Visualizzazione post con etichetta 1 maggio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 1 maggio. Mostra tutti i post

13/11/08

AL SUPERMERKATO DELLA STORIA SI SVENDONO I MITI E GLI EROI DEL XX SECOLO: IL CHE

AL SUPERMERKATO DELLA STORIA SI SVENDONO I MITI E GLI EROI DEL XX SECOLO: IL CHE

 

di Ugo Arioti

 

Da ragazzo mi appassionavo ascoltando la “Chanson de Gest del Che”, alias Ernesto Guevara, argentino caliente, partito da casa con una strampalata motocicletta e con la borsa da medico, per un sogno rivoluzionario.

Rivedevo l’epopea garibaldina in quella magnifica figura di uomo.

Un uomo che perseguiva l’obbiettivo di battere l’imperialismo statunitense nell’America latina, dove gli agenti delle multinazionali e dei potenti del mondo riducevano i popoli in schiavitù, animali da soma per le miniere di piombo, stagno, argento che arricchivano e consolidavano l’occidente capitalista.

Un uomo certamente spietato, prima con se stesso e poi con i suoi uomini.

Un uomo scomodo, anche per “ il grande Soviet Comunista”; certamente un uomo fuori dagli schemi e dai tatticismi.

 

Il Che non era per noi ragazzi solo l’effigie stampata in tanti vessilli di Sezione dai giovani comunisti, il Che è la STORIA del nostro Secolo, la nostra.

La rivoluzione cubana era un pezzo di quella Storia, il “Barbudos” luogotenente di Fidel, Ernesto Guevara detto il Che, che da semplice medico diventa un guerriero intelligente e spietato con la presa di Santa Clara  diventa il principale protagonista della vittoria sul dittatore Fulgencio Batista.

Ma prima era stato il difensore del governo progressista guatemalteco di di Jacobo Arbenz, e il medico rivoluzionario di cui raccontavano i contadini messicani.

Ed è proprio in Messico che fra il 1955 e il 1956, quando il sonno e la pappa erano il mio quotidiano, che Guevara conosce Fidel Castro.

Poi resta il ricordo, quasi sbiadito di una giornata di Ottobre del 1967, quando sull’altipiano Boliviano, quello che era stato la culla di un altro grande eroe sudamericano, Simon Bolivar, veniva ucciso dagli agenti capitalistici che la CIA aveva sguinzagliato per eliminare il problema della guerriglia che disturbava gli affari dei potenti.

 

19/05/08

Risposta di napolitano a Samanta di Persio

Signor Presidente,


mi chiamo Samanta Di Persio sono una ragazza di 28 anni precaria, membro del Comitato Centrale del Pdci. Non scrivo per me.
Il 1° maggio Lei ha consegnato le medaglie ai familiari dei Caduti sul lavoro della ThissenKrupp e di Molfetta. Lei sa che l’anno scorso sono morte 1047 uomini e donne. Lei sa che l’anno prima ne sono morti 1341, e sono morti l’anno prima ancora, ancora e ancora. L’Eurispes ha stimato che dal 2003 al 2006, nel nostro Paese i morti sul lavoro sono stati 5.252.
Quante lacrime, quanto dolore.
Lei ha vissuto la guerra, la resistenza. Io no. Lei ha potuto combattere per dei valori, per la libertà da una dittatura. Io no.
Oggi si devono portare avanti altre battaglie. Anch’io volevo lasciare qualcosa: un libro. Ho deciso di iniziare un viaggio per l’Italia, parlare con le persone che hanno perso i loro familiari sul lavoro. Quando ho iniziato ero digiuna sulle condizioni di lavoro, nel senso: so dai giornali, dalla televisione. Ma poi, quando ascolti e vedi con le tue orecchie e con i tuoi occhi, ti senti impotente di fronte all’inciviltà del nostro Paese. continua qui  sul sito gemello 


07/05/08

Senza titolo 503

Lo  so che è un post non mio  ma tale  fatto , nonostante sia appassionato di storia  , a me ignoto , mi ha molto scioccato , soprattutto da sardo  perchè non credevo che  anche in italia  fossero successe cose  simili  . Ringrazio vivamente  il nostro compagno  di strada copperhead 

Itri 1911: il colore del sangue


 da wikipedia : << [...] Nel 1911 erano presenti nel comune cinquecento dei circa mille emigranti sardi arrivati per lavorare al V lotto della Direttissima Roma-Napoli. Nel contesto nazionale erano già presenti elementi di razzismo contro i sardi, chiamati sardegnoli, che non scomparvero fino alle imprese della Brigata Sassari nella Prima guerra mondiale Gli emigranti ricevevano un salario inferiore rispetto agli altri lavoratori, ma si rifiutarono di pagare ogni tangente alla camorra, allora infiltratasi nell'appalto, e per tutelarsi cercarono di costituire una lega di autodifesa operaria. Il 12 e 13 luglio, a seguito di futili pretesti, avvengono due imboscate a cui partecipano gli stessi notabili del paese, nell'indifferenza delle forze dell'ordine. Si contarono, non senza difficoltà e intralci, 8 vittime e 60 feriti, tutti sardi,  mentre dalla Corte d'Assise di Napoli trentatré imputati furono assolti dai giurati popolari e nove condannati in contumacia, a trenta anni di carcere.  Fonti locali parlano di una ribellione contro i sardi da parte della popolazione "stanca di sopportare violazioni e prepotenze [...] soprusi d’ogni genere"  di come "i sardi si trovavano nella condizione psicologica dei conquistatori [...] in questo centro-sud da poco conquistato dal loro Re" e "gli itrani non trovarono alcuna difesa nello Stato Sabaudo mentre ai sardi fu accordata una sorta di tacito salvacondotto tanto da portare all'esasperazione la società itrana non nuova ad atti di resistenza violenta." .>>
 
da
copperhead 

Itri, comune del Lazio meridionale oggi in provincia di Latina ma nella prima decade del secolo scorso collocato in quella di Caserta, fu teatro nel luglio 1911 di un controverso episodio di cronaca nera che ancora oggi è coperto da una cortina di riserbo che sa tanto di rimozione: la “Caccia ai Sardignoli”.


I fatti
Per la realizzazione del quinto tronco della tratta Roma-Napoli, le Regie Ferrovie e le aziende che avevano in appalto i lavori di costruzione della strada ferrata scelsero di avvalersi di circa un migliaio di operai fatti affluire in blocco dalla Sardegna.
Le ragioni di questo reclutamento di massa, apparentemente illogico in un momento storico in cui la forza lavoro a buon mercato non difettava nell’Italia Centro-Meridionale interessata da imponenti flussi migratori in uscita, stavano in un cinico calcolo.
I lavoratori sardi, poveri in canna, analfabeti e sostanzialmente estranei per ragioni storiche, culturali e linguistiche rispetto al resto della popolazione italiana, costituivano una manodopera tutto sommato facile da controllare perché priva di appoggi materiali e morali sul territorio; una manovalanza cui imporre i lavori più duri a un salario inferiore a quello - già misero - di altri operai e condizioni di vita che oggi considereremmo subumane.
Nell’estate del 1911, circa la metà di questi lavoratori sardi si trovava a spaccare e scalpellare pietre nei pressi di Itri, sistemata alla meglio in baracche, tuguri e altri ricoveri di fortuna.
La comunità di Itri guardava con diffidenza e irritazione quest’invasione imposta dall’alto, preoccupata dalla pressione esercitata da quella massa di forestieri male in arnese, chiusi in un loro mondo incomprensibile e alieno, abbruttiti dalla fatica e potenzialmente incontrollabili fuori dal cantiere.
Dagli archivi, infatti, sono emerse le proteste e le richieste di provvedimenti urgenti d’ordine pubblico inoltrate per via gerarchica dai maggiorenti itriani, ovviamente rimaste lettera morta.
A soffiare sul fuoco dell’intolleranza provvidero elementi della malavita collegati o direttamente affiliati alla Camorra, interessati a lucrare il pizzo anche sui magri salari dei lavoratori e indispettiti dal comportamento dei sardi, che avevano reagito alla tentata estorsione organizzando un abbozzo di lega di autodifesa operaia.
Il 12 e 13 luglio 1911, prendendo a pretesto alcuni episodi di frizione tra sardi e residenti, si scatenò nel cuore di Itri la “caccia al sardignolo” cui presero parte attiva anche i notabili locali.
In totale si contarono 8 morti e 60 feriti, tutti sardi.


Vincitori e vinti
Dagli atti del processo che si svolse prima a Cassino e successivamente presso la Corte d’Assise di Napoli, emerge una linea difensiva che invoca come attenuante la ribellione popolare giustificata da presunte violazioni e prepotenze d’ogni sorta patite dai pacifici e laboriosi itriani, colpevolmente lasciati in balia di sardi dipinti come una masnada in preda al delirio dei conquistadores.
Fonti locali arrivano a insinuare che la monarchia sabauda, memore della fedeltà dei sudditi isolani al Regno di Sardegna (!!!), avesse graziosamente concesso agli operai sardi in trasferta nel basso Lazio un implicito salvacondotto per razziare impunemente (sic!).
Non c’è dubbio che tali argomentazioni suonino ridicole, contrarie come sono alla logica e alla storia. Non di meno, a distanza di un secolo dai fatti è forse il momento di andare oltre le forzature di parte e i risentimenti incrociati.
Con tutta probabilità, la manodopera sarda fece le spese della partita a scacchi per il controllo del territorio tra il governo centrale, allora retto da Giovanni Giolitti, e i notabili locali; una contesa che nei territori appartenuti ai Borbone si era chiusa solo formalmente al momento dell’annessione forzata.
D’altra parte, il Regno d’Italia si poneva in continuità con il Piemonte sabaudo nella scarsa considerazione per i sudditi sardi, ritenuti con poche eccezioni “imbarazzanti” per diversità di costumi, miseria e arretratezza. Anche allora, i sardi erano preceduti dalla fama di essere lavoratori infaticabili, però anche caratterialmente difficili, ombrosi, inclini alle zuffe e alla violenza, specialmente se in preda ai fumi dell’alcool.
Sebbene sia un paragone antipatico, politicamente scorretto e antistorico, i sardi immigrati in Terra del Lavoro si ritrovarono a fare i conti con condizioni ambientali durissime, ai limiti della sopravvivenza, rese ancora più critiche da un muro di incomunicabilità, pregiudizio e sospetto: una situazione che per molti versi somiglia a quella delle comunità di rumeni o di slavi insediatesi ai margini estremi delle periferie delle nostre metropoli.
Questo background sfavorevole concorse a ingigantire le incomprensioni tra operai sardi e popolazione itriana: due mondi messi a contatto di colpo, senza alcuna mediazione né una giustificazione che non fosse lo sfruttamento rapace della forza lavoro.
La “Caccia ai Sardignoli” fu una mattanza del povero contro il più povero, mentre chi tirava le fila del gioco, come sempre, restava a guardare a debita distanza, pronto a raccogliere i frutti.

 APPROFONDIMENTI 

i libri  :


  •  Sardi a Itri – I tragici avvenimenti del 12 e 13 luglio del 1911. (La ricostruzione dello scontro, con morti e feriti, avvenuto a Itri tra sardi e itrani, che interessò stampa e Parlamento nazionale e le aule giudiziarie della Corte d’Assise di Napoli). DI  Pino (Giuseppe) Pecchia QUI   news  sull'autore

  • A. De Stefano, La rivolta d’Itri, legittima difesa di una folla, Milano, Vallardi, 1914 Angelo De Stefano




10/05/07

Senza titolo 1815

In una società in cui il  90 % della gente  è come   queste  terzine  Dantesche   del III canto del purgatorio  trovate qui il testo integrale  

( ... ) 
Come le pecorelle escon del chiuso
a una, a due, a tre, e l'altre stanno
timidette atterrando l'occhio e 'l muso;
e ciò che fa la prima, e l'altre fanno,
addossandosi a lei, s'ella s'arresta,
semplici e quete, e lo 'mperché non sanno;
e ciò che fa la prima, e l'altre fanno,
addossandosi a lei, s'ella s'arresta,
semplici e quete, e lo 'mperché non sanno;
 Come color dinanzi vider rotta
la luce in terra dal mio destro canto,
sì che l'ombra era da me a la grotta,    
restaro, e trasser sé in dietro alquanto,
e tutti li altri che venieno appresso,
non sappiendo 'l perché, fenno altrettanto.

(...)


ci si  è concentrati per celebrare i 29 anni  dall'assasinio di  Aldo Moro  , uomo importante  senza dubbio ,  sul caso Moro  e si  è scardati  di Peppino impastato morto  nello stesso giorno .
Lo voglio celebrare  cosi  con questa  citazione  : << È nato nella terra dei vespri e degli aranci, tra Cinisi e Palermo parlava alla sua radio, | negli occhi si leggeva la voglia di cambiare, la voglia di giustizia che lo portò a lottare, | aveva un cognome ingombrante e rispettato, di certo in quell'ambiente da lui poco onorato, | si sa dove si nasce ma non come si muore e non se un ideale ti porterà dolore. ( da i cento passi dei Modena City Ramblers) e con questo video dell'esibizione di Crmen Consoli ed i Lauri ( ? ) al concerto del primmo maggio 2007 dei brano Ciuri di Campu, tratto da una poesia di Peppino  






di cui trovate sotto il testo Testo di Ciuri di Campo Da una poesia di Peppino Impastato

Ciuri di Campo



Ciuri di campo chi nasci
biati l'occho di cu lu pasci
ciuri di campo chi crisci
e la lapuzzainchi li vischi
ciuri di campo che mori
chianci la terra chianci lu cori


Rit. ciuri chi nasci
ciuri chi crisci
ciuri chi mori
chianci la terra chialci lu cori


come ciuri di campu nascisti
e la terra ti fici di matri
comu ciuri di campo criscisti
e la lotta ti fici li patri
come ciuri di campo muristi
na sira i maju chi stiddi tristi




Per chi volesse saperne di più

Peppino impastato




Aldo Moro


02/05/07

Senza titolo 1798

1 maggio 1947-1 maggio 2007


Portella delle Ginestre
Autore: D. Fo, P. Ciarchi Anno 1970 circa

Portella delle Ginestre
e i morti calabresi
e quelli delle Puglie,
quelli di Reggio Emilia;
e quelli morti in fabbrica
e quelli sui cantieri
e quelli avvelenati
dall'acido e il benzolo…
Non aspettar San Giorgio - che lui
ci venga a liberare;
non aspettare San Marco - che lui
ci venga a vendicare coi fanti e i cannoni…
E quelli che son crepati
di tisi e silicosi
e il cancro alla vescica per più di mille donne
e i morti giù in miniera…
ma basta con 'sto elenco:
son venticinquemila
crepati in poco tempo, in pochi anni;
nessuno paga i danni,
è roba del padron, comanda lui.
E non gridare aiuto - eh no!
chi può aiutari, oppresso,
è il tuo compagno stesso - è lui
che ti potrà salvare, soltanto lui.
Però
bisogna buttarci tutto
"O MERDA O BERRETTA ROSSA!"
o merda o berretta rossa!
Chi non vuol provar la scossa
sta dalla parte del padrone e la pagherà,
sta dalla parte del padrone e la pagherà.


 


prima della  strage  foto tratta  da www.misteriditalia.com/giuliano/strage-portella/


 


Preso dal concerto del primo maggio  mi sono dimenticato  di un grandissimo  anniversario che  ha avuto  ed ha   grande pesoi sulla storia del nostro amato-odiato paese  e che vede coinvolti  gli Americani  querli che certa  storiografia  o pseudo tale vede  come i veri liberatori al posto  di coloro  che  marcirono nelle carceri fassciste  o al confino e poi sali in montagna per  resistere  .
Per  evitare d'annoiarvi con la mia  logorroica prolissità  lscio che a parlare siano   questo  documentario  La memoria della strage di Portella della Ginestra raccolta da un gruppo di ricercatori sessant'anni dopo. Interviste a superstiti e familiari delle vittime. uno  dei tanti  di youtube  alla voce  portella  delle ginestre ( per chi è interessato a coltivare la memoria trova qui l'elenco )
e altri siti  sotto riportati








 





01/05/07

Senza titolo 1794




«   Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra. Ma questa è una verità che non molti conoscono.   » [   Primo Levi   ]





 




Archivio blog

Si è verificato un errore nel gadget