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12/03/15

CANTO DI PRIMAVERA - A Trezzano s/Naviglio musica, arte e spiritualità sulle note di Renato Zero

Renato Zero e il sacro: binomio possibile? Madre Maria Vittoria Longhitano, presbitera della comunità episcopale "Gesù Buon Pastore" e prima donna sacerdote in Italia, è convinta di sì; e il 21 marzo 2015, a Trezzano sul Naviglio (Milano) propone un "momento di riflessione e passione" sul tema "Renato Zero: la ricerca del divino dietro le maschere della carne" (c/o Ri-MAFLOW, via
Boccaccio 1, ore 17.30). Madre Vittoria dialogherà assieme a Daniela Tuscano, autrice con Cristian Porcino del libro "Chiedi di lui - Viaggio nell'universo musicale di Renato Zero". L'evento sarà allietato dal violino di Jacopo Ciammarughi e si concluderà con un ricco buffet. Un modo diverso e stimolante per salutare l'arrivo della primavera.




                                                   Giulio Mezzanotti (DiTuttiColori, 11/3/2015)

09/01/15

SI', CAPO


Era la solita aurora scialbetta, nell'XI arrondissement. Un momento che, tutto sommato, ad Ahmed non dispiaceva. Certo, il biancore del cielo poteva metter tristezza. Ma gli bastava bollire il caffè in cucina per sentirsi famiglia. Minuti lenti, claustrali, riempiti dal suo esistere. A quarantadue anni non aveva ancora moglie e gli amici non mancavano di ricordarglielo: cos'era la vita senza una sposa né una discendenza? Non era forse il matrimonio, lo scopo del nostro passaggio sulla terra? A queste osservazioni Ahmed rispondeva con un sorriso ampio, tenero e definitivo. E nessuno osava insistere. Dopo tutto, Ahmed era un poliziotto. In realtà, una ragazza aspettava in qualche luogo, senza parlare. E si dileguava nelle nebbie, dopo il saluto. Un velo d'amica. Anche Dio era solo, anzi, unico e indivisibile. Eppure presente ovunque, per tutti.
Ogni mattina Ahmed faceva la sua ricognizione nei quartieri, dove trovava altri come lui. Francesi di seconda generazione, così li chiamavano. Da lontano, a cavallo della bicicletta, lo si poteva scambiare per un postino. Aveva l'aria sempre un po' sospesa, ma l'occhio non smarriva nulla. Conosceva qualsiasi ciottolo e davanzale. E volti, certo. Dell'uno annotava il sopracciglio alzato, dell'altro la mestizia del labbro, la scriminatura dei capelli. Anche quel certo profumo di fresco, proveniente da chissà chi, l'unico in grado di ammaliarlo, e allora qualcuno avrebbe veduto, nel poliziotto solitario, un palpito sottopelle, una passione dolce e bassa, che scivolava subito via.
Quando li portava in guardina, invece, sembravano tutti uguali. La voce scolorita. "Sì, capo", rispondevano al suo invito a seguirlo. Animali disarmati. Ma lui non infieriva mai. Era il suo modo di riscattarli dall'anonimato. Trasmettere il senso del dovere e della giustizia. Cos'altro serviva, per
onorare la vita?
Quella mattina l'aria frizzava un po' di più. L'ennesima ricognizione, stavolta vicino a un giornale satirico che sbertucciava tutto e tutti. Compresa la sua fede, presentata come sanguinaria, e lui si arrabbiava: ma l'Islam non è mica così!, e allora i suoi occhi, sempre giovani, perdevano l'atavica, premonitrice gravità e s'animavano d'un lampo inconsueto. Lo notavano i suoi colleghi ma anche gli scapigliati giornalisti: uno gli aveva fatto un lungo discorso altrettanto animato e pervaso d'atea religiosità, poi si era infilato in paragoni convulsi tra Ahmed e uno scrittore algerino quasi suo omonimo, l'amico di Paul Bowles, roba sentita a scuola. Ma lui era nato in Francia da genitori tunisini e gli dispiaceva soltanto quella visione distorta della realtà.
Paziente, però, era paziente. I mattoidi avevano subito numerose minacce, e lui sospirava. Quanta fatica, il mondo. Alla fine il giudizio spettava solo a Dio.
Ahmed il tranquillo viveva nel caos ma ciò che non sopportava era lo scoppio dei fuochi d'artificio. Gli sembrava una bestemmia imitare il suono mortifero degli spari. Più s'inoltrava nei boulevard, più incrociava gente concitata, e qualcuno vociava di questi scoppi ormai fuori tempo. Ma Ahmed scosse la testa e si rabbuiò. Non si trattava di mortaretti, ma di morte. E, in quegli istanti, Ahmed si trasformava in volpe. Non pensava mai, o meglio, il suo pensiero era la corsa. E si trovò già là. La sede del settimanale irriverente!
Poi vide in bianco e nero, poi solo il nero di boulevard Lenoir, della sagoma che si avventava contro di lui. Ebbe il senso d'una spirale, il casco che volava in alto, quasi un colpo sul ring, e la calce dura dell'asfalto. Eccolo involto in un fagotto, la tuta come un sudario, e quel giovane esagitato col fucile contro di lui, dai tratti così simili ai suoi, eppure così remoti. Incredulità di bambino, l'unica che possa vincere un poliziotto. "Vuoi uccidermi?" si sente chiedere, senza capire. "Sì, capo", e la conferma stavolta è davvero incolore; livida, metallica. Ricordi di luoghi inauditi, il sorriso d'oasi dei genitori, l'alabastro di strani monti, due occhi vellutati, i libri, il giuramento, le corse spettinate, una stanza candida. Poi un secondo colpo - et adieu, Ahmed.

                                                 © Daniela Tuscano

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