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27/01/17

27 gennaio, giornata della memoria. 10 brani per ricordare

 Tutto quello che  dovevo dire  su  tale   giornata  l'ho detto nei post precedenti   e quindi non aggiungo altro  se  non questo articolo  , trovato mentre  cercavo  musiche   da mettere in sottofondo  a tali post  .Posso  soo  dire  che  condivido  e  faccio   mio l'incipit  di   questo articolo preso da  
http://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/27-gennaio-giornata-della-memoria-10-brani-per-ricordare


Non c’è rabbia qui, non c’è rassegnazione, non c’è desiderio di vendetta. C’è solo il dovere di ritrovare e raccontare, ancora e ancora, storie che, se andassero perse, sarebbe una tragedia. LifeGate può farlo attraverso la musica.



Jozef Kropinski, RezygnacjaMusicista polacco, Jozef Kropinski nasce nel 1913 a Berlino ma ritorna in Polonia dove completa la sua educazione artistica. Il 7 maggio 1940 viene arrestato dalla Gestapo per aver pubblicato giornali illegali e mandato ad Auschwitz. Durante oltre quattro anni di prigionia in vari campi di concentramento compone centinaia di poemi e canzoni. A Buchenwald stringe amicizia con lo scrittore Kazimierz Wojtowicz e insieme a lui completa questo poderoso “quaderno musicale di Auschwitz e Buchenwald”, oltre 100 pezzi musicali tra canti, tango per quartetto d’archi, pezzi per pianoforte; un autentico patrimonio dell’umanità. Dopo la guerra si trasferisca a Breslau ma la sua opera, tranne un revival del 1962 quando vengono pubblicate le sue opere dall’Accademia di Berlino, viene via via dimenticata.


Leone Sinigaglia, Due danze piemontesi (1903)





Di famiglia benestante, la storia di questo compositore italiano è impreziosita dalla sua passione per i canti popolari: intorno al 1902 comincia a raccogliere sistematicamente i canti della collina di Cavoretto, utilizzandone alcuni, per la prima volta, nelle Danze piemontesi op. 31, eseguite nel 1903, sotto la direzione di Toscanini, al Teatro Vittorio Emanuele. Il musicista torinese ha raccolto, nel corso di lunghi anni di ricerche non sempre facili, un gran numero di canzoni pressoché scomparse (oltre 500 tra melodie e varianti), di cui solo qualche “vecchia donna” conservava la memoria. L’origine ebraica lo rende oggetto delle persecuzioni fasciste. Il 16 maggio 1944, mentre la polizia fascista lo sta per arrestare all’Ospedale Mauriziano di Torino dove s’era rifugiato con la sorella per sfuggire alle leggi razziali, muore per una sincope.


Gideon Klein, Partita für Streicher (1944)





A proposito delle persecuzioni naziste subite dai musicisti è esemplare, tra tutte, la parabola del compositore Gideon Klein, morto venticinquenne nel lager dopo un’esistenza trascorsa negli ultimi quattro anni tra i campi di Terezin e Auschwitz. La passione per la musica ha consentito a questo pianista e compositore cecoslovacco, anche durante la prigionia, di suonare e comporre in condizioni disumane. Organizzatore della vita culturale nel campo di concentramento di Theresienstadt, la sua morte è avvenuta in circostanze poco chiare proprio durante la liquidazione del campo Fürstengrube nel gennaio 1945. Non è l’unico musicista di fama, all’epoca, internato. Con lui, tra i molti, Erwin Schulhoff, compositore e pianista cecoslovacco morto nel lager di Weißenburg nell’agosto 1942, Pavel Haas, Hermann Leopoldi, Hans Krasa, morto ad Auschwitz all’età di 45 anni, la cantante italiana Frida Misul, l’austriaco Viktor Ullman che compose venti opere nei campi di concentramento prima di finire nelle camere a gas di Auschwitz.


Hanns Eisler, Deutsche Sinfonie, Op. 50 (1935-1947)





Pochi sanno che già nella ‎primavera del 1933, con Hitler appena insediato al potere, ci sono in piena attività in Germania almeno ‎tre campi, chiamati di prigionia o di lavoro, di transito, di raggruppamento, a ‎Breitenau, Dachau e Oranienburg. Vi finiscono innanzitutto dirigenti e ‎militanti comunisti e dell’opposizione rastrellati dalle SA dopo il rogo del Reichstag. Eisler compone i primi movimenti della “Deutsche Sinfonie, Op. 50” nell’immediatezza di ‎quegli eventi. Premiato alla XV edizione del Festival della Società ‎Internazionale per la Musica Contemporanea, gli promettono che i suoi componimenti saranno eseguiti ‎all’Esposizione mondiale di Parigi del 1937. Invece no. Il regime nazista, premendo sul governo ‎francese, fa cancellare la performance. La “Deutsche Sinfonie, Op. 50” viene eseguita per la prima ‎volta in studio nella sua interezza solo nel 1995 ad opera della Leipzig Gewandhaus Orchestra diretta da ‎Lothar Zagrosek.‎


Erich Itor Kahn, Ciaccona dei tempi di guerra (1943)





All’avvento del nazismo Erich Itor Kahn, grande pianista, viene sollevato da ogni incarico e costretto a fuggire a Parigi con sua moglie, Frida Rabinowitch. Nel 1939, all’inizio del conflitto mondiale, viene internato come “straniero nemico”. L’occupazione tedesca lo vede addirittura già prigioniero. Nei campi di Blois e di Milles compone la musica per soprano e pianoforte del Salmo XIII, il salmo di David, che nell’incipit recita “Fino a quando su di me trionferà il nemico?”. Un’altra composizione di Kahn nella prigionia francese è l’inno “Nenia judaeis qui hac aetate perierunt” per pianoforte e violoncello, un lamento funebre assolutamente profetico, considerato che viene scritto tra il 1940 ed il 1941 quando l’Olocausto non era ancora stato attuato, ma evidentemente ne erano già chiari – a chi voleva vedere – tutti i funesti segni premonitori. Scappato negli Stati Uniti, compone nel 1943 la sua celebre “Ciaccona dei tempi di guerra” per pianoforte.


Arnold Schoenberg, Un sopravvissuto di Varsavia (1947)





L’avvento del nazismo segna un periodo di crisi anche per Arnold Schoenberg, fondatore della scuola di Vienna e grande innovatore; Hitler, amante della musica wagneriana, lo osteggia al punto da indurlo a abbandonare la Germania, prima in Francia e in seguito a Boston, negli Stati Uniti. Tra i suoi capolavori c’è l’opera “Un sopravvissuto di Varsavia”, scritta nel 1947 proprio con l’intento di rievocare la persecuzione contro gli Ebrei. Una drammatica composizione per voce recitante, coro e orchestra. Si dice nell’atto 5: “Fu allora che udii il sergente che gridava: ‘Contateli!’ .Cominciarono lentamente e in modo irregolare. Uno, due, tre, quattro – ‘Attenzione!’ il sergente urlò di nuovo, ‘Più svelti! Cominciate di nuovo da capo! Fra un minuto voglio sapere quanti devo mandare alla camera a gas!’”


Luigi Dallapiccola, Il Prigioniero (1944-1948)





Luigi Dallapiccola compone la partitura del “Prigioniero” tra il gennaio 1944 e il maggio 1948. In realtà i primi progetti per un lavoro ambientato nel mondo delle prigioni discendono dall’impressione suscitata in lui dalla lettura, nel 1939, del racconto “La torture par l’esperance” di Villiers de l’Isle-Adam, che però si trasfigura in forza dagli eventi politici europei di quegli anni e, in particolare, dalla proclamazione delle leggi razziali. A esse il musicista oppone innanzitutto il ciclo di composizioni dei Canti di prigionia, tre preghiere di altrettanti reclusi illustri, a cui abbina l’opera Il prigioniero, per tentare di suscitare interrogativi (più che mai attuali, allora come oggi) sul valore della libertà dell’uomo. Prima rappresentazione a Firenze, Teatro Comunale, il 20 maggio 1950.


Aleksander Tytus Kulisiewicz, Songs from the Depths of Hell (1979)





La voce di Aleksander Kulisiewicz, un sopravvissuto di Sachsenhausen, trasmette ancora speranza, nonostante l’orrore di cui è stato testimone. Cantante amatoriale all’epoca del suo imprigionamento, Kulisiewicz ha composto 54 canzoni in circa sei anni nel campo di concentramento. Dopo la liberazione ha ricordato e trascritto sia quelle canzoni che quelle imparate dagli altri prigionieri, dettando centinaia di pagine di musica e parole all’infermiera che l’assisteva in un ospedale polacco. L’agonia che trasudano le sue canzoni è evidente, ma la bellezza dell’espressione musicale aiuta a contrastare le sofferenze raccontate qui, e vissute come lui da milioni di persone. L’album, pubblicato nel 1979, è cantato in tedesco, polacco, ucraino e yiddish.


Steve Reich, Different Trains (1988)





Steve Reich è nato nel 1936 a New York da padre di fede ebraica. Mentre in Europa ‎divampano guerre ed Olocausto, lui è costretto a frequenti viaggi in treno tra New York e Los Angeles a ‎causa del divorzio dei suoi genitori. Molti anni dopo, acclamato come uno dei padri ‎della musica minimale, Reich conduce una riflessione sul fatto che i viaggi in treno della sua infanzia, per quanto da incubo nella sua memoria, erano nulla al confronto delle tradotte verso i campi di concentramento e sterminio su cui erano ‎stipati tanti bambini come lui, ebrei d’Europa. Da qui l’album “Different ‎Trains”, i cui testi sono interviste a persone che vissero gli anni ‎intorno alla guerra. Nel secondo movimento parlano Paul, Rachel e Rachella, tre ebrei ‎sopravvissuti allo Sterminio in Europa, raccontano dell’occupazione nazista, dell’antisemitismo a scuola (i “corvi neri”, ossia gli ebrei) e della deportazione nei campi. Nel terzo, i sopravvissuti rifugiatisi in America, a cui resta il dolore e l’insopprimibile ricordo del male subìto, e di una bambina ‎ebrea che con la sua splendida voce incantava perfino i soldati nazisti.


Goran Bregovic, Train de Vie (1998)

La musica di Goran

Bregovic arricchisce questo film del regista romeno Radu Mihaileanu, una tragicommedia di viaggio sotto la triplice insegna dell’umorismo yiddish, di una sana energia narrativa e di un ritmo di trascinante allegria. Nel 1941, per evitare la deportazione, gli abitanti di uno shetl romeno allestiscono un finto convoglio ferroviario su cui alcuni si travestono da soldati tedeschi, nel folle tentativo di raggiungere il confine con l’Urss e di lì proseguire per la Palestina ed Eretz/Israel, la terra promessa. Ci riescono, dopo tragicomiche peripezie tra cui l’incontro con un gruppo di gitani che, a bordo di autocarri, hanno avuto la stessa idea. Dialoghi italiani di Moni Ovadia. Il regista riesce a mettere in scena gli effetti disumanizzanti dell’ideologia e del potere sull’individuo, mostrando come una commedia possa essere più tragica della tragedia stessa. Come egli stesso afferma: “L’umorismo come ebreo, è ciò che mi ha fatto sopravvivere, che ha salvato la nostra vita e la nostra memoria”.

24/01/17

anche gli Islamici salvarono ebrei dalla deportazione dei nazisti . la storia postuma di Abdelkader Mesli imam delmoschea di parigi che salvò gli ebrei e Francesco Lotoro è il Maestro di musica che trascorre la vita impegnato nella ricerca delle musiche create nei campi di concentramento.

non riuscendo    come  ho detto   nel post  precedente  a  trovare news  dettagliate e  specifiche sui religiosi  cattolici e  protestanti   nei campi di concentramento   e lager  nazisti     che non siano oltre i  testimoni di geova  e  la  vicenda  di padre Massimiliano kolbe  (  su   tutti  ) per la  quale  fu  


San Massimiliano Maria Kolbe
Fr.Maximilian Kolbe 1939.jpg
Presbitero e martire
Nascita8 gennaio 1894
Morte14 agosto 1941
Venerato daChiesa cattolica
Beatificazione17 ottobre 1971, da Papa Paolo VI
Canonizzazione10 ottobre 1982, da Papa Giovanni Paolo II
Ricorrenza14 agosto
Attributipalma
Patrono diradioamatori
 ho  trovato  La storia dell’imam Abdelkader Mesli  finita per lunghi anni nell’oblio  dovuto  ai tabù  e pregiudizi  verso  gli islam e  i  suoi  fedeli   e  alla  visione  al sensio  unico   del tipo  : <<  gli islamici   odiano  gli ebrei  ed  i cristiani  >>  Poi nel 2011 --- secondo l'articolo del http://ilmanifesto.info  del  21\1\2017 che  trovate  sotto --- alla morte della madre, il figlio Mohammed, che oggi ha 65 anni, scoprì nel vecchio appartamento di famiglia uno scaffale zeppo di documenti, lettere, fotografie ingiallite. Oggetti impolverati che raccontavano il passato di un uomo molto riservato e restì a rievocare il periodo della Guerra e la sua esperienza sotto l’Occupazione tedesca.




Nato ad Orano, orfano dei genitori, Abdelkader Mesli

 aveva appena 17 anni quando sbarcò a Marsiglia dall’Algeria. Trovò prima lavoro come portuale e poi come muratore. Dopo un breve soggiorno in Belgio, dove fece il commesso viaggiatore e l’impiegato in un sito minerario, approdò a Parigi. La città era stretta in una cappa di paura e tensione. Per le strade e negli uffici a dettare legge erano gli occupanti nazisti e i loro collaboratori. Mesli iniziò a frequentare la Grande Moschea di Parigi eretta nel 1926 nel Quinto arrondissement in omaggio ai 70 mila caduti musulmani della Grande Guerra. Il Direttore e fondatore dell’edificio religioso Kaddur Benghabrit lo nominò imam. I due fecero il possibile per intralciare i piani dei tedeschi e venire in soccorso degli ebrei perseguitati. Mesli cominciò a stampare decine di certificati falsi che attestavano la fede musulmana delle famiglie ebree (molte delle quali erano di origine sefardita e provenienti dai paesi del Maghreb) a cui i nazisti davano la caccia. In alcuni casi, in accordo con Benghabrit, aprì loro le porte dell’edificio religioso allestendo rifugi nelle cantine che erano direttamente collegate con il dedalo dei sottorreanei della capitale. Nel documentario «La Mosquée de Paris: une résistance oubliée» realizzato da Dni Berkani l’ebreo sopravvissuto Albert Assouline racconta: «arrivai alla Grande Moschea assieme a un arabo algerino. Eravamo appena evasi da un campo di prigionia. La nostra idea era quella di fuggire in un paese del Maghreb. Pensammo di rifugiarci in un edificio religioso ma come potete immaginare non era il caso di scegliere una sinagoga. Scegliemmo la Moschea». Secondo Assouline, tra il 1940 e il 1944 più di 1700 persone passarono nei locali del grande luogo di culto musulmano.
Le voci e le dicerie cominciarono presto a circolare nel quartiere. La Grande Moschea finì sotto osservazione e Mesli venne mandato in tutta fretta a Bordeaux dove, in veste di imam, cominciò a prendersi cura dei prigionieri nordafricani rinchiusi nella prigione del Fort du Hȃ. Un lavoro rischioso che lo portò ad entrare in contatto con la Resistenza.
Dopo una soffiata, il suo nome finì nelle liste della Gestapo. Il 5 febbraio 1944 venne arrestato. Nonostante le torture Mesli non rivelò mai i nomi della rete di oppositori con cui aveva cominciato a collaborare e per questo venne costretto a salire su uno degli ultimi convogli piombati diretti verso i campi di concentramento tedeschi. Arrivo’ a Dachau, poi venne trasferito a Mathausen. Dopo la prigionia, segnato profondamente dall’esperienza concentrazionaria, Mesli ritornerà a Parigi, si sposerà e metterà al mondo due figli. La sua vita marchiata dall’orrore dei campi avrà anche un risvolto glamour: nel maggio del 1949 Mesli celebrerà il matrimonio tra Rita Hayworth e il principe Ali Khan in Costa Azzurra tra nugoli di paparazzi e invitati dal sangue blu. Una parentesi dorata prima del ritorno nella ben più modesta Bobigny, banlieue nord di Parigi dove, fino all’ultimo fu imam della locale moschea e dove morirà nel 1961.
Il figlio Mohamed, che oggi ha riannodato i fili di una memoria rimasta sepolta per decenni, racconta: «mio padre era un musulmano di osservanza sufi, una corrente dell’Islam basata su un precetto importante secondo il quale il peggior nemico dell’uomo è l’ignoranza». Il nome di Mesli l’«imam che salvava gli ebrei» non figura nelle liste dei «Giusti tra le nazioni» che hanno messo in pericolo la propria vita per salvare degli ebrei dallo sterminio e chissà se in futuro vi figurerà. «Questa onorificienza non è mai stata attribuita a nessun musulmano francese o maghrebino nonostante i diversi casi recensiti – racconta lo scrittore e giornalista Mohammed Aissaoui che sull’aiuto fornito agli ebrei perseguitati da persone di fede musulmana ha condotto accurate ricerche poi raccolte nel libro «L’Etoile jaune et le croissant» – sollevare il velo sui legami tra ebrei e musulmani purtroppo oggi è un tabù. Eppure la frase Chi salva una vita salva l’umanità intera è contenuta sia nel Talmud che nel Corano. Sarebbe ora che qualcuno si decidesse a riaprire questa pagina dimenticata di Storia dando il giusto riconoscimento all’ex Direttore della Grande Moschea di Parigi e all’imam Mesli.

la  seconda storia   è    quella , ora  diventata  un film ,   di  Francesco Lotoro è il Maestro di musica che trascorre la vita impegnato nella ricerca delle musiche create nei campi di concentramento.
da  http://www.cinemaitaliano.info/news/  del 18/01/2017, 15:36 

 MAESTRO - Trovo e suono la musica dei Campi

MAESTRO - Trovo e suono la musica dei Campi
                    Francesco Lotoro il "Maestro" in uno dei suoi viaggi a caccia di spartiti
















































Una ricerca che diventa ragione di vita. Per Francesco Lotoro, musicista di Barletta, l’incontro con la musica pensata e scritta nei campi di concentramento è diventato un’attività quotidiana; dalla ricerca al ritrovamento di autori e spartiti, dai viaggi per recuperare i materiali fino alla cura di questi brani, circa 8.000, raccolti per essere trasformati in musica.
sempre  Francesco Lotoro
cattura  schermata  da  raiplay  del 27\1\2016
Maestro, diretto dal regista argentino Alexander Valenti, racconta il percorso di Lotoro, musicale, umano e religioso. La scoperta di questa grande quantità di musica creata durante l’internamento e la prigionia nei campi di tutto il mondo dal 1933 fino alla fine della guerra (e poi fino al 1953 con i campi staliniani), ha riacceso in lui l’interesse verso la religione ebraica che ha poi abbracciato tornando sulla strada del suo bisnonno.
Decine e decine di autori ebrei o delle minoranze perseguitate dal nazismo, come i rom, ma anche appartenenti a quei tedeschi scappati dalla Germania nazista e trattati nei paesi di arrivo, come Francia e Gran Bretagna, come possibili minacce nemiche.
Lotoro li cerca da oltre 20 anni e, grazie alla sua passione per la musica, apprezza e percepisce le motivazioni di questa ricerca, utile in primis per non dimenticare e poi per rendere concreto un messaggio rimasto sulla carta pentagrammata di fortuna troppo a lungo.

Valenti segue il "Maestro" in alcuni suoi viaggi senza riuscire a cambiare troppo il registro del suo racconto che, grazie alle immagini di repertorio, agli incontri con i pochi testimoni ancora in vita e alle note delle tante composizioni riesce comunque a coinvolgere e a trasformare lo spettatore in un alleato in questa ricerca affascinante ed esemplare per tutti.


Il documentario prodotto dal DocLab col patrocinio Unesco, sarà in sala in 80 copie in una giornata unica nel giorno della memoria, il 23 gennaio, ospite delle multisale UCI e The Space distribuito da Luce Cinecittà.

Stefano Amadio



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