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10/07/15

Intervista ad Alina Rizzi autrice di Pelle di Donna


per la serie  interviste  ai  compagni di viaggio  \  di strada  oggi  è la  volta  dell'affabulatrice  e poliedrica  Alina Rizzi   come dimostra  la  sua bibliografia  ed  i suoi lavori  ( qui sul suo blog maggiori dettagli ) 

Alina Rizzi è nata a Erba (CO). Giornalista dal 1991, ha scritto articoli e servizi per i seguenti periodici: Cosmopolitan, Tuttodonna, GrandHotel, Cavallo Magazine, Lo Sperone, Argos, Maxim, 20Anni, Essere e Benessere, Comogolf, Natural Medicine, Trentadì, Il Corriere di Como, Marea.
Giornalista pubblicista dal 1991, si dedica da sempre a realizzare iniziative rivolte alla valorizzazione del mondo femminile. Attualmente collabora col settimanale F e il mensile Natural (Cairo Editore). Per  contatti oltre il  suo blog  citato sopra nelle righe  precedenti    e il suo account facebook  la potete  trovare  a questo indirizzo email  :  alinarizzi67@vodafone.it.
Ora poiché  non sta bene  iniziare  dall'ultima opera  Pelle  di donna  ( per  la  casa   editrice Bonfirraro  editore Viale Signore Ritrovato  5 94012 Barrafranca (EN) che  potete   trovare 

Telefono: (+39) 0934 464 646 oppure  via   email   info@bonfirraroeditore.it o  al  sito   web Sito:    )
ovviamente  si parlerà anche dell'ultimo  libro )  un intervista   a  tutto tondo . 

Scelta  un po'  dura  come titolo  del  tuo  ultimo libro,  puoi spiegarci  da  dove  deriva   la scelta  ?
PELLE DI DONNA perché le storie vere che racconto in questo libro hanno lasciato profonde cicatrici nell’anima di queste donne e quando si rischia molto ci si gioca la pelle. E’ un modo di dire che rende subito l’idea del pericolo attraversato.

Cosa  proponi  oltre  a raccontare  come   in pelle di donna   storie  di donne che   hanno attraversato il dolore della coercizione, dell'esclusione, della violenza fisica e psicologica, quasi sempre perpetrata da uomini. Perchè   queste (ma   anche  quelle  che    quotidianamente    subisce  simili situazioni  )   donne non devono essere dimenticate, perché come loro ce ne sono centinaia di altre, che solo uscendo dal buio e dall'anonimato, possono forse ritrovare un po' di giustizia. E di serenità  per  eliminare  o  secondo alcuni ridurre   (perchè secondo me  non si    sconfiggerà mai )  la piaga del femminicidio  ? Credo che le leggi adatte per proteggere le donne esistano ma non siano fatte rispettare, molto spesso. Su questo c’è da lavorare. Inoltre l’applicazione di pene più severe funzionerebbe sicuramente da deterrente contro questi crimini.

In quanto  già a  14\15  si sono già  formati  i pregiudizi , ed  i primi atti  di bullismo    e  le  prime  forme  di  omofobia ,   di sessismo  (  quello che un tempo si chiamava maschilismo  ) ed  i pregiudizi  che portano al : razzismo  , .al l femminicidio e  allo stalking    molti propongono d'intervenire  nel spiegare  \insegnare la convivenza    e la  tolleranza  (  ovviamente  critica  da  non confondere  con quella  passiva   )  fino  dalle scuole  materne  per   spiegare  le tematiche  ( ed  eventuali antidoti  \  anticorpi  per  evitare e   ridurre al minimi termini  visto che l'odio e la paura  non si posso  mai cancellare  \  rimuovere )  che  hai    trattato nei  tuoi libri ed  in particolare    nel  tuo ultimo libro . Tu cosa ne pensi  ?

Sì, credo che l’educazione al rispetto delle donne debba iniziare dalla più tenera età, dalla scuola materna. E debba rivolgersi ai maschi come alla femmine. Non dobbiamo scordare che, ancora oggi, sono soprattutto le donne che allevano i figli, quindi sono le prime che devono chiedere agli uomini di domani di non avere pregiudizi e atteggiamenti violenti. L’esempio, comunque, resta la più efficace forma di insegnamento.

visto che spesso le donne che hanno subito ingiustizie e violenze si aprono principalmente con una giornalista donna immagino che non hai avuto difficoltà a farti raccontare tali fatti

Non credo che la disponibilità a raccontarsi dipende dal sesso del giornalista, quanto piuttosto dalla sua sensibilità e capacità di empatia. Non è facile raccogliere testimonianze così dolorose, mi rendo conto che le mie domande rischiano di riaprire ferite non sempre cicatrizzate del passato, ma h



Cambiamo argomento ma  parlando  sempre   di  te visto che  ti sei   e  ti occupi di erotismo  ( anche  giustamente   hai fatto notare http://www.oltreilgiardinoonlus.it/da-scrittrice-erotica-ad-arteterapeuta-intervista-ad-alina-rizzi/     e   si  nota  dal  tuo   blog    che  ti va  stratta   ed  limitativa  la definizione  di  scrittrice  erotica  )   come  vedi  l'aumento  della fruizione della pornografia da  parte  delle  donne  legalizzare la prostituzione quindi abolire la  legge  Merlin  è un bene o  un  male ?

L’uso di pornografia da parte delle donne non mi stupisce: penso sia un interesse legittimo e privato, da rispettare senza tanti sbandieramenti.
Per quanto riguarda la legalizzazione della prostituzione non vedo soluzione facili all'orizzonte: non mi pare che nei paesi dove la prostituzione è legale sia scomparsa la tratta, lo sfruttamento e la violenza sulle donne che fanno questo mestiere.


  usi di  più   sia  nello scrivere  \  intervistare     e  nelle  tue  opere  il cuore  o  la mente  ? oppure per  non essere d'assente le  usi  entrambi  ?

Scrivo per passione, che nasce da mente e cuore, secondo me.


Esiste o non esiste la  teoria  del gender ? 

Non è una teoria è un dato di fatto. Uomini e donne appartengono a due generi diversi e hanno quindi caratteristiche diverse. Vogliamo ancora negarlo? E’ ridicolo.


Come  mai  nelle tue  interviste  intervisti solo donne  e  anche  di  uomini  ? 

Intervisto le donne perché mi interessa l’universo femminile in tutte le sue sfumature. Sono felice di dedicare il mio tempo e le mie competenze a chi, da sempre, ha avuto meno possibilità di espressione personale.


Non hai  mai , almeno   da  quel poco che ho letto  visto che ti  conosco  da poco   raccontato  o intervista   pornostar  o porno dipendenti  (  ce  ne  sono kma  ri mangano  sommersi   in quanto provano più vergogna  degli uomini  )   femminili ?
Non mi è capitato di incontrare donne interessate a condividere la loro storia intima e personale. E il superficiale o l’apparenza non mi interessa.



 non so  più  che   cosa chiederti    se  vuoi aggiungere   o rettificare  qualcosa  o magari  lasciarci    un estratto   dal  tuo  ultimo libro o libro precedente   finiamo qui  Bene, grazie, ti mando a parte un racconto tratto dal mio libro PELLE DI DONNA.

LAPIDATA  

Giulia era mia figlia. Aveva trent’anni, era bella, solare, intelligente. Si era laureata in psicologia,aveva un buon lavoro alla Unicredit di Sassuolo.Dopo sette anni di fidanzamento, nel 2005 aveva sposato Marco, impiegato in un ufficio tecnico di progettazione di impianti elettrici. Giulia non pretendeva troppo dalla vita, era una ragazza senza grilli per la testa. Voleva una famiglia, dei figli, fare qualche viaggio. Io desideravo per lei solo la sua felicità.Era la mia bambina. Ma un freddo sabato sera del2009, senza alcuna ragione al mondo, suo marito l’ha uccisa. L’ha attirata nel garage dei suoceri come in una trappola e forse non le ha dato neppure il tempo di aprire bocca per parlare, per chiedergli  spiegazioni. L’uomo che lei amava da dieci anni ha  lapidato la mia bambina. Per sette volte ha infierito su di lei con un grosso sasso, le ha spaccato la testa, poi l’ha caricata in auto, è arrivato sulle sponde alte del fiume Secchia e l’ha gettata di sotto, come una bambola di stracci, come volesse ucciderla per la seconda volta, lasciandola tutta rotta sulle rocce appuntite bagnate dal fiume. Ma Giulia non era un pupazzo, Giulia era una donna, Giulia era mia figlia,e lui l’ha massacrata.Erano circa le ventitre dell’11 febbraio 2009, io e  mio marito eravamo già a letto, era inverno e faceva freddo. All’improvviso squillò il telefono. Mi alzai  con un balzo e corsi a rispondere. Era mio genero Marco, che mi chiedeva se Giulia era con noi. Mi parve una domanda assurda. Perché doveva essere a casa nostra? Lui disse che era uscita, che non rispondeva al cellulare, che avevano litigato al telefono.Questa non era una novità. Ultimamente non andavano d’accordo e mia figlia era molto triste e delusa,però ancora sperava di ricucire il rapporto. Tant’è vero che solo un paio di settimane prima, un sabato nel primo pomeriggio, venne a casa nostra con una piccola borsa, affranta per come l’aveva trattata il  marito e ci raccontò tutto. La sua infelicità, il fatto  che lui non voleva più avere figli, che probabilmente non la reputava in grado di essere una buona madre.Era stanco di lei e glielo aveva gridato in faccia.“Mi stai chiedendo la separazione?” aveva domandato Giulia incredula.“No, per adesso no”, le aveva risposto il marito. “Se esco da quella porta non mi rivedi più”, gli aveva risposto mia figlia, sperando dimostrasse unpo’ di rimorso o di preoccupazione. Invece lui non battè ciglio e, in seguito, disse ai giudici che dormì  bene quella notte, senza la moglie in casa. Infatti  non la fermò quando lei uscì per venire da noi a sfogarsi  piangendo.“Marco non mi vuole più”, singhiozzava.Rimase a casa nostra per quella notte, ma il giorno dopo volle tornare da lui. Disse che voleva cercare una riconciliazione, che dovevano spiegarsi, che non poteva finire così. E per qualche giorno riuscì a rappezzareil matrimonio. Almeno così noi credemmo.Ma la notte del 23 febbraio Marco, al telefono, era ansioso, parlava trafelato e l’ansia mia e di mio marito cominciò a crescere di minuto in minuto. Marco  ci chiese di andare da lui, di aiutarlo a cercare Giulia perché aveva un brutto presentimento: lei aveva lasciatoun biglietto prima di andarsene. Il cuore cominciò a martellarmi nel petto, idee confuse mi attraversavano la mente. Cosa stava tentando di dirci mio genero? Che genere di biglietto aveva trovato?Riattaccai e iniziai a chiamare Giulia sul cellulare e  a lasciare messaggi imploranti.– Giulia, rispondi, cosa sta succedendo?– Dove sei tesoro?– Fatti sentire, per carità!Stranamente, lei sempre così sollecita nelle risposte,non rispondeva. Ci vestimmo in fretta per correrea San Michele Dei Mucchietti, dove Marco ci attendeva. Le ciabatte di mia figlia erano lì nell’ingresso e Marco prese a recitare la sua “pantomina”. Fu lui  stesso a definire in questo modo la sua recita, durante  il processo. Ci mostrò il biglietto, in cui Giuliadiceva di non aver più motivo di esistere, e per  quanto mi sembrasse folle quell’ipotesi, cedetti all’angoscia  e insieme a mio marito ci precipitammo a  cercarla fino a Sassuolo, avanti e indietro sulla strada. Per fortuna ci fermarono i carabinieri di Petrignano, per un normale controllo, e noi raccontammo  i fatti. Era presto per dichiarare una persona scomparsa ma decisero di aiutarci e presto ci mandarono  a casa, dicendo che avrebbero fatto delle ricerche. Rincuorati per il loro sostegno seguimmo il consiglio, con la speranza di ricevere presto buone notizie. Invece, tutto precipitò. Verso le tre di notteudimmo un’auto entrare nel cortile e corremmo alla porta, quasi certi che fosse nostra figlia. Ma erano i carabinieri e portavano la più tremenda delle notizie: Giulia si era davvero suicidata, e il suo corpo era stato trovato sulle rocce che circondano il fiume Secchia,  in un punto in cui le sponde sono alte quindici metri. La terra mi franò sotto i piedi, sentii che il mondo crollava, che non c’erano più speranze. Mia  figlia era morta.Seguimmo i carabinieri in caserma, dove rilasciammo le nostre dichiarazioni: eravamo costernati.Uscendo incrociammo mio genero che non ci degnò  di uno sguardo: era un pezzo di ghiaccio. La mattina  alle otto decisi che dovevo chiamare Elena, la sorella  di Giulia, e informarla dei fatti, ma lei non volle credermi.Disse che la sera prima era stata un’ora al telefono con Giulia, che era felice perché alle venti doveva  incontrarsi con Marco: lui dopo tanto tempo  l’aveva cercata per stare un po’ insieme. Anzi, l’aspettava nel garage dei suoi genitori, perché doveva mostrarle una cosa. E Giulia, sorpresa per la richiesta  del marito, aveva ipotizzato che lui volesse consegnarle  il regalo che non le aveva fatto a Natale. Era  impaziente, eccitata, non poteva essersi uccisa! Infatti, c’è persino un sms a provarlo, scritto da Giulia  al marito alle diciannove e venti di quella sera: «Ciao  amo’! Come sei messo? Io sono appena rientrata.Stasera preferisci mangiare in casa o vuoi che ti passi a  prendere e andiamo a mangiare  qualcosa  insieme? X me è  uguale».Elena raccontò tutto ai carabinieri, i quali già nutrivano  dei sospetti, avendo trovato tracce di sanguee un orecchino di mia figlia vicino al ciglio del fiume.Grazie alla deposizione di Elena si precipitarono nel garage dei genitori di Marco e anche lì trovarono altre tracce di sangue. Nel giro di ventiquattro ore l’uomo fu arrestato, e poiché le prove erano schiaccianticonfessò l’omicidio dichiarando: “ Una volta  arrivata all’interno del garage dell’abitazione dei miei genitori, la discussione è degenerata in un vero e proprio litigio. Preso da un improvviso raptus d’ira, vedendo vicino a me un grosso sasso grigio, che nonso neanche perché si trovasse lì, lo afferrai con la  mano destra e colpii violentemente il capo di mia  moglie. Lei cadeva a terra e io mi sono buttato su di  lei colpendola più volte, tanto che nell’impeto ho colpito la mia mano sinistra ferendomi. L’ho colpita  fino a quando non ha smesso di respirare…” È stato tremendo ascoltare queste parole, ma nel contempo ero sollevata: la giustizia avrebbe seguito  il suo corso. Invece mi sbagliavo. Le cose non sono andate come speravo per quell’uomo che, pur essendo  reo confesso, fu così abile, gelido e astuto da far credere ai giudici di aver uccido per gelosia, convintodi essere tradito dalla moglie. Ma mia figlia  non poteva essere lì a difendersi e Marco sì invece,pronto a recitare la parte del marito ingiustamente  maltrattato, della vittima, nonostante lui sì aveva un’amante, che chiamava “Volpe”, a cui scrisse un sms subito dopo aver confessato il crimine per informarla che non poteva più tornare da lei. E sebbene non esista più il reato di adulterio, il delitto d’onore,la realtà dei fatti ha poi dimostrato che un uomo che convince i giudici di aver lapidato la moglie per gelosia,riesce in qualche modo a farla franca, cioè ad  ottenere uno sconto di pena, fingendo di aver agito accecato dal dolore e dall’umiliazione procuratigli dalla compagna e non con determinata e lucida premeditazione.Per me questa non è giustizia. Perché mia figlia è morta massacrata dall’uomo da cui desiderava un bambino. Vorrei che qualcuno mi spiegasse  che senso ha tutto questo.I giudici non hanno saputo farlo. 

Concludo    confermando   da  questa  breve  chiacchierata  e  post   che  ha  scritto pere  il nostro blog    e   quanto dice   sulla  bacheca  la sua utente  e lettrice
Grazie Alina Rizzi , per avermi permesso di esprimere le emozioni che hanno evocato i tuoi racconti nella analisi introduttiva.
".....la "pelle delle donne", che separa e unisce le differenti sensorialita', spesso intermediaria di un dolore che procura comunque un sentimento di riappropriazione di sé stesse, incatenate come sono a corpi che sembrano inadatti al piacere , disaffezionati, disabitati, interni svuotati completamente dell'aggressivita' necessaria per qualsiasi affermazione di sé. ..." 😻


buona lettura e alla prossima

13/06/15

la 194 va potenziata non riformata o abolita la storia di Michela Napolitano che sceglie di non abortire e di tenersi il 4 figlio




MICHELA NAPOLITANO
AVREI DOVUTO ABORTIRE,
MA NON ME LO SAREI MAI PERDONATA

Di Alina Rizzi

La notte che scoprii di essere incinta del mio quarto figlio, tutti i sogni e i progetti che avevo mi caddero addosso. Erano le due del mattino quando lanciai un grido che svegliò non solo i miei bambini, ma anche qualche villeggiante attorno alla nostra casa. Mi sentii precipitare in un abisso senza uscita. Non ce l’avrei mai fatta a portare avanti un’altra gravidanza, dopo aver avuto Edoardo, il maschietto, e poi le gemelline Silvia e Alessandra, in soli quattro anni.
Mi sentii sopraffatta al pensiero dei problemi economici che avrebbe comportato quella nascita, ma
soprattutto sapevo che sarebbe stato molto rischioso per la mia salute. Ricordavo bene quanto era stato faticoso portare avanti le gravidanze precedenti, il vomito continuo, i malesseri, il deperimento fisico. Per mio marito fu subito evidente che non potevo avere un altro bambino. Si prospettò l’idea di un’interruzione di gravidanza, che mi lasciò incredula e abbattuta.
Il giorno dopo, il mio ginecologo, volle farmi una prima ecografia. Lo vidi scuotere la testa, davanti alla probabilità di due embrioni.
“ Hai tre bambini piccoli, sei reduce da gravidanze difficili e parti cesarei, come credi di potercela fare?” mi domandò in tono serio.
“ Il tuo corpo è debole, non può reggere il trauma fisico che si prospetta.”
Mio marito era d’accordo. La decisione più saggia sembrava già presa. Eppure non riuscivo a darmi pace.

UNA SCELTA DEVASTANTE
Avvolta in un abito di cotone scuro sgualcito, sorretta dal braccio confortevole di mio marito, varcai l’atrio dell’ospedale, dove mi attendeva una seconda diagnosi clinica embrionale.
Dopo una breve attesa, fu il mio turno di salire sul lettino appena lasciato libero da una mamma più fortunata di me, che si allontanava raggiante di gioia e autostima.
Una grande tristezza mi invadeva mentre scoprivo l’addome per l’ecografia. Subito avvertii il cuore del piccolo che portavo in grembo e ricordai quando quell'evento aveva rappresentato uno dei momenti più belli della mia vita. Strinsi gli occhi che bruciavano di lacrime.
Il medico sorrideva, sembrava ignorare i motivi reali della mia visita.
“ Signora, è davvero precoce questo bambino, guardi come la sta salutando”, disse, mostrandomi la manina sinistra che si muoveva come un’onda, forse per salutarmi davvero.
Mi sentii scoppiare il cuore e dentro di me sussurrai: “Quanto sei bello, amore mio”.
Seppi che non si trattava di una gravidanza gemellare e per un attimo immaginai di portarla avanti: per quanto rischioso era ciò che desideravo davvero.
Nessuno però mi sostenne in questo mio irrazionale desiderio. Mia madre e i miei fratelli, preoccupatissimi, volevano convincermi che non dovevo dubitare, che era la scelta migliore per tutti. Al consultorio incontrai molte altre donne che stavano prendendo quella stessa strada, eppure, io mi sentivo quasi estranea tra di loro. Perché?
Una mattina si fece avanti una donna dall'aspetto spartano, proponendoci dei colloqui individuali. Persi la pazienza e scattai in piedi colma di rancore.
“ No, voglio parlare davanti a tutte loro,-“ dissi con voce dura.
“ Non ho nulla da nascondere, niente di cui vergognarmi!”
L’operatrice annuì e iniziò a parlarci delle emozioni che provavamo, del senso di colpa, del dilemma morale, ma anche dell’importanza dell’evento che stava accadendo nel nostro corpo.A quel punto sbottai come una furia. Detestavo la sua verità assoluta. Chi credeva di essere? Una santa? Una missionaria? Aveva idea del dolore che stavo provando?
Urlai davanti al suo sguardo incredulo e poi la tensione mi fece scoppiare in lacrime. Altre donne piansero insieme a me. Allora l’operatrice si avvicinò e ci legò tutte in un unico abbraccio. Per la prima volta dall’inizio di quella vicenda provai una sensazione di autentico conforto e condivisione, e mi sentii un po’ più forte. Purtroppo mi bastò tornare a casa, da mio marito e i bambini, per rendermi conto che non potevo farmi trascinare dalle emozioni, dovevo pensare al bene di tutta la famiglia e fare il mio dovere. 
HA DECISO IL CUORE
Era il giorno dell’intervento. Mi trovavo in ospedale, dopo venti giorni di sofferenza fisica e morale. La nausea era già fortissima e a volte vomitavo sangue. Non mangiavo più. Non riuscivo a dormire. Mi ero rinchiusa in duro bozzolo di dolore. Ero intenzionata a fare la cosa più giusta, ma mi sentivo come una condannata a morte. Sapevo che non avrei mai superato l’aborto.
Prima di entrare in sala operatoria mio marito si chinò sulla barella per baciarmi e inaspettatamente sussurrò: “Michela, ricorda che fino all’ultimo momento puoi decidere quello che vuoi”.
Era un uomo meraviglioso, prostrato dalla sofferenza, ma ancora capace di sostenermi fino alla fine.
Mi portarono via e chiusi gli occhi. Singhiozzavo senza neppure accorgermene, mentre gli infermieri trafficavano attorno a me.
D’un tratto sentii una mano che mi accarezzava il braccio sinistro e aprii gli occhi. Era il medico dagli occhi chiari che avevo visto poco prima.
“ Perché lei piange tanto? “ mi chiese dolcemente.
Le parole mi strariparono dalle labbra come un torrente in piena.
“ Piango perché credo che sto facendo la cosa più brutta della mia vita,” gli dissi.
“Perché signora, non è convinta?” insistette.
“Oh no! Io non sono mai stata convinta di lasciare qui una parte di me. Ma temo sia troppo tardi!” esclamai.
Calò un profondo silenzio e non sapevo proprio cosa aspettarmi. Il medico mi strinse più forte il braccio poi si voltò verso gli infermieri dicendo:
“ Ragazzi, fermate tutto, la signora va via.”
Grandi lacrime di sollievo mi rigarono le guance, mentre intorno avvertivo sospiri, complimenti sussurrati, parole di conforto.
Il medico afferrò la barella e mi portò fuori di persona, senza nascondere l’orgoglio che provava.
Le altre donne in attesa dell’intervento mi guardarono incredule e commosse. Mio marito mi abbracciò tremando, non aveva bisogno di spiegazioni.
“Va bene così, tesoro,” sussurrò.
Non posso descrivere la gioia con cui tornai a casa, impaziente di dare la bella notizia a tutti.
E non importa se ho avuto la gravidanza difficile che mi avevano prospettato, un altro cesareo e un successivo intervento. Mia figlia Elvira è nata in perfetta salute, splendida, e con i suoi tre fratelli è il sole della mia vita.























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