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09/04/17

AGLI UNICI




No, non è una festa. Ha i paramenti rossi come il sangue. E sangue ne è scorso a fiumi, oggi, ad Alessandria e al Cairo. Vittime, ancora una volta, i cristiani copti, massacrati dai jihadisti durante la Messa delle Palme. Il sorriso di questa domenica mostra i denti, finge il tripudio ma prelude alla Passione. In Egitto, terra così vicina a quella di duemila anni fa, il buio è piombato all'improvviso. 
Non è la prima volta. Lontani i momenti in cui il futuro papa copto Shenuda III veniva allevato da una famiglia musulmana e giocava coi figli di quest'ultima in qualche cortile a Cleopatra. Da molti anni i cristiani sono nel mirino del Daesh; il martirio di Sirte, due anni fa, ne rappresentò solo l'episodio più sconvolgente. 
Ma chi sconvolse, poi? Europa e Usa, no davvero. I media neolaici continuano a disinteressarsi della sorte dei cristiani mediorientali; e lo stesso può dirsi di certo terzomondismo "progressista". In effetti, per quest'ultimo sembra non esistano chiese distrutte in Medio Oriente, non famiglie perseguitate, non bambini rapiti e convertiti a forza. 


L'immagine può contenere: spazio al chiuso
Forse non li considerano abbastanza indigeni per destare interesse.Forse li ritengono un prodotto del colonialismo europeo.
Forse pensano Gesù provenga da Lentate sul Seveso e non li sfiora neppure l'idea che quei luoghi non sono nati musulmani, bensì cristiani.
Forse, e senza forse, si vergognano di loro. Non li prevedono. Oggi, un occidentale desideroso di passare per aperto, intelligente e dialogante "deve" rinnegare il cristianesimo. 
Ebbene: queste vittime, questi morti mettono a soqquadro il perbenismo corretto. Il quale, del resto, ha i giorni contati. Molto presto saranno costretti ad ammetterlo: sì, li uccidono perché cristiani. I cristiani vengono martirizzati, oggi come ieri. Addirittura più di ieri, secondo osservatori qualificati e secondo papa Bergoglio, atteso proprio in questi giorni. I cristiani sono inscindibili dalla croce. 
E non perché amino la sofferenza, ma perché ne sono attraversati, lo siamo tutti, è la cifra del nostro esistere. Averlo dimenticato significa vivere fra parentesi, simulare la festa. In tal modo non resta nulla, se non un'idiota allegria di naufragio, ondivaga come la folla. Che prima acclama, poi ripudia.
I nostri fratelli e sorelle copti, appena calcato il terreno della città, sono stati crocifissi. Vittime designate. È l'unica, lapidaria realtà. 
E oggi, in questa domenica delle Salme, per sentirmi realmente vicina a tutti, devo distinguere quelle morti, restituir loro l'originale, specifica fisionomia. Non voglio mescolarle a nessun altro. Oggi, affinché la mia solidarietà universale non risulti posticcia, sono cristiana copta.





© Daniela Tuscano
(Grazie per l'immagine alla comunità "Gesù Buon Pastore" di Madre Longhitano)

12/03/15

CANTO DI PRIMAVERA - A Trezzano s/Naviglio musica, arte e spiritualità sulle note di Renato Zero

Renato Zero e il sacro: binomio possibile? Madre Maria Vittoria Longhitano, presbitera della comunità episcopale "Gesù Buon Pastore" e prima donna sacerdote in Italia, è convinta di sì; e il 21 marzo 2015, a Trezzano sul Naviglio (Milano) propone un "momento di riflessione e passione" sul tema "Renato Zero: la ricerca del divino dietro le maschere della carne" (c/o Ri-MAFLOW, via
Boccaccio 1, ore 17.30). Madre Vittoria dialogherà assieme a Daniela Tuscano, autrice con Cristian Porcino del libro "Chiedi di lui - Viaggio nell'universo musicale di Renato Zero". L'evento sarà allietato dal violino di Jacopo Ciammarughi e si concluderà con un ricco buffet. Un modo diverso e stimolante per salutare l'arrivo della primavera.




                                                   Giulio Mezzanotti (DiTuttiColori, 11/3/2015)

09/01/15

SI', CAPO


Era la solita aurora scialbetta, nell'XI arrondissement. Un momento che, tutto sommato, ad Ahmed non dispiaceva. Certo, il biancore del cielo poteva metter tristezza. Ma gli bastava bollire il caffè in cucina per sentirsi famiglia. Minuti lenti, claustrali, riempiti dal suo esistere. A quarantadue anni non aveva ancora moglie e gli amici non mancavano di ricordarglielo: cos'era la vita senza una sposa né una discendenza? Non era forse il matrimonio, lo scopo del nostro passaggio sulla terra? A queste osservazioni Ahmed rispondeva con un sorriso ampio, tenero e definitivo. E nessuno osava insistere. Dopo tutto, Ahmed era un poliziotto. In realtà, una ragazza aspettava in qualche luogo, senza parlare. E si dileguava nelle nebbie, dopo il saluto. Un velo d'amica. Anche Dio era solo, anzi, unico e indivisibile. Eppure presente ovunque, per tutti.
Ogni mattina Ahmed faceva la sua ricognizione nei quartieri, dove trovava altri come lui. Francesi di seconda generazione, così li chiamavano. Da lontano, a cavallo della bicicletta, lo si poteva scambiare per un postino. Aveva l'aria sempre un po' sospesa, ma l'occhio non smarriva nulla. Conosceva qualsiasi ciottolo e davanzale. E volti, certo. Dell'uno annotava il sopracciglio alzato, dell'altro la mestizia del labbro, la scriminatura dei capelli. Anche quel certo profumo di fresco, proveniente da chissà chi, l'unico in grado di ammaliarlo, e allora qualcuno avrebbe veduto, nel poliziotto solitario, un palpito sottopelle, una passione dolce e bassa, che scivolava subito via.
Quando li portava in guardina, invece, sembravano tutti uguali. La voce scolorita. "Sì, capo", rispondevano al suo invito a seguirlo. Animali disarmati. Ma lui non infieriva mai. Era il suo modo di riscattarli dall'anonimato. Trasmettere il senso del dovere e della giustizia. Cos'altro serviva, per
onorare la vita?
Quella mattina l'aria frizzava un po' di più. L'ennesima ricognizione, stavolta vicino a un giornale satirico che sbertucciava tutto e tutti. Compresa la sua fede, presentata come sanguinaria, e lui si arrabbiava: ma l'Islam non è mica così!, e allora i suoi occhi, sempre giovani, perdevano l'atavica, premonitrice gravità e s'animavano d'un lampo inconsueto. Lo notavano i suoi colleghi ma anche gli scapigliati giornalisti: uno gli aveva fatto un lungo discorso altrettanto animato e pervaso d'atea religiosità, poi si era infilato in paragoni convulsi tra Ahmed e uno scrittore algerino quasi suo omonimo, l'amico di Paul Bowles, roba sentita a scuola. Ma lui era nato in Francia da genitori tunisini e gli dispiaceva soltanto quella visione distorta della realtà.
Paziente, però, era paziente. I mattoidi avevano subito numerose minacce, e lui sospirava. Quanta fatica, il mondo. Alla fine il giudizio spettava solo a Dio.
Ahmed il tranquillo viveva nel caos ma ciò che non sopportava era lo scoppio dei fuochi d'artificio. Gli sembrava una bestemmia imitare il suono mortifero degli spari. Più s'inoltrava nei boulevard, più incrociava gente concitata, e qualcuno vociava di questi scoppi ormai fuori tempo. Ma Ahmed scosse la testa e si rabbuiò. Non si trattava di mortaretti, ma di morte. E, in quegli istanti, Ahmed si trasformava in volpe. Non pensava mai, o meglio, il suo pensiero era la corsa. E si trovò già là. La sede del settimanale irriverente!
Poi vide in bianco e nero, poi solo il nero di boulevard Lenoir, della sagoma che si avventava contro di lui. Ebbe il senso d'una spirale, il casco che volava in alto, quasi un colpo sul ring, e la calce dura dell'asfalto. Eccolo involto in un fagotto, la tuta come un sudario, e quel giovane esagitato col fucile contro di lui, dai tratti così simili ai suoi, eppure così remoti. Incredulità di bambino, l'unica che possa vincere un poliziotto. "Vuoi uccidermi?" si sente chiedere, senza capire. "Sì, capo", e la conferma stavolta è davvero incolore; livida, metallica. Ricordi di luoghi inauditi, il sorriso d'oasi dei genitori, l'alabastro di strani monti, due occhi vellutati, i libri, il giuramento, le corse spettinate, una stanza candida. Poi un secondo colpo - et adieu, Ahmed.

                                                 © Daniela Tuscano

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