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12/10/13

Lauree lavorando Rachid Khadiri Abdelmoula e Daniela Ribon

musica  consigliata  ed in sottofondo  Eroe-Caparezza

Ora   i buonisti   d'accatto mi  diranno che  sono razzista  ,  e quelli  dell'ultra  destra     che  mi  sto  convertendo  .  Ma  sinceramente , queste cose  mi scivolano via    . Infatti   chi realmente  mi conosce  sa  che non lo  sono  .Perchè   entrambi  italiani o extra comunitari   nel bene  ( i, come in questo  caso  , o  nel male     sono uguali  . Qui non intendo  fare  confronti beceri  ma   voglio solo  far riflettere , evidenziano di  come i  media  esaltano anzi meglio  rendono : << Storia diversa per gente normale \storia comune per gente speciale >> ed ignorano  di come   molti studenti-lavoratori italiani ignorati da media e istituzioni. Che studiano, lavorano, si pagano da soli gli studi e talvolta aiutano economicamente la famiglia. Addirittura crescono figli e quindi studiano nell'unico ritaglio di tempo libero: la notte. Ore sottratte al sonno e al riposto per conseguire una laurea senza pesare a nessuno. Senza agevolazioni fiscali, licenze regalate, attività detassate, sconti sulle spese universitarie. Il solo aiuto, eventuale, di borse di studio conquistate con merito.
  

la  prima  è  da www.repubblica.it del 9\X\2013




"Mi sono laureato vendendo accendini":
la straordinaria storia di Rachid

Ecco la storia straordinaria di un immigrato marocchino che vendeva accendini in strada a Torino per pagarsi gli studi al Politecnico. E che oggi è dottore in ingegneria
Rachid, ti fanno le foto? Che cosa hai combinato? ». Pomeriggio affollato nel cortile del Politecnico. Tutti conoscono la storia del marocchino che si è laureato vendendo accendini e fazzoletti, e scherzano da vecchi amici. Ma questo è il lieto fine: «All’inizio erano scioccati. Capitava per caso, sotto i portici del centro. Io li osservavo. I più non dicevano nulla. Succedeva quasi sempre così. Li vedevo arrivare da lontano. Erano i miei compagni di corso, ragazzi come me. Li avevo visti al mattino a lezione, non potevano scambiarmi
per un altro. E infatti mi fissavano. Si avvicinavano, si avvicinavano. Poi, di colpo, si allontanavano frettolosi, senza dire una parola». Quanto tempo è andato avanti questo gioco? «Poco, per fortuna. Perché al mattino, nelle aule del Politecnico, qualcuno ha cominciato a chiedere: “Ma noi ci siamo visti ieri pomeriggio sotto i portici di via Po?”». Così, poco per volta, tutti hanno saputo. Ed è stato un bene: «Sì perché molti sono diventati amici veri. Se sono arrivato alla laurea triennale devo ringraziare anche loro, i tanti che mi hanno aiutato nei momenti di difficoltà. Se c’è una cosa bella dell’Italia è questa disponibilità che ho trovato in molte persone».
Happy end ma storia difficile. «Vedi qui sotto il sopracciglio? È il taglio di un pugno. Era un gruppo di ragazzi. Avranno avuto sedici anni. In via Roma, una notte. Avevo la mia mercanzia. Mi sono volati addosso. Mi insultavano. Un branco di razzisti. Mi hanno picchiato. Sarebbe andata peggio se non fossero intervenuti dei passanti. Vedi, anche qui, in fondo c’è del buono. Io ho sempre fatto così. Quando capita qualcosa di brutto devi cercare l’aspetto positivo, fare un reset e ricominciare da capo. È la regola del grafene: adattarsi per diventare più resistenti ».
Adattarsi. A Kourigba non era possibile. La famiglia di Rachid, padre, madre e sette fratelli, viveva di agricoltura e allevamento: «Ma la terra era poca e noi eravamo tanti. I miei due fratelli più grandi sono venuti in Italia per primi. Said è andato ad Alba, in provincia di Cuneo. Per questo ha dovuto imparare un po’ di dialetto piemontese, perché nei paesi se non parli il dialetto non sei nessuno. A me non è capitato, sono arrivato direttamente in città. Già è stato difficile, il primo mese, capire l’italiano in prima media».
Agosto 1999, la vecchia Golf dei fratelli di Rachid attraversa lo stretto di Gibilterra, corre lungo le autostrade del sud della Spagna
affollate di turisti, raggiunge il golfo di Marsiglia e supera la frontiera di Ventimiglia prima di puntare su Torino. «Ogni estate i miei fratelli tornavano dall’Italia e raccontavano meraviglie. Dicevano che c’erano un sacco di possibilità di lavoro. Io ero affascinato. Un giorno ho detto a mia madre: “Qui a scuola non ci vado più. Voglio seguirli in Italia” ». E la realtà si è dimostrata all’altezza delle aspettative? «Quando siamo arrivati ad agosto non mi rendevo conto di quanto freddo possa esserci qui. Certo, i miei fratelli avevano un po’ esagerato. È umano no? Se no come spiegavano che erano andati via dal paese?».
Rachid è una delle centinaia di stranieri che frequentano uno dei politecnici più ambiti d’Italia. Arrivano da tutto il mondo ma pochi vivono di espedienti come lui. «Il conto è presto fatto. Se calcoli una media di 20 euro al giorno riesci a portare a casa 600 euro in un mese. Una parte finisce nella mia quota di affitto: vivo con i fratelli. Un’altra va in vitto, libri e bollette ». E spesso non basta: «Lo so bene. Solo qualche mese fa abbiamo rischiato che ci togliessero il gas per qualche bolletta non pagata. Ma in questi casi è sempre arrivato qualcuno che ci ha tolto dai guai. Poi io sono riuscito a ottenere due borse di studio. Questo ultimamente non capita più. I soldi mancano anche all’Università e i criteri sono diventati più rigidi ».
La crisi colpisce anche persone intraprendenti come Rachid. Li colpisce due volte. La prima con la stretta sulle borse di studio e sulle tasse universitarie. «E la seconda con il crollo delle vendite di fazzoletti e foulard. Ci sono dei giorni che trascorri ore sotto i por-
tici e non metti in tasca nemmeno dieci euro. Che ci sia la crisi non te ne accorgi solo dai soldi. Te ne accorgi dalla rabbia della gente. Da come in tanti ti mandano a quel paese quando ti avvicini. Ti urlano dietro, se la prendono con te».
Assorbire per tutto il pomeriggio il veleno che ti sputa in faccia l’Italia incazzata e tornare a casa la sera a studiare geometria e analisi 1: un vero e proprio esercizio zen. «Il primo anno al Politecnico ho davvero avuto paura di non farcela. Quei due esami erano la mia bestia nera. Mi preparavo, studiavo di notte e venivo bocciato. Ci ho messo mesi e mesi a passare analisi 1. Poi, a giugno, in una bella giornata che ricorderò sempre, sono riuscito a sbloccarmi. Quella volta, quando il professore mi ha detto che avevo superato l’esame, ho capito che se stringevo i denti avrei potuto farcela davvero ».
Perché sia davvero un lieto fine non basta la laurea triennale e per quella magistrale ci vogliono ancora due anni di studi e fazzolettini. Rachid spera che non sia così: «Per me questa è solo una tappa. Voglio immaginare che con la laurea triennale ci sia qualche studio di ingegneria che possa farmi lavorare. Sarebbe importante capire presto che cosa è davvero il mondo del lavoro in questo mestiere. Certo, non nascondo che trovare il lavoro in uno studio per me vorrebbe dire abbandonare finalmente la vetrina ». Il salto sociale che non solo lui ma tutta la famiglia ha sognato da quindici anni. «Io non sono solo. I miei fratelli e i miei cugini hanno lavorato anche per me, si sono sacrificati perché studiassi in questi anni. Senza di loro non ce l’avrei mai fatta». Rachid è il front man di un gruppo rock, l’ultimo velocista di una staffetta sociale, il rugbista che i compagni sollevano perché possa salire in cielo a catturare il pallone. Dietro di lui c’è un lavoro di gruppo, diviso tra l’Italia e il Marocco, tra i fazzoletti di carta che i fratelli vendono nel centro storico e il piccolo terreno coltivato a Kourigba dalla madre e dagli altri fratelli rimasti in patria. Tutti hanno puntato su di lui, tutti lui oggi deve ringraziare.
E dopo? Che cosa c’è nelle prossime sequenze del film sulla favola bella dell’ingegnere dei fazzoletti? Una sola certezza: «Il principale obiettivo è il lavoro. Un lavoro buono, da ingegnere, che serve per vivere e serve perché ti piace». Non sono molti i cantieri aperti a Torino in questo periodo, anche la vita dell’ingegnere civile rischia di essere grama: «Ti sbagli. Stanno costruendo due grattacieli, una stazione nuova, il passante ferroviario. E in ogni caso, se non troverò lavoro qui andrò altrove. Ho fatto tremila chilometri da casa mia per arrivare in questa città e cercare di avere un titolo di studio. Non mi sconvolge certo l’idea di spostarmi da un’altra parte se sarà necessario. Caro giornalista ricordati una cosa: il grafene non si spaventa. Resiste quattro volte più dell’acciaio».


La seconda   è quella di Daniela Ribon, di San Donà di Piave, laureatasi presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia tratta  da  http://www.qelsi.it/2013/  del 10\X\2013  


Sono seconda di tre sorelle, di una famiglia povera ma dignitosa che ci ha sempre insegnato a lavorare e ottenere ciò che vogliamo con fatica e sudore. Il mio sogno è sempre stato quello di laurearmi in Lingue e fare la giornalista, oltre a viaggiare. Così mi sono iscritta all’Univesità Ca’ Foscari di Venezia nel 1994“. Una storia come tante, all’apparenza, ma Daniela non ha dimenticato gli insegnamenti dei suoi genitori e non ha voluto pesare sulla famiglia: “Per mantenermi agli studi facevo la cameriera in pizzeria. Poi nel 1996 è nata la mai amata prima
figlia Diletta. Ho smesso di lavorare in pizzeria ed ho iniziato a fare supplenze. La mattina a scuola e il pomeriggio con la bimba al parco o a giocare alle bambole. Poi è arrivato il mio secondo adorato figlio Diego Teodoro. Stessa vita, di giorno supplente, il pomeriggio mamma e la sera studentessa“.
Mamma e studentessa, ma di conseguenza anche lavoratrice, per potersi mantenere non solo gli studi, ma anche vitto, alloggio e prole. Senza l’aiuto di nessuno, anzi con qualche ostacolo: “Il mio ex non sopportava che studiassi e mi prendeva in giro dicendo che mai mi sarei laureata. Nel 1999, oltre a dare esami ho studiato per il concorso per la scuola primaria e l’ho vinto. Studiavo sempre e solo di notte perché di giorno mi dedicavo all’educazione dei miei figli e a loro volevo dedicare tutto il mio tempo libero. La notte loro dormivano e non avevano bisogno di me, quello era il tempo per me“.
L’unico aiuto è arrivato da una borsa di studio: “Ho vinto una borsa di studio di circa tre milioni (di vecchie lire n.d.r.), ossigeno per le scarse finanze. Solo mia mamma sapeva la data degli esami perché il mio ex pur di non farmeli fare mi sequestrava l’auto, che era sua, o mi strappava libri e appunti“.
Daniela però non si è arresa e ha continuato a lottare. Da sola: “Non potendo frequentare andavo a ricevimento dai docenti per concordare il programma e quella diventava l’occasione per fare un gita a Venezia con i miei bimbi. Con la tesi è arrivata anche la fine del mio matrimonio. Il giorno della Laurea ho pianto. C’erano le persone che più amo: i miei figli, i miei genitori che hanno sempre creduto in me, mia nonna, le mie sorelle, e poi tanti amici“.
Si è laureata, nonostante i figli da seguire e un matrimonio fallito, proprio per colpa della laurea. Ma Daniela non ha finito, anche ora sta continuando a studiare: “Sto studiando per la specialistica in lettere, sempre e solo di notte. Come sempre
Pensi che gli studenti-lavoratori siano una categoria dimenticata da media e istituzioni?
Sicuramente i media non si occupano degli studenti-lavoratori, non capisco perchè. A volte sono i più motivati.
La tua storia potrebbe essere considerata straordinaria, eppure è quella di tanti italiani. Tu ti senti speciale?
Non mi sento speciale, sicuramente orgogliosa per ciò che sono riuscita a fare, se guardo al passato mi sembra incredibile esserci riuscita, ci vuole una gran dose di forza di volontà!
Repubblica recentemente ha pubblicato un articolo raccontando la storia di un marocchino che è riuscito a laurearsi vendendo accendini per pagarsi gli studi. Pensi che i quotidiani nazionali potrebbero essere interessati pure alla tua storia?
Non voglio essere polemica, ma credo che il venditore di accendini abbia fatto notizia solo perché marocchino. Ti assicuro che ci sono tanti cittadini italiani che fanno lavori molto umili pur di mettere assieme i soldi per le tasse ma di loro non si parla, non facciamo notizia, forse neppure audience. Ma siamo tanti…


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