Visualizzazione post con etichetta Eataly. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Eataly. Mostra tutti i post

18/02/14

anche il cibo ha dele storie da raccontarci ed una di queste è quella di Oscar Farinetti

vere  o false   che sia  le accuse   che gli vengono rivolte  da ilfattoquotidiano  o dal ilgiornale   ( vedere  qui)Egli a  differenza  di altri   imprenditori  pessimisti  o  arraffoni in fuga  dall'Italia  ha  avuto  coraggio   con  Eataly di investire in eccellenza .

da l'unione  sarda  Edizione di lunedì 17 febbraio 2014 - Politica Italiana (Pagina 8)
Giuseppe Deiana
Fino al 2003 vendeva frigoriferi, lavatrici e televisori. Poi ha ceduto la catena Unieuro (con lauta plusvalenza) alla britannica Dixons Retail e ha deciso di dare sfogo alle sue passioni: terra, vino, prodotti agroalimentari e tutto ciò che riguarda il made in Italy a tavola. Oscar Farinetti, 60 anni il prossimo 24 settembre, imprenditore di successo e
grande amico di Renzi (anche se ha rifiutato il ministero dell'Agricoltura), ha messo insieme un impero che conta dieci sedi tra Italia, Stati Uniti e Giappone e che nel 2017 potrebbe essere quotato in Borsa. L'obiettivo? «Raccontare ciò che mangiamo».
Il suo ultimo libro, “Storie di coraggio”, è dedicato al mondo del vino: è passione o business?
«Devono esserci entrambi. Il business non si può fare senza passione e senza emozione e allo stesso tempo, la passione da sola non va. In Italia abbiamo mille vitigni autoctoni, siamo il secondo produttore di vini al mondo, un mercato che vale 60 miliardi. La Francia ne fa 21, noi appena dieci con lo stesso numero di ettolitri».
Lei ha oggi otto cantine, tra cui quella storica di Fontanafredda, fondata da Vittorio Emanuele II.
«Sono stato fortunato nella mia vita, non avevo terreni in eredità e li ho acquistati. Ma suggerisco a tutti, anche i piccoli produttori, di ripartire dai terreni, magari da un ettaro di vigneto, sviluppandolo pian piano. Ci sono zone, come le Langhe, dove la terra è carissima, ma in tanti altri posti, compresa la Sardegna, non è così».
Perché raccontare il coraggio attraverso il vino?
«Ho usato la categoria del vino, potevo usarne molte altre, per raccontare che si può fare. Certo, c'è differenza tra Walter Massa, che è riuscito a sfondare in una povera zona del tortonese, partendo da un vitigno autoctono, e Piero Antinori, erede di 26 generazioni di produttori. Anche lui, però, ha mostrato coraggio. Si deve credere in quello che si fa e ho fiducia nei giovani. Può darsi che questo periodo di crisi faccia venire la voglia di tornare on land , alla terra madre».
Lei però non narra e basta, vende il cibo su larga scala.
«Niente si vende se non viene narrato, non ha valore aggiunto. E i francesi sono più bravi di noi. Pensi ad esempio allo champagne: non c'è ricorrenza nella quale non lo si evochi. Ecco, perché il prezzo medio è molto più alto dei nostri spumanti. Cerco di spiegare con Eataly che il nostro cibo non veniva narrato: non esiste solo la mela, ma 200 tipi e bisogna spiegare come è coltivata, come viene raccolta. Con il progetto “Vino libero” raccontiamo cosa c'è dietro il semplice bicchiere».
Quali prodotti sardi apprezza?
«Sui vini la Sardegna ha fatto progressi enormi. L'Isola ha la maggiore area coltivabile non utilizzata e quindi si può lavorare sui terreni e sui vitigni autoctoni. La Sardegna merita di essere narrata per i suoi vini, i formaggi e anche i salumi. Ho assaggiato alcuni prosciutti sardi e non hanno niente da invidiare alle eccellenze».
Quale prodotto sardo vorrebbe avere all'interno di Eataly?
«Vini ne abbiamo tanti, per esempio quelli di Gavino Sanna, che con Mesa ha fatto un grande investimento nell'Isola. Comunque possiamo migliorare. Abbiamo il pecorino che è una vera eccellenza. E la fregola è un piatto straordinario che si presta a essere cucinata in mille modi. Abbiamo iniziato a farla nei nostri ristoranti. A volte arriva un bel prosciutto sardo, ma dobbiamo dare un po' di più all'Isola. E poi c'è una tradizione enogastronomica d'eccellenza, a partire dal porceddu».
Piatti che suscitano emozioni?
«Direi proprio di sì. Ci sono perle rare che vanno raccontate. La vostra è una regione che “suona” bene nel mondo, è conosciuta e ha fama internazionale. Dovete partire da lì per sfruttare la maggiori potenzialità di espansione rispetto ad altre regioni coltivate più intensamente. È importante che non passi l'idea che nella vostra isola si possano coltivare i terreni per produrre biocarburanti».
Crede ci sia questo rischio?
«Ho paura di sì e credo debba partire da voi sardi un movimento culturale di riscossa, cercando un leader che porti sviluppo».
Un movimento che pensi locale e agisca globale, è il suo motto.
«Proprio così, è il contrario di quello che ci hanno insegnato nelle scuole di marketing: narrare la biodiversità ed essere padroni delle tradizioni locali, per poi venderle nel mondo».
Che scopo ha il suo elogio dell'imperfezione.
«È una forma di realismo: siamo imperfetti. Bisogna cercare di arrivare vicino alla perfezione, ma anche essere pronti a scendere a compromessi per fare. In Italia c'è una sproporzione enorme tra ciò che si dice e ciò che si fa. E se continuiamo ad agire come nell'ultimo ventennio, non combiniamo niente, invece bisogna accettare l'imperfezione e i compromessi».
È una condanna della vecchia classe politica?
«Esatto. Mi piace Renzi perché si pone degli obiettivi, non è polemico, gestisce la sproporzione tra il dire e il fare. E io sono per le persone che fanno, c'è gente che non combina niente da 30 e continua a stare in Parlamento».
È diventato grillino?
«La mia non è una visione grillina. C'è un confine: dopo la protesta, bisogna partire e fare le robe, accettare compromessi, mentre i grillini si fermano alla protesta. L'Italia oggi usa tanto tempo per lamentarsi e poco per costruire».
Però lei viene mal visto da una certa sinistra, per esempio perché non difende l'articolo 18.
«Questo è l'ultimo dei problemi, una cavolata. Bisogna cambiare un po' di cose e lo ha detto anche la sinistra. I posti di lavoro si ottengono con progetti e nuovi servizi, mica con l'articolo 18».
Ultima domanda: lei viene accusato da alcuni giornali di assumere precari, pagati 800 euro al mese.
«Guardi, quelli sono quotidiani scandalistici. Non è vero. Non ho mai querelato nessuno, vorrei continuare su questa linea, ma le ribadisco che non è vero e non rappresenta la stampa chi scrive falsità per vendere. Per cui a questo non rispondo».

Archivio blog

Si è verificato un errore nel gadget