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31/01/16

Ecco A Voi I Giganteschi, Originali E Potenti Graffiti Che Stanno Colorando Le Città Di Tutto Il Mondo

da  http://www.curioctopus.it/


Julien Malland è nato a Parigi nel 1972 ed ha iniziato a dipingere negli anni '90, con lo pseudonimo di Seth. In quel periodo a Parigi esplodeva la Street Art e il giovane Julien trovava in essa la sua forma di espressione più congeniale. Da allora gira il mondo dipingendo murales di grandissime dimensioni, ispirati al contesto culturale del paese in cui si trova, ma mantenendo uno stile sempre personale e riconoscibile.

I protagonisti dei suoi coloratissimi murales sono spesso dei bambini e, come la maggior parte degli street artist, Seth preferisce arricchire con i suoi disegni gli edifici tristi delle parti abbandonate delle città.

Una delle sue ultime opere si trova proprio in Italia, a Roma, nel tunnel della fermata metro Piazza di Spagna (foto in fondo alla pagina).
L'integrazione tra le popolazioni è uno dei suoi temi preferiti

Gioca spesso con le illusioni ottiche e le sovrapposizioni di texture

I bambini sono tra i suoi soggetti preferiti

Si allude spesso ad un "altrove" nascosto sotto la coltre di cemento e mattoni

Per lui è importante che il disegno si integri con l'ambiente che lo circonda


15/08/15

Due poeti libertari CANTICO DEI FOLLETTI DI VETROFabrizio De André e l'amico e poeta Riccardo Mannerini

le  recenti vicende  dei morti per  droga  e per  lo sballo  (  senza  droghe  )   mi hanno fatto ricpordare  questo  post  dell'amico  matteo tassinari  

http://alice331.blogspot.it/2015/08/due-poeti-libertari.html
Fabrizio De André e l'amico e poeta Riccardo Mannerini


Tutti      moriremo


soli    e a stento

Era il  1968, un anno come tanti, quando uscì Tutti morimmo a stento mente, un Lp che spinse De André a mettere benzina nelle sue virtù artistiche. In un'intervista, Fabrizio disse a proposito di TUTTI MORIMMO A STENTO: "In effetti, a ripensare le canzoni sono tutte belle. Forse è solo il predicozzo finale, il recitativo, che oggi mi dà fastidio". E' inutile. De André non riusciva a combinare qualcosa di perfetto anche quando lo era.
E' però entusiasta

dell'album invece, il discografico di De André, Antonio Casetta, che probabilmente ebbe l'idea di realizzarne una versione in inglese. Non si sa chi effettuò le traduzioni, ma tant'è. De André "riincise" tutto l'album in inglese (si presume riutilizzando le basi musicali). Il disco però non uscì mai sul mercato, e se ne perse traccia. Un piccolo estratto, circa 30 secondi, venne trasmesso in una trasmissione di Rai2 che parlava di rarità.
Nel settembre del 2007
un collezionista mostrò un album, trovato negli USA, con la copertina completamente diversa da quella italiana a dimostrazione che Casetta era arrivato a produrre almeno un vinile. I titoli delle canzoni erano stati tradotti. Per quanto si può valutare ad un ascolto parziale, l'inglese sfoggiato da De André non è gran ché fluido e la resa è lontana, per esempio, dal saggio di bravura della versione spagnola di Smisurata preghiera. Ma il disco si fa ascoltare e la voce calda di Fabrizio mantiene intatta la sua bellezza.
L'apice amicale
Perché l'avventura americana non sia andata a buon fine, questo ancora oggi non s’è capito bene. Un mistero. Più chiaro, invece, è l'episodio dell'uscita o pubblicazione di "Senza orario senza bandiera" fu un successo straordinario, un successo per tutti, anche per Riccardo Mannerini che poté così vivere il periodo più felice della sua tormentata vita artistica e privata. La celeberrima “Cantico dei drogati”, da considerarsi l’apice del sodalizio amicale e artistico di Frabrizio e Riccardo e che sarebbe stata inserita in Tutti morimmo a stento, concept album registrato nell’agosto del 1968 e pubblicato l’anno successivo. Lp che provocò a De André un risentimento forte e pentimenti per alcune parole che non avrebbe scritto..
Il Frigorista

Mentre faceva il frigorista su una nave da carico, un incidente lo rese praticamente cieco. Ciò nonostante continuò a scrivere poesie, come aveva sempre fatto. Ebbe una moglie, Rita Serrando, che gli restò accanto per tutta la vita e un figlio, Ugo. Morì nella primavera del 1980. Mannerini era anche un grande giocatore di scacchi, e s'iscriveva ai concorsi per parteciparvi, diceva Mannerini: "Gli scacchi sono come le donne, non sai mai che mossa faranno". Fra i due nacque una sincera un'amicizia che durò più di 20 anni, sapendo come sia stato lasciato solo alla fine della sua vita. 
Mannerini e De André erano uniti da profonda amicizia, tanto da condividere un monolocale soppalcato in salita Sant'Agostino dove passare i pomeriggi e le notti dell'angiporto genovese, a fianco di via Prè. Si erano conosciuti in casa di amici comuni e il loro sodalizio portò alla musica capolavori indimenticabili come il Cantico dei drogati, appunto, e Senza orario senza bandiera, primo album dei New Trolls. Fu lui - attivista della Federazione anarchica genovese, come tale noto anche alla polizia ad approfondire in De André il sentimento anarchico. Fu seguito dai Servizi per 20 anni senza tirar fuori nulla. Avranno la soddisfazione di aver visto molti concerti del Faber.
L'osceno gioco
Cantico dei drogati, derivata da versi di Mannerini in virtù di una rivisitazione poetica quale solo il miglior Faber più puro e idealista sapeva produrre. Un autentico capolavoro che dopo oltre quarant'anni conserva ancora intatta tutta la sua valenza, originalità e potenza espressiva. Ecco alcuni passaggi della poesia Eroina dai quali Fabrizio ha chiaramente tratto spunto dalle poesie di Mannerini. "Grazie all'alcool la fantasia viaggiava sbrigliatissima", dice De Andre' e, assieme al suo amico anarchico, poeta, marinaio, viene nelle nostre menti a parlarci dei Folletti di Vetro, di un "Osceno Gioco" e, già, di una madre al quale non si sa come confessare la propria paura.
Riccardo
Mannerini
quante volte devono essersi detti che quest'uomo portava il mio stesso nome. Marinai per destino o per forza. Riccardo che ormai non vedeva più che folletti, dato che la luce nei suoi occhi s'andava spegnendo sempre di più. Gli occhi regalati ai padroni, i suoi occhi per loro. Nessuno glieli ridiede, neanche come i fiori restituiti in novembre. Mannerini, era decisamente una delle figure più importanti e formative, della sua vita. In questo senso si nota la ricerca di una figura paterna a cui era molto, forse troppo, attaccato a suo padre, prima Bindi, poi Brassens, poi ancora Mannerini.
Il "Perfettore"

Si, De André era il “perfettore” ossia colui che rende speciale e magnifica una cosa già bella di sua. Il manifesto pubblicitario del libro di poesie di Riccardo Mannerini pubblicato nel 2009 recitava: "Come potrò dire / a mia madre / che ho paura? ... Ho licenziato / Iddio / e buttato via una donna/ Sono sospeso a un filo / che non esiste / e vivo la mia morte / come un anticipo tremendo. Solo quando / scadrà l'affitto / di questo corpo idiota / avrò un premio. / Sarò citato / di monito a coloro / che credono sia divertente / giocare a palla / col proprio cervello". Mannerini, era uno che ci teneva alle sue idee, e non voleva sporcarle con la realtà,
La droga
di cui vivevano
Riccardo e Fabrizio era l'alcol. Nelle parole di De André: "La mia droga è stata l'alcol, io ero proprio marcio fino al 1985. Bevevo due bottiglie di whisky al giorno, e questo praticamente da quando avevo diciotto anni, da quando ero andato via di casa. Ne sono uscito perché mio padre, con il quale avevo ricostruito un ottimo rapporto, sul letto di morte mi chiamò e mi disse: “Promettimi una cosa e io: Quello che vuoi papà.Smetti di bere. E Faber esplose in un: ma porca di una vacca maiala, ma proprio questo mi devi chiedere?” Io, praticamente, avevo un bicchiere in mano. Ma ho promesso. E ho smesso. 

Scrivere il Cantico dei drogati,
che aveva una tale dipendenza dall'alcol, ebbe un valore liberatorio, catartico. Però il testo non lo spaventava, anzi ne era compiaciuto. E' una reazione frequente, tra i drogati quella di compiacersi del fatto di drogarsi. E’ normale fra drogati o alcolizzati compiacersi di bere o eroina. I personaggi della canzone che inizialmente doveva intitolarsi Cantico dei folletti di vetro (il vetro delle bottiglie dei superalcolici), sono i drogati rappresentati dall'interno.

Un viaggio nella
mente di chi ha "il vuoto nell'anima e nel cuore", non riesce che a blaterare suoni incomprensibili e vive in un mondo popolato di fantasmi ("non vedo più che folletti di vetro").
La speranza in un futuro migliore se n'è andata ("chi mi riparlerà di domani luminosi / dove i muti canteranno e taceranno i noiosi"), "i mediocri continueranno ad avere ragione, i semplici staranno zitti". Si recrimina sul mondo (le "grandi pattumiere") e su chi ci ha messo al mondo, un misto di scabrosi esseri, privi di poesia. 

07/12/14

Basquiat, the child prodigy di Matteo Tassinari


da http://wwwhete.blogspot.it/2014/12/basquiat-child-prodigy.html






















Oltre la strada


di Matteo Tassinari

Padre di Portorico e madre di Haiti, Jean Michel Basquiat è cresciuto a Brooklyn. Appena prese le matite in mano, si capiva che era dotato per le setole dei pennelli intinti nei colori ad olio. A sei anni dava i suoi primi segni di genialità e per questo lo iscrissero al museo del suo quartiere per cominciare ad educarlo allo stato dell’arte. Quello stesso museo, il Brooklyn Museum, restaurato e ampliato fino a diventare un punto centrale di tutti gli artisti del mondo, organizzando numerose retrospettive complete di questo artista vissuto come una meteora passata velocissima per spegnersi il 12 agosto 1988 a Noho e nato a New York il 22 dicembre 1960. E’ pazzesca una cosa, anche lui morì al suo 27° anno d’età e più so di questa leggenda metropolitana, comunque vera e più mi chiedo perché una coincidenza così particolare: come mai anche lui è morto al suo 27esimo anno completato? Forse è roba per noi vecchi rocchettari che rievocano cose che non interessano a nessuno se non a pochi.









27, il numero maledetto

Mi accorgo quanti artisti, cantanti e star siano morti proprio a quella età e controllate pure, vi accorgerete che il 27 non è un numero che passava inosservato da questi grandi visionari capaci laddove gli altri non potevano che rimanere allibiti o senza parole per l’incredibile potenza della rappresentazione. “27, è un numero maledetto” ha detto Eric Clapton durante un suo concerto al Basket Ball Stadium di Miami, per farvi capire come è sentita questa storia dagli show man rock and blues e di artistica varia.




Il numero

delle morti

come Hendrix, Morison, Brian Jones, Janis Joplin. In occasione del quindicesimo anniversario dalla morte di Kurt Cobain, Robert Smith della National Public Radio disse: "La morte di queste rock star avvenute all'età di 27 anni ha davvero rivoluzionato il modo di guardare al rock", cosa volesse dire però non chiedetemelo, perché fu un’affermazione avara d’info e coordinate, in breve è un'affermazione del cazzo. Amy Whinehouse, Pituce Bioll Stornes e la voce più acuta di tutte, Janis Joplin, quella di Hete ledger, l’attore in totale ascesa con il Joker nel sequel Batman, in circostanze non chiare, morto il 2008, nato nel 1979. Robert Johnson dei Flag of the United States per avvelenamento di droghe. Celebre chitarrista blues e jazz, due ossimori, pur avendo la stessa matrice, checché ne dicano i pischelli, sempre al 27° anno ha staccato il biglietto del non ritorno, vite come meteore o una candela che brucia da entrambe le parti come i Replicanti.







Keith Haring assieme a Basquiat









Keit Haring mimetizzato nell'ambiente per essere un tutt'uno con esso stesso, grande amico di Basquiat. Anche Haring covava uova al patinato di origini albanesi Warhol che agli artisti vampirizzava anche l'ultima goccia





Il colore come  obiettivo





Inizia davvero ad essere strano, troppi gli artisti morti allo scoccare del 27esimo anno della loro vita sudata. Su questa stringa,http://3ppppier.blogspot.it/2014/01/il-club-del-27-anno.html, c’è scritto molto di più su questa incredibile coincidenza o leggenda metropolitana. Basquiat, muore all’apice del suo successo, una dose esagerata di eroina lo stroncò. Le cento opere in mostra, raccolte dalle collezioni di tutto il mondo, sintetizzano il suo breve viaggio, lo raccontano con i suoi stessi segni, linee, figure, colori, tensioni, gesti, silenzi, grida, giallo, verde, nero. Se già la transavanguardia aveva portato a compimento la riscoperta dell'immagine significante, il graffitismo procedeva verso la rivalutazione delle forme identificandosi come una vera e propria arte di frontiera. Basquiat, è stato uno dei primi artisti afroamericani a guadagnarsi la fama da vivo, in ambienti dove l'arte era conciliabile quasi sempre e a certi livelli, col un certo mondo ristretto di bianchi.






Le maschere, i teschi, le tele


strappate per umiliare Andy Warhol (ma è sempre di mezzo ‘sto qui?) s’innamorò di Basquiat. Le tele, quasi tutte di formato gigante, come gli avevano suggerito i maestri della pop art. E' un concentrato di umori e malumori, visioni primordiali, ma soprattutto energia solida che ti spacca il volto all'impatto col viso. Sonò il campo su cui Basquiat sfogava le sue contraddizioni, la passione per la vita, l’attrazione per la morte. Spesso diventano strumento di protesta contro violenze, emarginazioni, luoghi comuni, oppure il pretesto per Gillespie, Cassius Clay, Joe Louis. Intuitivo e animalesco com’era, più che sentire, Basquiat sapeva. Sapeva la brevità del suo destino. E si scatenava a raccontare senza sconti tutto se stesso. Una vita bruciata ma costellata di successi, basti pensare che negli anni ’80 le gallerie addette ottenevano dalle tasche dei collezionisti dai 5.000 ai 10.000 dollari per un’opera e mitizzata anche grazie alla brevissima durata, quella di un artista che il 15 maggio 2013 segna da Christie’s un record d’asta di circa 49 milioni di dollari per Dustheads, acrilico su tela realizzato nel 1982 e stimato tra i 25 e i 35 milioni di dollari.




La morte di Warhol  e quella di Basquiat



Quando il 22 febbraio del 1987 Warhol all’improvviso morì al New York Hospital in seguito ad un’operazione alla cistifellea, davanti a Basquiat. Per il giovane portoricano si spalancò il baratro, una vertigine da cui non sapeva uscire, era tutto più confuso e non aveva l'ispirazione di sempre, come se con la morte di Warhol fosse estinta la sua arte. Visse la morte dell’amico come fosse la sua e cominciò la discesa a picco definitiva. L’abuso d’eroina lo consegnò in pasto a troppe malattie, che non troppo lentamente lo portarono ad indossare il cappotto di legno che, prima o poi spetterà a tutti noi, mai dimenticarlo, sarebbe la nostra morte da vivi, quella forse più terribile. Hai paura della morte? Bene, parlane, confrontati, senti cosa ne pensano gli altri. Un accidente tutto occidentale, perché basta andare in India e la morte è parte integrante della vita ed è vista con minor tabù. Ma come si può parlare di morte in una società che fa di tutto per rimuoverla? Come discutere di cosa pensiamo del nostro post mortem? Perché fuggiamo così dall'argomento morte?












Era il suo momento

Ma Basquiat rimane com'era da giovanissimo, anche se con le mani sporche di colori ad olio nei locali più costosi di New York. In fondo a lui, non serviva l’attenzione del mondo dell’arte, della stampa, non gli servivano le copertine dei settimanali, non gli serviva nemmeno sapere che, appena dipinti, i suoi quadri finivano subito nelle collezioni internazionali a battute d'asta di milioni e per gli appassionati fino al midollo del moderno disposti anche a discutere anche in miliardi. Il suo tempo era compiuto. E con esso anche tutto quello che sapeva disegnare. Aveva una poesia ultra moderna esprimevano le sue tele spesso dalle dimensioni immense, pareti lunghe anche 20 metri contenenti una crosta di Basquiat.






Andy Warhol e Jean-Michel Basquiat








La mostra dimostra lavastità delle visioni del Writer e pittore portoricano. E’ stato uno dei più importanti esponenti del graffitismo americano, riuscendo a portare, insieme a Keith Haring, questo movimento che partiva dalle strade metropolitane alle gallerie d’arte dove mecenati di tutto il mondo compravano le loro tele a dozzine e a prezzi altissimi. Perché nella vastità delle opere, nel biancore delle pareti sconfinate opere come Jimmy the Best, Acque pericolose, The Nile, Tuxedo, Grillo, Pegasus, Eroica, fino a Exu, il più apocalittico dei suoi ultimi lavori e dedicato al dio africano, che fa da tramite con forze dell'aldilà, spiegano, senza bisogno di parole, chi era questo ragazzo che solo dieci anni fa è entrato a grandi passi nella storia dell’arte. Da adolescente si divertiva ad invadere coni suoi graffiti i muri del Lower East Side, alla punta estrema di Manhattan. Spruzzava frasi enigmatiche contro il lavaggio del cervello della religione, della politica, della filosofia e le firmava con lo pseudonimo Samo, che significava “same old shit”, stessa vecchia merda.




Le palle, sulla scia del


Surrealismo, gli servivano per fare scorrere il flusso della coscienza. Segni, ritmi, genio, dote, fantasia non comune, con virtuosismi posti all’estremo del suo apogeo così alto, all’apice del culmine massimo e parossistico, sommità e splendore, vertice e vette, lo zenit della pop art. La cima colma della sommità acutizzata dall’esasperazione autentica e non truffaldina. David Bowie, disse di Basquiat: “la potenza che trovi nelle opere di Michel, hanno un’indole aquilina, alta, laddove l’estro è un gigante dal talento come nume tutelare e vocazione del gusto e genialità del suo mistero”. Al punto che Andy il patinato, abbassò le mani e in un’intervista al NME sparò: “Non ho mai visto trattare il colore come sapeva fare Basquiat.





Viveva alla giornata


Quando disegnava sulle sue immense tele ad olio, sembrava assente, o forse lo era davvero. Mi sento umiliato ogni volta che guardo una sua tela, al punto di sentirmi inutile”. E’ vero. Warhol era inutile e Basquiat non ebbe bisogno dell’albanese per sfondare nei salotti bene di New York, la sua fiumana ti travolgeva e non sapeva quali fossero i suoi metodi e se glielo chiedevi s’arrabbiava, perché era come chiedere a Mozart come mai decise nella Sinfonia n.40esima in Mi bemolle maggiore, composta a Salisburgo nel luglio 1772, anziché usare un la minore in quarta. Abilità, ingegnosità, maestria, specialità, istinto, penchant, mago di bombolette spray e figlio legittimo della corrente collage-style su tela.





e per mantenersi vendeva in giro per il suo quartiere disegni, collages, magliette dipinte da lui. Quando ancora non aveva i soldi per comprare tele e pennelli, sicché si sfogava su cornici di finestre, porte di armadi o qualsiasi altro materiale che trovava abbandonato per strada, prediligendo per il materiale che il mare portava a terra partito da chissà dove. A volte passava intere settimana sulla costa californiana per vedere cosa l’oceano gli aveva preservato. Piantava la tenda e dormiva in un sacco a pelo da solo sulla costa di Malibù, per girare tutto il giorno e racimolare tutto quel che reputava utilizzabile per ottenere un risultato spirituale.








L'arte del riciclo


Ogni volta tornava a New York con un camper nuovo zeppo di sterpaglie, legni, ogni oggetto era imprevisto e per questo buono per esprimere quel malore che sentiva se non dava senso alla sua vita tramite questa forma d’arte, dove è stato il migliore. La svolta avvenne nel 1980 al Tintes Sqare Show, dove i critici con l'occhio più lungo di altri, si accorsero di lui subito. Se ne accorse pure la gallerista Annina Nosei, un’autentica mecenate molto influente nei salotti americani che sostenne il giovanissimo artista portoricano nella sua produzione, catalogata dalla prestigiosa casa d’asta Sothebys come una fonte inesauribile di soldi. Si sa le case d’aste non vanno per il sottile, per loro l’arte a massimi livelli, rimane sempre un business, come i farmaci per le case della farmacopea. Annina Nosei fiutò giusto, come sempre, ed esporrà le opere di alcuni dei più noti artisti contemporanei: Jean-Michel Basquiat, Keith Haring, Jeff Koons, Barbara Kruger e Julian Schnabel.







Location creative di Jean-Michel Basquiat



















In particolare, nel 1981, Annina Nosei è la prima gallerista a dare fiducia a Jean-Michel Basquiat, e gli organizza la prima mostra personale in assoluto. Per vivere e lavorare, gli offrì lo scantinato della sua galleria a Soho, uno studio, una location ultramoderna e minimalista di 380 metri. Jean Michel Basquiat ha spiccato il volo, solo che è partito come un razzo ed è andato troppo alto e fatica poi a tornare giù. Le gambe divennero timorose di ogni passo, per ogni capriola che prima gli riuscivano bene, la gratuità del suo operato non era più così coinvolgente. Era entrato anche lui nel mondo del business artistico e questo non gli fece bene. Disse Basquiat: "Non ascolto ciò che dicono i critici d'arte. Non conosco nessuno che ha bisogno di un critico per capire cos'è l'arte. Quando lavoro non penso all'arte, non penso all'arte, tento di pensare alla vita".








Tristan Tzara, fondatore Dadaismo



Per meglio scrivere


lo rovinò. Basquiat aveva appena compiuto vent’anni. Abbandonò lo pseudonimo e cominciò a firmare le tele col suo nome, perche nel frattempo era divento come Andrè Breton per i surrealisti che canalizzò la vitalità distruttiva del dadaismo alla Tristan Tzara, pseudonimo di Samuel Rosenstock, poeta e saggista rumeno di cui si poteva pure fare a meno, sopravalutato, anche se citarlo fa fichi. Tzara scrisse i primi testi Dadà, “La première aventure céleste de Monsieur Antipyrine”, ma soprattutto il manifesto del movimento, “Sept manifestes Dada”. Nella vastità delle sale appena restaurate e da Basquiat battute, senza bisogno di parole esprimevano chi era questo ragazzo, che in solo dieci anni è entrato a grandi falcate nel mondo alto dell’arte contemporanea americana e mondiale. Passi da gigante nel consorzio umano ed alto entourage dell’arte, da adolescente si divertiva ad invadere con i suoi graffiti i muri del Lower East Side alla punta estrema delle “personali” di Manhattan.








Spruzzava frasi enigmatiche


contro il lavaggio del cervello della religione, della politica, della filosofia e le firmava con lo pseudonimo Samo. Significava “sa' me old shit”, ossia, stessa vecchia merda. Le parole, sulla scia del Surrealismo, gli servivano per fare scorrere il flusso della coscienza. Erano suono, segno, ritmo, arma. Anche se miliardario, Basquiat viveva alla giornata e per mantenersi vendeva in giro per il suo quartiere disegni e collages.




Col tempo, inevitabile, Basquiat


s’innamorò di Warhol, sempre nel mezzo i quegli anni, davvero una mignatta. L’idea di questo strano sodalizio era venuta al loro gallerista svizzero Bruno Bischotberger perché pensava fossero complementari l’uno all’altro. In realtà erano agli antipodi. Gelido, meticoloso, ripetitivo il patinato col parrucchino bianco, appassionato, intuitivo e imprevedibile il portoricano. Poi arrivo la donna che sperò ad Andy Warhol da parte dello SCUM, ad opera di Valerie Solanas. Entro cinque anni scompariranno tutti e rimarranno pochi nostalgici di certi momenti irripetibili, sia per il momento sociale collettivo e il panorama che ne emergeva, che per la mia giovane età che mi supportava e un certo spirito della ricerca rimbaudiano, mai stanco di girare i sette mari, girato il mare del Drago 10 volte per ammazzarlo 3. So che la morte di Warhol, mandò Basquiat fuori di testa, qualche mese e se andò anche Basquiat, ucciso, forse, nient'altro che dalla propria stessa vita. Non è semplice apprezzare il movimento artistico dell'artista portoricano, se non ce lo si trova di fronte, fatto che non capitò mai neppure a me. Il suo espressionismo è un’arte di ardore, esaltazione e furia, impulsività e impeto, passione e fiuto.









Allo stesso tempo è filtrata


e purificata da una irriverente anarchia multiforme, parlo dell'anarchia delle forme, curve, rettilinii, colori. Per essere chiaro, Bakunin, filosofo russo rivoluzionario e anarchico, non centra nulla in questo contesto. Va visto e nel momento in cui lo si vede sembra quasi di capire la ragione per cui è morto a soli ventisette anni, con quella sua bellezza anomala e quella sua eleganza innata. Come se l’irruenza, le virtù, la malattia che aveva fra le sue corde creative, fossero insieme troppo forti da reggere, la tensione di tutto era pressione. Entra in una violenta fase di tossicodipendenza. Il suo forte attaccamento al re della Pop Art, che aveva manifestato fino alla fine e gli voleva davvero bene, lo conduce all'abuso di eroina per superare il trauma. Ma lo spaesamento è troppo forte anche per chi ha vissuto in strada da bambino. È stato uno dei più importanti esponenti del graffitismo americano, riuscendo a portare, insieme a Keith Haring, questo movimento dalle strade metropolitane alle gallerie d'arte.




Entra in una fase violenta


depressiva associata ad un pesante uso d'eroina, a quei tempi era anormale non farsela, soprattutto in ambienti simili. Il suo forte attaccamento al re della Pop Art, che aveva manifestato fino alla fine, lo conduce all'abuso di eroina per superare il trauma. Ma lo spaesamento è troppo forte anche per chi ha vissuto in strada da bambino. È stato uno dei più importanti esponenti del graffitismo americano, riuscendo a portare, insieme a Keith Haring, questo movimento dalle strade metropolitane alle gallerie d'arte.

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