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17/09/13

«La memoria è una pagina di sabbia»Andrés Neuman e il suo nuovo romanzo: «La scrittura trasforma la coscienza, non la riconferma»

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riporto questo interessante  articolo  della  nuova  sardegna di qualche  giorno fa  


Andrés Neuman e il suo nuovo romanzo: «La scrittura trasforma la coscienza, non la riconferma»

«La memoria è una pagina di sabbia»
di Angiola Bellu Un canto a tre voci, un romanzo di viaggio, l'attesa di un ritorno, l'eterno binomio Eros Thanatos, la dolorosa dialettica tra verità e menzogna. “Parlare da soli” (Ponte alle Grazie), l'ultimo libro dell'argentino Andrés Neuman, indaga l'animo umano e riflette sull'istinto alla vita nelle situazioni estreme senza mai inciampare nel melodramma
l'autore
I monologhi interiori del decenne Lito, di sua madre Elena e di suo padre – malato terminale – Mario, occupano l'intero romanzo disegnando un trittico sulla vita e sul tempo, semplice profondo e sorprendentemente coerente. Ne abbiamo parlato con l'autore, che dedica il libro a suo padre «che è anche una madre». Iniziamo proprio col chiedergli perché. «La dedica è una specie di sintesi dell'emotività del romanzo che si interroga costantemente sull'altro da sé, su quello “che non sono io”. La voce principale del romanzo è quella di una donna che vive un'esperienza simile a quella che ha vissuto mio padre prendendosi cura di mia madre». “Parlare dal soli” riesce a descrivere perfettamente tre punti di vista, tre psicologie assolutamente differenti. Qual'è la sua idea della narrativa di finzione? «Credo che parte della finzione di un romanzo consista nel vivere la vita che non abbiamo avuto la sorte di vivere; non mi sembra che sia sufficiente la nostra esperienza: la finzione letteraria serve a moltiplicarla. Il poter narrare la storia dal punto di vista di una donna, il poter convertire mio padre in mia madre. Lo sguardo alternativo al proprio, è il cuore del progetto narrativo di questo libro. Le storie che amo sono quelle che contaminano la purezza dei ruoli: tutti siamo padri e madri, uomo e donna, carnefice e vittima, oppressore e oppresso». Nella sua vita suo padre si prese cura di sua madre, qui c'è una donna che si prende cura del proprio compagno morente. «E' vero, infatti so perfettamente che gli uomini possono prendersi cura dell'altro, ma la società non ci educa ancora per questo, dobbiamo impararlo. Il patriarcato ha distribuito i ruoli: sino a pochi decenni fa l'unico ruolo della donna era quello di prendersi cura». Viviamo ancora in un patriarcato anche in Occidente, secondo lei? «Naturalmente sì; oggi il patriarcato si è alleggerito, ma non è finito. Certo sarebbe una falsità dire che una donna nel Ventunesimo secolo vive come sua nonna. Oggi c'è una specie di misoginia nascosta, mutata in forme meno evidenti. Si può incontrare un uomo che si comporta come una madre - perché in realtà la maternità è un'attitudine emotiva, tutti possiamo essere madri ma rompere il cliché biologico è molto difficile. Per questo mi emoziona molto assistere al comportamento “femminile” di mio padre anche ora che mia madre non c'è più». Che rapporto c'è – secondo lei – tra scrittura e coscienza? «Credo che la scrittura sia un meccanismo di trasformazione della coscienza, non la sua riconferma. Per questo mi interessa poter ragionare come una donna, come un bambino, un lavoratore oppresso. Mi piacerebbe essere capace di descrivere qualsiasi tipi di conflitto. Parlare da soli parte da tre voci che erano impossibili per me: quella di un bambino, di una donna e di un malato terminale». E' un romanzo che parte da un fattore autobiografico. Crede che la scrittura parta sempre dalla propria biografia? «Credo che la autobiografia sia un elemento che prima o poi si riveli nella scrittura, non sempre ne è il principio. Viviamo in una società troppo ossessionata dai casi reali, c'è una logica, televisiva, del reality show, applicata alla finzione letteraria che mi sembra impoverente. Credo che la letteratura – tutta la letteratura, quella immaginaria e quella biografica – sia un cammino di andata e ritorno nella memoria». La memoria, nel senso di produzione di ricordi, è fondamentale nel suo romanzo. Mario vuole creare nel figlio ricordi bellissimi prima di morire?

«La memoria è importante nel mio romanzo come nella vita, che credo sia una continua domanda di ricordi». Mario è consapevole del fatto che stia costruendo ricordi nel figlio; quanto è importante questo tipo di coscienza? «Credo che tutto abbiamo bisogno di rileggere e riscrivere la nostra memoria in continuazione. Per esempio, avere un figlio credo sia un'occasione per riscrivere la nostra infanzia; è la riscrittura di una memoria e la costruzione di un futuro al tempo stesso. La memoria non è qualcosa di statico, l'importante è assistere a come la memoria si trasformi dinamicamente. La memoria è una specie di libro di sabbia di Borges, in cui è impossibile tornare alla pagina precedente e trovarla uguale. La memoria lavora così. La narrativa è la definizione continua del nostro presente a partire dal nostro passato, lo stesso vale per la Storia. Non è importante solo quello che ricordiamo ma soprattutto come lo ricordiamo. Per questo la narrativa è sempre qualcosa di profondamente politico anche se non parla di politica». In questa chiave qual'è la differenza fondamentale tra politica e narrativa? «La politica consiste nella continua riaffermazione del proprio punto di vista, la narrazione consiste nel mettere alla prova il nostro punto di vista per vedere fino a che punto ci siamo sbagliati. La politica afferma, la narrativa dubita».

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