  Ronchi  di radio faber  

15/05/12

Ricordi tanti e nemmeno un rimpianto La Spoon River di Lee Faber di Matteo Tassinari




                                                      Il suonatore Jones


                                 
E' difficile, oggi più di 10 anni fa, con un blog, intrattenere qualcuno senza che questi con un occhio legga il post e con l'altro sfogli Repubblica, Wired o Vanity Fair. Mi sto rendendo conto che il linguaggio blogger è diventato esclusivamente "utilitaristico", per allacciare rapporti (o continuarli) non certo per comunicarsi facendosi architrave di altrui pensieri. Quando mi trovo al confronto con tal punto, o il non aver chiaro cosa gli altri pensino, lascio il compito a Fabrizio De André di non fregarmi in questo mio adolescente desiderio di voler parlare come i bambini che chiedono 3 perché per la stessa cosa. Un pò vecchio a zughè incora e burdèl, diceva nonna Iole. Perché la goffaggine è sempre attenta a specchiarti in vetri narcisi, chi in un modo chi nell'altro, le grame le facciamo. Per questo ridiamo e quindi, esorcizziamo anche il male 

Il bombarolo

Come la polenta con l'insalata, "L’Antologia di Spoon River" è una raccolta di epitaffi raccolti dal Mirror nel 1915 a firma di Edgar Lee Master. 244 personaggi, un intero villaggio, arti mestieri, una lucida analisi della società americana di quell’epoca. Fernanda Pivano, venuta in possesso grazie a Cesare Pavese dell’originale manoscritto inglese, lo tradusse nel 1942, cosa che piacque molto a Fabrizio "perché fu un atto che dimostrava un grande coraggio". De André inizia a lavorare su 9 poesie dell’antologia, ovvero, la Collina, Un matto, Un giudice, Un blasfemo, Un malato di cuore, Un medico, Un chimico, Un ottico e il suonatore Jones. Non traducendo, bensì, ricostruendo completamente l’opera e in alcuni casi, secondo la Pivano, superando addirittura l’originale per efficacia e profondità poetica. Nelle note di copertina la "Nanda", com'era conosciuta negli ambienti letterari, scriverà dell'autore della "Buona novella": “Fabrizio ha fatto un lavoro straordinario con l'Antologia di Spoon River di Master. Gli ha dato linfa nuova alle poesie, rendendole molto più attuali. Ha fatto un lavoro splendido. Sono molto più belle quelle di Fabrizio, che quelle di Master, ci tengo sottolinearlo”

"La canzone del Maggio"

Non c’è dubbio che sia Master che De Andrè siano due grandi poeti. Tutti e due pacifisti, tutti e due anarchici libertari e tutti e due evocatori di coloro che sono stati i sogni di molti di noi. Faber sarà sempre attuale, essendo un poeta di tale levatura che gli riesce bene scalcare i secoli. In questo, modo, con queste note, nel 1971 esce l'Lp “Non al denaro, non all’amore ne al cielo”. In mezzo ai personaggi del disco, spicca la figura del suonatore Jones, perché è l’unico ad avere un nome, perché è il suonatore e non un suonatore. Fabrizio lega chiaramente la sua storia intellettuale ed umana a quella del libero suonatore Jones, individualista che mangia per strada nelle ore sbagliate, portatore nell’Italia dei primi anni ’70, di valori non certo ben visti dal consociativismo borghese democristiano 

Anarchiaperfezionamento democratico

Riteneva che l’anarchismo fosse un perfezionamento della democrazia: “Mai avrei fatto la lotta armata, ma condividevo tutti quelli che oggi definiscono gli eccessi 68ini. Se alle manifestazioni un autonomo sgangherato, iniziava a tirare pistolettate, questo non lo condividevo sicuramente, ma condividevo la rivolta di un certo modo di amministrare la società” e conclude. “Il fatto che la rivolta non sia riuscita, forse è un bene se è vero che il grosso problema di ogni rivoluzione, i rivoluzionari finiscono di essere tali per  di ogni rivoluzione avvenuta è che una volta preso il potere, i rivoluzionari cessano d’essere tali per diventare amministratori”. Sulla base di queste considerazioni, prende forma nel 1979 anche il nuovo Lp “Storia di un impiegato” arrangiato da Nicola Piovani. Un album non felice secondo Faber, intriso d’ ideologia, Fabrizio non trova la giusta misura delle cose. E’ anima speciale la sua, senza mitizzarla, per carità, fugga da me la voglia di farne un santino, perché è sempre uguale alla prossima persona che incontrerò, ma non si chiamerà Fabrizio De Andrè. Chiuso. Tornando a Faber e non a me, la storia è quella di un impiegato che ascolta una canzone del maggio francese, una canzone di lotta. Una canzone di accusa a coloro che non hanno partecipato, che hanno avuto paura, e ricorda che ciascuno è coinvolto. E’ un disco molto complesso, quasi un presagio sulla triste vita politica degli anni ’70

"Verranno a chiederti del nostro amore"

Ma “Storia di un impiegato” contiene anche uno dei più alti esempi di canzone d’amore della storia della musica popolare italiana: “Verranno a chiederti del nostro amore”. Una lettera o comunque un monologo di un impiegato che guarda indietro e vede una storia fallimentare, conclusa con il suo ripiegamento ad una vita borghese con la sua ex compagna, piena di superfluo e agi quanto di schiavitù nascoste e indicibili. Nella sofferenza dell’impiegato, s’intuiscono parole sarcastiche molto dure, e un testo lungo al limite della prolissità. Lo stesso De Andrè comunque non sarà mai contento della riuscita di “Storia di un impiegato” e forse è l’album che più di ogni altro l’ha fatto sempre incazzare in qualche modo. Alla fine degli anni ’70 indugia spesso con la bottiglia e con la moglie Puny le cose vanno male ma senza inimicizia. Un disagio vissuto in due. Amore anche nel dirsi addio. O è troppo? Lo chiedo ai Catoni o Censori di turno, persone ben precise nella funzione delle loro qualificate discipline

Il poeta americano Edgar Lee 

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