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31/10/16

la violenza e l'omicidio contro le donne è un semplice omicidio o un femminicidio ? secondo me il secondo . e second vo ?i

Inizialmente   ho condiviso 

per provocare e perchè credevo che il termine femminicidio fosse uno di quei neologismi linguisticament e ipocriti e politicament e corretti , questo post   di http://www.bastabugie.it becera pagina  clerico fascista  ( le mie solite condivisione senza leggere cio che cavolo cazzo condivido e prendendo poer buono il titolo , senza rendermi conto  come  mi è stato  fatto  notare  dall'amica  ed utente   : 


Daniela Tuscano Bel modo di provocare, postando un link fascista che peraltro afferma l'esatto contrario di quanto dici tu. Infatti, secondo loro, le stragi di donne sono episodi occasionali e rari, mentre vuoi mettere coi poveri maschietti ammazzati dalle perfide femmine? Ogni giorno ce n'è uno, no? Poi tu sei libero di considerarlo "neologismo astruso" (perché?), ma esiste, e non ci sarà barba di post sessista che mi farà cambiare idea. Si chiama femminicidio e tale resta.

Poi leggendo sia   sempre  sulla  mia  bacheca  ( qui l'intera  discussione )   di fb   questo commento di una  mia   amica  e  compaesana    avvocatessa

Marianna Bulciolu Il femminicidio , come l'infanticidio, è un omicidio più grave perché commesso il primo per motivi futili , come gelosia , possesso ecc. , il secondo perché commesso contro un bambino. Quindi nel femminicidio non rientrano tutti gli omicidi contro le donne , ma quelli che gli uomini commettono per certi motivi, e questo rappresenta, a mio avviso giustamente, un 'aggravante.

e da questo articolo  di  http://www.mentecritica.net/ sempre  della stessa    amica  daniela   che    riporto integralmente  

Femminicidio: Il Peccato Originale 


Dunque, i numeri. Dal solo mese di maggio ad oggi, fanno venti.
Intendo i casi. Le persone sono molte di più, perché alcune vicende sono avvenute nello stesso giorno coinvolgendo più persone.
Cito, in ordine sparso:
  • Roma, assassinio di Alessandra Iacullo, 25 anni, confessa il fidanzato cinquantenne: “Ero geloso”.
  • In varie regioni d’Italia, Ilaria, Chiara e Alessandra vengono uccise lo stesso giorno dai rispettivi partner. Erano intenzionate a lasciarli.
  • Napoli, donna accoltellata in aperta campagna, accusato l’ex marito, geloso.
  • Biloca, ragazza diciassettenne subisce un tentativo di stupro mentre si reca a scuola.
  • Bergamo, estetista aggredita dall’ex marito che aveva denunciato.
  • Calabria, trovata donna uccisa. Subiva violenze da parte del marito da una trentina d’anni.
  • Caserta, aspirante Miss Italia ridotta in fin di vita dal fidanzato che le spappola la milza. Lei si riprende: “Lo perdono, perché lo amo”.
  • Perugia, due stupri nella stessa notte.
  • Pesaro, l’ex partner d’una avvocata (molti giornali scrivono “avvocatessa”) le getta acido in faccia per lavare l’onta d’essere stato abbandonato.
  • Vicenza, dopo aver denunciato l’ex partner per maltrattamenti una donna viene sfregiata con l’acido da maschi incappucciati.
  • Acilia, dopo l’abbandono insegue la moglie con l’auto, fino a stritolarla. Poi inscena il suicidio (che, naturalmente, non va in porto).
  • Padova, poliziotto uccide la moglie e si suicida (questa volta, stranamente, ci riesce). I giornali titolano: “Motivi sentimentali”.
  • Frosinone, un operaio costringe la moglie a girare film porno davanti ai figli e la violenta ripetutamente. In più la minaccia con la frase: “Zitta o farai la fine di Melania Rea”.
  • Napoli, spranga l’ex moglie poi devasta il negozio del nuovo compagno di lei: “Non potevo sopportare di essere abbandonato”.
  • Napoli, picchia la moglie col matterello per ucciderla. Viene fermato in tempo.
  • Firenze, massacra la moglie incinta: “Non hai pulito bene la casa”.
  • Milano, si avventa sull’ex compagna e l’abbatte a coltellate. E continuerebbe a infierire sul corpo se non fosse fermato da un ragazzo diciassettenne che ha tentato vanamente di salvare la donna. Lui continua a farneticare: “Mi ha lasciato, non posso sopportarlo”.
  • Novara, otto minorenni (maschi) indagati per istigazione al suicidio della quattordicenne Carolina, ingiuriata e diffamata all’inverosimile.
  • Roma, una ragazza viene indotta a ubriacarsi quindi stuprata.
In ordine cronologico, questo è l’ultimo caso, posto li abbia ricordati tutti. Il più efferato, però, sintesi perfetta e atroce di tutti gli altri, è avvenuto però, come si sa, poche ore fa in Calabria:
  • Fabiana, 15 anni, accoltellata e bruciata, ancor viva, dal “fidanzatino” (così si legge su quasi tutti i media) maggiore di lei di un anno. Osceno l’articolo dell'”Unità” (!), che parla di “dramma della gelosia e dell’adolescenza”.
A ciò si aggiungano due dati:
  • A Modena, scarcerato dopo appena un anno Ivan Forte, che strangolò la fidanzata Tiziana da cui aveva avuto un figlio.
  • A Milano, la metà delle denunce per violenza sulle donne vengono archiviate.
Numeri. Semplici numeri. In svariate occasioni, anche da questa sede, ho analizzato le radici culturali, sociali e storiche del femminicidio. Non mancherò di ricordarle questa volta ancora, l’ennesima. Ma ogni capitolo s’arricchisce di dolenti, agghiaccianti novità.
Ne menziono solo uno, a paradigma della controffensiva maschile di fronte al fenomeno: la dotta dissertazione di tale prof. Tonello sul “Fatto Quotidiano” di alcuni giorni fa (“Femminicidio, i numeri sono tutti sbagliati” ).
Un testo pericoloso, sia per i contenuti, sia per il lessico all’apparenza neutro, distaccato, insomma “razionale”.
L’illustre cattedratico esordisce contestando i numeri di violenza antifemminile evocati dai media e sottolineando l'”enfasi” posta sulle venticinque donne uccise da inizio anno (il suo scritto risale all’11 maggio scorso). Annota anche, tra l’indignazione e lo scherno, che “si mescolano disinvoltamente aggressioni e omicidi, stupri e molestie, molestie psicologiche e aggressioni con l’acido”, mentre per lui solo gli omicidi (il termine “femminicidio” è ovviamente rifiutato, vedremo poi perché) possono semmai suscitare un campanello d’allarme poiché, in tutti gli altri casi, la donna non è stata uccisa. Stupri e sfregi con l’acido – soluzione “all’indiana”, barbara quant’altre mai, per negare la specificità della donna, quindi la sua esistenza, una sorta di burqa di fuoco: ma l’autore non vi fa caso – non sono da considerare delitti, la donna fisicamente non muore.
 
Egli passa quindi in rassegna i dati, a suo dire sicuri, dell’Istat e scopre cosa? Che la violenza sfociata in assassinio ai danni delle donne non solo non è aumentata, ma sarebbe addirittura in calo.
Certo, egli concede, “pure un solo cadavere è di troppo” ma in un Paese di 60 milioni di abitanti ci saranno sempre “i mafiosi, i violenti, i folli”. Di femminicidio poi nemmeno parlarne, il neologismo è orribile (esiste già il correlativo “omicidio”, perché coniarne un altro?) e, del resto, non significa nulla: assurdo paragonare l’inesistente la mattanza di donne p. es. alla Shoah perché – cito testualmente – “gli ebrei Samuel, Israel, Ruth o Esther venivano mandati dai nazisti nelle camere a gas per il solo fatto di essere di religione ebraica, indipendentemente da qualsiasi altra considerazione. Le donne uccise da ex partner non vengono uccise ‘in quanto esseri umani di sesso femminile’ bensì esattamente per la ragione opposta: per essere quella donna che ha rifiutato quell’uomo”.
Si tratta del ragionamento d’un cattedratico, d’un professore universitario, che dovrebbe conoscere la storia.
Pur ritenendo impensabile, nel 2013, dover confutare simile concentrato d’ignoranza, stupidità e cattiveria, pure il frangente mi ci costringe, non foss’altro perché la maggioranza dell’opinione pubblica, e quasi la totalità dei maschi, vi aderisce volentieri, non pochi addirittura plaudendo (uno di loro, tra i commenti, ha persino invitato i suoi congeneri alla rivolta contro la disinformazione operata dal “nazifemminismo”). Mi appresto dunque a bere l’amaro calice.
1) Tonello rispolvera l’antico ma sempre efficace alibi del delinquente “folle, violento o mafioso”. Un modo – peraltro, tipicamente maschile – di gettare la colpa fuori di sé. Sull’altro, sul diverso. Non ha potuto, come certo avrebbe desiderato, imputare la responsabilità agli stranieri, magari islamici, perché gli autori di questi delitti sono tutti italiani, appartengono alle categorie sociali più disparate e la loro età varia dalla maturità, talora dalla vecchiaia, fino, negli ultimi casi, addirittura alla puerizia. I motivi ispiratori dei loro delitti sono però identici: gelosia, abbandono.
Resta da vedere se siano “folli, violenti o mafiosi”. Chiaramente no. Si tratta di persone del tutto normali, persino – come invocano le sempre protettive famiglie dei minorenni implicati – di “bravi ragazzi”, educati, rispettosi. Non i diversi da temere, entità astratte e mostruose emergenti dal fondo scuro della marginalità sociale, ma i nostri vicini di casa, gli stimati professionisti cui affideremmo una pratica, i valenti operai specializzati e i padri di famiglia amorevolmente premurosi coi figli. No, esimio luminare Tonello, il mostro non è il diverso, il mostro cova in ognuno di noi. Nel Suo linguaggio asciutto e nel piglio professorale col quale nega l’evidenza per non mettere in discussione il modello culturale e (dis)educativo imperante dall’alba dell’umanità.
2)  Ignoro cosa insegni Tonello. Spero, per lui ma soprattutto per i suoi studenti, non storia o materie affini. Sa infatti, o dovrebbe sapere, anche un alunno di dodici anni, nemmeno particolarmente edotto, che gli ebrei furono sterminati non “per il solo fatto di essere di religione ebraica”, ma per il solo fatto di esistere. Fossero o no convertiti al cristianesimo, per il pagano Hitler non aveva la minima importanza: ne è la più illustre, ma ovviamente non unica prova sant’Edith Stein, filosofa tra le più insigni del suo secolo, autrice d’importanti e pionieristici studi intorno alla donna, e martire ad Auschwitz nel 1942. Affermare che lo sterminio degli ebrei aveva motivazioni religiose significa non aver compreso nemmeno alla lontana, e forse nemmeno studiato, le radici del nazismo, e viene seriamente da chiedersi come l’individuo che osa sproloquiare simili bestialità possa permettersi di scrivere su una testata nazionale e/o d’insegnare negli atenei.
3) Sul cinismo e freddezza con la quale è liquidato, o notevolmente ridimensionato,  l’omicidio – come si ostina a definirlo Tonello – di “quella donna per aver rifiutato quell’uomo” la verecondia imporrebbe di sorvolare, ma non si può. Nella prosa che si vuole asettica e scientifica, in realtà sfilacciata e perniciosa, di Tonello non balena neppur per un attimo la futilità del movente. “Per essere quella donna che ha rifiutato quell’uomo” è infatti un’argomentazione risibile, un’aggravante e non un’attenuante del crimine. Soprattutto quando “quell'”uomo, assassino di “quella” donna, al contrario di ciò che asserisce Tonello, peraltro senza lo straccio di prove o statistiche altrove da lui così insistentemente addotte per confermare le sue tesi, non appartiene per nulla alla categoria dei “folli, violenti o mafiosi”.
4) “Le parole sono importanti!”, esclamerebbe ora il Nanni Moretti di “Palombella rossa”, parafrasando Pasolini. E giungiamo al famoso, o famigerato, termine “femminicidio” che Tonello, Gilda e molti/e altri non vogliono nemmeno sentir menzionare. Non esistono “femminicidi” secondo costoro, bensì “omicidi”. Vengano puniti come tali, e non facciamola tanto lunga.
Ebbene, “omicidio”, la cui etimologia Tonello evidentemente non conosce – zero in italiano oltre che in storia, quindi, per il nostro chiarissimo docente – deriva da “homo” e “cidium”, da “caedes” (=uccisione), e indica la morte d’un uomo per mano d’un altro uomo. Infatti: la morte d’un uomo.

Tonello, Gilda e molti/e altri alzerebbero il sopracciglio, fors’anche si straccerebbero le vesti urlando al mio “nazifemminismo estremista”: ma via, lo sanno tutti, per uomo s’intende essere umano, pertanto anche la donna!
Ecco, è proprio il “pertanto” che guasta: se le parole sono importanti, l’ossimoro, da tutti considerato naturale e persino ovvio, del “neutro maschile” è insensato.
Il neutro maschile non include: anzi, è l’esclusione per antonomasia. Il neutro maschile è la cifra linguistica che giustifica ogni violenza, razzismo, prevaricazione, guerra, schiavitù, omofobia e, naturalmente, misoginia e sessismo. Dalla notte dei tempi. Il neutro maschile presuppone un’umanità modellata su un solo archetipo: il maschio, l’essere umano vero e proprio – esattamente come intendono i suoi difensori, non accorgendosi dell’equivoco -, immagine e incarnazione di Dio (alle donne, immagini solo terrene e, per giunta, malriuscite dell’uomo-maschio, non è infatti concesso il ministero sacerdotale né di rappresentare in nessun modo la divinità). Cui tutto è concesso, cui è stato dato in compito di dominare la Terra – e i suoi abitanti, a partire dalla compagna messagli al fianco.
Il linguaggio, espressione tipicamente e compiutamente umana, è dunque sempre stato in mano al maschio, declinato al maschile secondo sensibilità e mentalità maschili. Dalle quali la donna è di necessità esclusa; di qui l’esigenza di coniare nuovi termini. No, non è omicidio, è femminicidio. No, non si tratta del singolo uomo che uccide la singola donna, ma di tutta una mentalità che avalla, presuppone, prepara queste morti. E, se non tutte giungono a tale epilogo, il seme dell’odio è stato comunque gettato. Chi potrebbe rispettare e considerare di pari dignità un individuo ritenuto persino dai più grandi ingegni umani, non esclusi uomini piissimi e talora in odore di santità, infido, sensuale, lascivo, linguacciuto, di debole cervello e, in tempi più recenti, sottovalutato o cancellato dai libri di scuola, mercificato dal consumismo sessuale e degradato a puro oggetto di piacere? Eppure è questo che quotidianamente e, in varie forme a seconda delle latitudini e delle religioni, viene inculcato fin dalla più tenera età.
Oggi poi il sesso, perduta quell’aura di sacertà che lo contraddistingueva come compimento, diremmo linguaggio fisico, d’una intesa spirituale, è divenuto sfogo bruto e velleitario, da consumare subito e, anche in tal caso, da pretendere, in particolare se la ragazza è la “propria” ragazza, se è carina, se ha corrisposto a un bacio. Un rifiuto da parte sua viene ritenuto un’insopportabile onta, un’inconcepibile ribellione.
Già negli scorsi anni scrivevo che il problema del femminicidio non riguardava tanto le donne quanto gli uomini. La questione è maschile, non femminile. E questo, non è stato compreso del tutto nemmeno dalle stesse donne, se è vero che pure le più attente e sensibili, nel commentare lo strazio di Fabiana, la bambina arsa viva dal coetaneo per essersi rifiutata di cedere alla fregola di lui, si rivolgono alla madre dell’assassino rivolgendole aspri rimproveri: “…Perché, cara madre, se tuo figlio ha ritenuto che picchiare, violentare ed uccidere una donna fosse un suo diritto divino…se tuo figlio si è sentito in dovere di punire con la violenza “l’onta” subita dalla donna che lo aveva lasciato/rifiutato…se l’uomo che tu hai portato in grembo e cresciuto è arrivato a tanto…la colpa è ANCHE TUA! Che madre sei stata e che donna sei stata? Cosa hai insegnato a tuo figlio?”, chiede accorata Anna Rita Leonardi nella sua lettera aperta . Tutto vero, naturalmente: moltissime donne – l’ultimo caso, la miss che ha ritirato la denuncia al suo aguzzino – hanno introiettato la stessa misoginia di cui la società è imbevuta senza insegnare alcun rispetto verso le congeneri ai loro figli maschi.
Ma il padre, dov’era? I genitori non sono due? Perché, in casi simili, l’uomo non viene mai chiamato in causa? Non è stato lui, anche per legge, qui in Italia, fino al 1975, il “capofamiglia”? Non è lui la guida morale e spirituale della casa, l’essere umano per eccellenza, il rappresentante di Dio in terra e via esaltando? O lo è solo quando si tratta di ricevere privilegi e onori?
Scriveva Edith Stein negli anni Trenta del secolo scorso: “In origine fu affidato ad ambedue [all’uomo e alla donna, n.d.A.] il compito di conservare la propria somiglianza con Dio, di custodire la terra e di propagare il genere umano. […] Dopo il peccato, il rapporto reciproco si mutò, da puro legame di amore, in legame di dominio e soggezione, e fu sfigurato dalla concupiscenza”. L’umanità, e il maschio in particolare, non ancora divenuto uomo, sembrano a ogni latitudine, nel terzo millennio, ancora macchiati da questo peccato originale.
 


10/09/16

LETTERA AD ASIA © Daniela Tuscano

Non so se la foto ti rappresenti. Se appartenga a te o a un'altra combattente del vostro battaglione tutto al femminile. Non penso t'importerebbe, quindi la lascio così. Avvolta nel mistero come il tuo, il vostro popolo.
Guardi il vento con una dolcezza quasi virile. Un cuore serio e grave. Qui, in Italia, non hanno trovato di meglio che paragonarti a una famosa attrice. Un giorna...lista d'una importante rete televisiva ha commentato che sei stata costretta a imbracciare un mitra; e se fossi nata altrove - in Italia, magari, o in un altro paese di bengodi - avresti sicuramente scelto la carriera della moda o dello spettacolo.
Già, a cos'altro potrebbe aspirare una donna bella ? Di te vedono solo questo: l'avvenenza.
Non gl'importa nulla di leggere nei tuoi profondi occhi neri. Sono analfabeti. Hanno il cervello nel sesso. E se cadi, e se vinci, e se entri nei libri di storia, lo farai per tutte noi. Per restituirci l'umanità e la sfida. Per dimostrare che una donna può e deve voler tutto, e non è mai solo donna.
Se eri bella, lo eri così, non come una fatua bambola di porcellana. Lo eri in mimetica, senza abitini a sbuffo. Era questa la tua natura, perché una donna, quando lotta per la libertà, resiste e non aggredisce.
Entrerai nei libri di storia scritti da una storia diversa. Con un alfabeto finalmente nuovo. In un mondo altro. Che non sarà il nostro. Verrà chiamato - sì, scandiscilo - Rivoluzione.

© Daniela Tuscano



16/08/16

dichiarazioni © Daniela Tuscano [ parte I ]



Lui è un antico cavaliere. Lei una giovane principessa. La fiaba si compie, nella richiesta di matrimonio di Qin Kai alla sua campionessa He Zi, sullo sfondo dei giochi olimpici. L’uomo che sta per cogliere la sua rosa è giustamente intimidito. Un timore stilnovista. Che non venga meno neppur dopo; che permetta alla sposa di sprizzare sempre gioia, una gioia senza sesso, vitale, crea...tiva. Sarebbe quello, il più bel dono d’amore. Il miglior giorno è l’ultimo. 

Per Isabella Cerullo e Marjorie Enya è invece il primo, almeno pubblicamente. È l’amore che non si vergogna più di sé. E per questo ha una forza orizzontale, impensata. Gioiscono come adolescenti, quasi incredule. Un tempo non lontano c’erano le Navratilova, le Mauresmo, i Louganis. Pioniera la prima, con un’innocenza d’uomo ma sofferta e ansante, glaciale e complessa l’altra. Louganis il più fragile, un Apollo smarrito. Altri e altre, poi, continueranno a celarsi, confondersi e abbassare gli occhi. Tempi umani, linee oblique.

26/07/16

GIACOMO E GIOVANNA © Daniela Tuscano





.L'hanno sgozzato il giorno dopo il suo onomastico, a 86 anni, nella stessa città in cui visse Giovanna d'Arco, che ne aveva 19. Il vecchio e la giovane, entrambi martirizzati. Così diversi e lontani, ma travolti dal medesimo odio. L'odio è sempre vecchio, anzi, rancido, pur se compiuto da mani imberbi. E per questo, talora, anche più crudeli ed empie.
Empi sono i terroristi (non pazzi, non squilibrati come la stampa ipocritamente li dipinge), e non solo perché hanno trucidato padre Jacques Hamel mentre celebrava Messa, sulla scorta d'un altro martire, Oscar Romero. Empi sono i terroristi perché, non rispettando il culto dell'altro, non ne rispettano l'umanità. Empio è chi in nome di dio considera infedeli e impuri i "diversi da sé". Empio è chi impedisce all'altro di professare il proprio credo, o cambio di credo, o nessun credo. Gridiamoglielo forte e chiaro: empio! E diabolico. Il vero ateo è lui.
Non si permetta di decidere la sorte di uomini e donne. Non ne ha il diritto. Sono questi ultimi gli unici responsabili delle proprie scelte e verranno giudicati solo da Dio. Non da cani rabbiosi che ne fanno un'ignobile caricatura!
Non pretenda d'invocare il fuoco dal cielo per consumare i nemici. Men che meno di eliminarli. La Scrittura è esplicita in proposito.
Il disegno dei terroristi è lucidissimo. E così l'obiettivo finale, cioè il Papa. Padre Jacques poi, proprietario come Francesco, credeva e praticava l'ecumenismo, proprio quello che l'Is non tollera.
Il sangue dei martiri grida all'alto, oggi qui in Europa, ma anche a Mogadiscio, in Siria, in Iraq, in Nigeria. Chissà se i nichilisti occidentali alfine lo comprenderanno.
E vivranno, vivremo, in questi anni, come quei fratelli e sorelle che colpevolmente abbiamo dimenticato; come tutti quegli Abeli di cui non ci siamo sentiti custodi.
Per padre Jacques, come ieri per Giovanna e quelle tante vittime, cristiane, yazide, musulmane straziate dall'odio, non cadremo nella limpida, luciferina trappola dei criminali: trascinare il mondo intero in una guerra di religione.
È già invece, da molti anni, guerra alla religione. Che ne uscirà stremata. Forse colpita al cuore. Per sempre.
Forse, solo allora, comincerà la Fede. E risorgerà quell'umano per cui Giacomo, Giovanna e i tanti martiri sono caduti e purtroppo ancora cadranno.

© Daniela Tuscano


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17/03/16

RENATO ZERO, QUELLO CHE NON HA DETTO Nuova edizione di “Chiedi di lui”, viaggio tra le note dell’artista romano. Incontro con gli autori, Daniela Tuscano e Cristian A. Porcino Ferrara


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1) Una nuova edizione di “Chiedi di lui” alla vigilia del nuovo album “Alt”, anche questa godibilissima, ancor più ricca della prima. Ma perché questa scelta?
Cristian e Daniela: «L’idea della nuova edizione è nata l’anno scorso, quindi ben prima dell’annuncio del suo nuovo lavoro. Infatti è uscito prima di “Alt” e non in contemporanea o subito dopo. Abbiamo semplicemente avvertito la necessità di sviluppare altri aspetti che nella prima edizione erano stati solamente abbozzati. “Chiedi di lui 2.0” è sì una nuova edizione, ma al contempo un nuovo libro. Ci sono più di 150 pagine nuove e percorsi del tutto inediti».
2) Di Zero sembra si sappia tutto, in realtà non è così e forse in questo risiede il suo fascino, che ne pensate?
Cristian: «Certamente. In realtà nessuno può sapere tutto di un artista. Ogni libro è un tassello che arricchisce l’immaginario di un artista. Possiamo leggere mille biografie e interviste di quel dato cantante o pittore, ma non scopriremo mai il suo mondo segreto. Quello che tocca a noi scrittori e studiosi è, per l’appunto, analizzare certi aspetti poco conosciuti, anche da un punto di vista semiotico, e studiarli alla luce della logica, della critica e non basarci solo sull’opinione che ne hanno i suoi ammiratori».
Daniela: «Il fascino di Zero risiede proprio nel presentarsi come una sorta di fratello maggiore o amico intimo, uno che ti confida tutto, che è proprio vicino a te. Il coinvolgimento emotivo è totale. Credo che la sua intimità sia molto più variegata, come quella di ognuno di noi. Ma l’artista amplifica e semplifica: l’identificazione scatta automatica specialmente verso personaggi carismatici come lui».
3) Nella prefazione alla nuova edizione leggiamo che Renato proveniva dall’avanguardia e certo questa cosa sorprende: poi si citano sue frequentazioni davvero inaspettate… e si finisce con Parco Lambro. Come mai?
Daniela: «Oggi uno Zero di quel tipo sarebbe inimmaginabile, ma a quei tempi era un passaggio quasi obbligato. In altri contesti, non lo voleva nessuno. Che poi lui si trovasse a suo agio, era un altro paio di maniche. Negli anni Settanta si respirava quell’aria, volenti o nolenti. Peraltro, in ambienti, diciamo così, duri e puri, i suoi primi lavori suscitavano una certa diffidenza dato che si risolvevano nella consueta formula della canzone di tre-quattro minuti. Renato è riuscito a divulgare con l’essenzialità e con una certa facilità di scrittura espressioni artistiche altrimenti riservate a un pubblico di nicchia».
4) Avete dedicato molta parte della vostra opera alla relazione tra Renato e Pasolini. Non solo nella prima parte della sua carriera, come sarebbe logico supporre, ma anche nella seconda (mi sembra anzi che quella di Cristian sia più corposa). La vicinanza di Pier Paolo alla musica popolare è notoria ma perché nessuno sembra mai accorgersi delle tracce “pasoliniane” in Zero? Al limite si fa un generico accenno alle periferie romane, ma fermi lì. Mentre con De André, Giovanna Marini, De Gregori il discorso cambia notevolmente…
Cristian: «Con Pasolini ho un rapporto speciale e l’ho raccontato anche nel libro. Da ragazzino fui preso di mira da un insegnante che detestava Pier Paolo e lo considerava l’untore, il male assoluto. Nel mio lavoro precedente (“Tutta colpa del whisky” ndr) ho definito Pier Paolo un “maestro dell’esistere”. Pasolini è stato spesso trattato con snobberia, senza tener conto che la sua linfa poetica era alimentata dal popolo, dalla gente comune. In virtù di questo Pasolini può essere considerato un artista pop. Celebri le sue inchieste on the road. Per quanto riguarda Renato Zero all’inizio non fu preso in considerazione perché nelle sue canzoni raccontava le periferie esistenziali, mentre molti cantautori erano più propensi a narrare realtà sociali intrise di ideologie. Oggi però le cose sono sostanzialmente cambiate e Zero è amato e compreso dalla gente».
Daniela: «Le cose sono cambiate ma anche Zero è profondamente cambiato. E onestamente adesso non lo si può più accostare a Pasolini, nemmeno per analogia (non dimentichiamo che lui stesso ne prese le distanze in un’intervista del 2010). Un tempo, però, senza Pier Paolo sarebbe stato difficile comprendere del tutto l’opera di Renato. La scarsa considerazione nei suoi confronti non mi stupisce. La cultura italiana è spocchiosa e, di conseguenza, provinciale. Menzionare De André o Giovanna Marini è considerato un punto d’onore, citare Renato Zero no. Di qui la scarsa attenzione verso un artista che, al contrario, è stato fino a un certo punto il più vicino di tutti al mondo di Pasolini».
 5) De André, Zero, Pasolini… Quali legami, quali differenze?
Cristian: «Sicuramente ci sono dei legami e non solo con il mondo pasoliniano, ma in questa sede è quasi impossibile elencarli tutti. In parte mi sono già occupato della tematica culturale nel mio libro  “I cantautori e la filosofia da Battiato a Zero”. Lascio dunque la parola a Daniela».
Daniela: «Fabrizio aveva un approccio decisamente più intellettuale, di testa; o meglio, aveva il cuore in testa. Renato esattamente l’opposto. Ma cito solo un esempio. Il 28 novembre scorso, coi miei studenti di Ragioneria, organizzai un incontro [fra i partecipanti lo scrittore Mattia Morretta, ndr] dedicato al poeta nel 40° della morte. Aggregammo ai brani del poeta alcune canzoni, fra cui “Casal de’ pazzi” che venne eseguita dal vivo. Un mio collega, dopo averla ascoltata, ha esclamato: “Però! Più l’ascolto e più mi piace, ha un bel testo ed è musicalmente molto elaborata”. Ma prima di quel giorno non la conosceva nessuno».
6) Posto esista, qual è il disco o il brano più pasoliniano di Renato?
Cristian: «Ma un brano o un album in particolare non saprei indicarlo. Chiaramente il Renato Zero degli esordi è più vicino al mondo pasoliniano di quanto, invece, lo sia adesso. Per carità non so se Zero abbia mai letto Pasolini, ma ne condivideva, certamente molti aspetti, anche in modo inconsapevole. “Quando non sei più di nessuno” uscito nel 1993 in un certo qual modo conteneva tracce di quell’universo lì. Infatti al suo interno si trovava “Casal de’ pazzi”. Anche “Per non essere così” è un brano che mi riporta alla mente il mondo di “Accattone”; oppure “ Pionieri” o “Marciapiedi”».
Daniela: «Nemmeno per me esiste un disco “pasoliniano” al cento per cento nella produzione di Renato. Neppure “Zerofobia”, che nella sua metropolitanità esasperata è invece il suo album meno europeo, autenticamente e visceralmente rock. Quindi ben oltre la periferia di Pier Paolo, al limite più confinante con alcuni paesaggi di Testori, che non a caso era e viveva a Milano. Purtroppo oggi l’aggettivo “pasoliniano” è abusato e finisce per significare tutto e niente: qualsiasi situazione scollacciata, qualsiasi canzone con allusioni forti (o circa) viene sbrigativamente definita “pasoliniana”, quando spesso non lo è affatto. Comunque, sono d’accordo con Cristian; forse è proprio in “Artide Antartide” che troviamo affreschi, sia pure un po’ manieristici, capaci di rievocare alcune pellicole di PPP».
7) Un altro artista che ha molto in comune con Pier Paolo è Massimo Ranieri, di cui sta per uscire il film “La Macchinazione”. Anche in tal caso: quali le affinità tra Pasolini, Massimo e Renato? E tra i due cantanti?
Cristian: «Considero Massimo Ranieri uno degli artisti italiani più completi in assoluto. Ha una voce spettacolare e carisma da vendere. La sua presenza in un film o show televisivo è sinonimo di garanzia. Inoltre Ranieri è un eccellente attore di teatro e proprio qualche anno fa ho avuto modo di apprezzarlo dal vivo nello spettacolo “Viviani Varietà”. Con Pasolini Ranieri ha in comune l’aspetto. La sua somiglianza con Pier Paolo è davvero impressionante. Massimo e Renato sono stati, e lo sono ancora, degli istrioni. Devoti alla loro arte si sono cimentati in diversi ruoli e campi artistici. Non a caso la celebre canzone di Charles Aznavour, “L’istrione”, è stata cantata in coppia da Ranieri e Zero durante la trasmissione televisiva TGZDM. Sono certo che “La Macchinazione” renderà il giusto merito a Pier Paolo, sicuramente più del film di Abel Ferrara.»
Daniela: «Aspetto con impazienza il film di Massimo. È un attore molto espressivo. Con Pasolini sarà costretto a diventare espressionista, considerato che, poi, ha dovuto interpretare l’ultimo, e più fosco, capitolo della sua vita. Ecco, somiglianza a parte, per la carnale spontaneità accosto Massimo al Pasolini “friulano”, così goloso della vita, ma anche così ottimisticamente ingenuo e aurorale. Qui invece l’artista napoletano ha dovuto asciugarsi, riporre in un angolo la sua dirompenza meridionale per calarsi nel vuoto dell’uomo incupito, solo, sperduto, dirozzato. Quale che sia il risultato finale, ho fiducia comunque nella buona riuscita dell’opera anche perché l’uomo è umile, sa imparare. In questo è diverso da Renato, che Pier Paolo l’ha spesso subito, sentendoselo gravare sulle spalle in modo talora insopportabile. Poi ha voluto liberarsene. Adesso, Zero somiglia di più a un dispensatore di saggi consigli e sembra aver cancellato la parte nera – “dark”, direi – della sua arte e forse della sua esistenza».
8) Anche Paolo Bonacelli, altro attore pasoliniano (pensiamo a “Salò”) ha lavorato con Renato sia in “Ciao Nì” sia in “Tutti Gli Zeri Del Mondo” [film del ’79 e spettacolo monografico in quattro puntate andato in onda nel 2000, ndr]… Un caso?
Daniela: «Non ne ho la più pallida idea… Può trattarsi, com’è accaduto per “Calore”, d’intertestualità; non va dimenticato che in Bonacelli c’è anche molto Fellini, quell’atmosfera estatica, grottesca e saporosa capace di stendere sulle realtà più sordide un velo d’innocenza fatata».
9) Entrambi ricordate la parentela con Mario Tronti e alcune posizioni di Pasolini contro l’aborto e il divorzio che gli suscitarono fraintendimenti da parte dei settori della sinistra e, al tempo stesso, l’elogio della destra clericale e conservatrice…
Cristian: «Nonostante la parentela con Mario Tronti Renato Zero ha cercato di tenersi ben alla larga dalle correnti politiche. Purtroppo molte frange estremiste di destra amano le sue canzoni e le strumentalizzano per fomentare sentimenti di intolleranza e omofobia».
Daniela: «Tronti appartiene all’antica scuola marxista. È uno spirito immaginifico, con saldi principi morali. Per questo non sorprende la sua opposizione, condivisa da molti intellettuali della sinistra storica, alla tecnocrazia capitalista che trasforma i corpi in merce (utero in affitto oggi, aborto ieri). Pasolini venne strumentalizzato come oggi viene strumentalizzato Zero; fatte le debite proporzioni, sia chiaro. Ma quest’ultimo ha lanciato messaggi più ambigui».
10) Alcuni brani di Renato sono rimasti un po’ in sordina; altri vengono continuamente riproposti. Perché?
Daniela: «Bisognerebbe chiederlo a lui… Certo non è facile operare una selezione dopo 50 anni di carriera e non sta a me suggerire le scalette per i prossimi concerti! Non nascondo, però, che preferirei ascoltare canzoni come, appunto, “Casal de’ pazzi” al posto di altre, magari di maggior impatto, ma meno indicative della ricchezza dell’arte di Renato. Però, lo ripeto, si tratta di scelte molto personali sulle quali non mi pronuncio».
11) A proposito di scelte, cosa ne pensate della copertina di “Alt”? Parrebbe un ritorno a quelle atmosfere “dark” cui ci si riferiva poc’anzi…
Cristian: «La copertina di “Alt” ha un gusto vintage. A me ricorda molto gli anni’80 e in special modo alcuni video dei Pet Shop Boys o di Freddie Mercury e i Village people. Con quel look da Visitors sembra proprio omaggiare quel decennio lì».
Daniela: «Non lo so. Senza dubbio, se voleva scioccare, c’è riuscito. Tutto sta a vedere se rispecchia davvero il contenuto dell’album. A me rievoca certo situazionismo di “Voyeur”, ma le ultime prove, anche i due singoli, non sembrano andare in questa direzione. È pur vero che, a volte, i brani di lancio non esprimono appieno lo “spirito” dell’album. Penso per esempio a “A braccia aperte”: non si può certo dire che fosse il brano più riuscito, né quello più significativo d’un lavoro elaborato come “Cattura”».
12) E le critiche a Madonna?



Cristian: «Zero ha ammesso di non amare Madonna e di non stimarla affatto. Eppure i due artisti rappresentano una tipologia di musica che si concentra anche sull’aspetto visivo della performance musicale. Sull’immagine hanno costruito entrambi una carriera quindi non si capisce da quale pulpito parta la predica o in questo caso la critica di Zero».
13) L’esperienza poco riuscita di TGZDM dimostra che Zero “non è un mito transgenerazionale”, come si legge nel libro; molti, oggi, sarebbero pronti a giurare di sì.
Cristian: «Io non parlerei di esperienza poco riuscita. I programmi televisivi si misurano, ahimé, con i dati Auditel e non con la qualità degli stessi. Detto questo il Renato Zero di TGZDM non era il Renato di oggi. Nel senso che adesso il suo pubblico è enormemente cresciuto ed è diventato un cantante per famiglie. All’epoca manteneva ancora un po’ di quel sano distacco e non temeva la cosiddetta “emarginazione” della maggioranza».
Daniela: «Ho sempre sostenuto che Renato, proveniente dal teatro, non ha i “tempi” televisivi. Ciò premesso, se da un lato concordo con Cristian, dall’altro quell’one-man-show mi ha dato un’idea d’incompiutezza. E non solo per i superospiti negati a Zero. Talora ho avuto davvero la percezione di “vorrei ma non posso”. Quella trasmissione ha tentato di conciliare messaggi importanti, anche forti, e un’immagine sostanzialmente ancora trasgressiva, con la paciosità familiare e familista della prima rete Rai. Un’operazione praticamente impossibile, o impossibile a uno come Renato, che più cerca di “addomesticarsi”, più suscita perplessità». 
15) Cristian, come spieghi l’affinità con Jackson e la freddezza con Bowie dopo la morte? E perché, secondo te, Renato è più affine a Elton John?
Cristian: «All’interno del libro troverete diversi capitoli incentrati sul confronto Jackson-Zero e  Bowie - Renato. Le reazioni sono diverse perché con il Re del Pop Zero non si è mai sentito in competizione, mentre con Bowie ha subìto, nel tempo, diversi paragoni. Detto ciò la freddezza con cui ha trattato la scomparsa di David Bowie è inaccettabile e leggendo il libro capirete perché. Con Elton sono molte le cose che lo accomunano. Look, brio, comportamenti in scena, etc. Ovviamente Michael, David e Elton sono musicisti mentre Renato no. Comunque nel testo si discute delle sue affinità con questi grandi artisti e non di scopiazzamenti inesistenti. Sia chiaro!»
16) L’ammirazione del cantante per Wojtyla non può essere spiegata anche dal fatto che il papa polacco era stato un grande attore?
Cristian: «Ovviamente. Renato Zero ha portato in scena la maschera teatrale e frequentato il mondo della recitazione. Wojtyla è riuscito ad arrivare alle masse grazie proprio al suo trascorso di attore. Giovanni Paolo II nel suo libro “Alzatevi, Andiamo!” ricordava l’importanza formativa del teatro. Anche il pontefice descritto da Nanni Moretti in “Habemus Papam” dice alla psicologa che il suo lavoro è recitare. Senza offesa per nessuno ma Zero ha sempre avuto delle smanie di grandezza tipiche di un artista e Wojtyla è stato il papa più massmediatico di sempre. Non a caso subito dopo la sua elezione alla soglia di Pietro la Marvel, la casa editrice dei supereroi, gli dedicò un fumetto. La fede con lui è diventata spettacolo. Nacquero le messe di massa celebrate da una vera pop(e) star del Sacro».
17) Forse è vero che il travestito di “Mi vendo” non sarebbe mai andato a un Pride ma resta che le sue canzoni ai Pride ancora oggi sono eseguite. Come si spiega?
Daniela: «Perché nessuno meglio di lui ha saputo ritrarre non solo un’epoca ma uno stato d’animo, un vissuto. Chi c’era in quegli anni non può negarlo».
18) “Che lo si voglia ammettere oppure no Renato Zero, come ho già ricordato diverse volte, ha favorito la discussione sull’omosessualità in una nazione ancorata ancora a retrivi pregiudizi di matrice cattolica… Chi lo nega è solamente in malafede, oppure vuole ricondurre tutto ad una strategia di marketing improntata dal cantante per ingannare il suo pubblico e raggiungere facilmente il successo”. Cristian, queste frasi insieme con la matrice cattolica sembrerebbero smentire la posizione di Zero come un papa laico e così la copertina del nuovo album. Oppure no?
Cristian: «Al legame tra Renato Zero e la fede ho dedicato un intero capitolo. Ormai non è un mistero per nessuno che Zero, in più di un’occasione, si è allineato alle direttive del Vaticano. Zero è un cantante e da lui non mi aspetto nulla in materia di religione. Utilizzerà la sua arte per esprimere la sua spiritualità. Io da filosofo non credente non mi trovo nelle sue riflessioni attuali ma questo riguarda piuttosto me e non lui. Anche alla tematica dell’omosessualità nella canzone italiana ho dedicato un capitolo. Forse per non sminuire i concetti è meglio rimandare alla lettura degli stessi».
20) È stato riportato anche un siparietto frivolo (gossip). Perché questa scelta?
Cristian: «Ci è sembrata una scelta interessante per avvicinarci anche ad un pubblico meno propenso allo studio serio e serioso di un artista. È La gente ama il gossip ed è stato accontentato. Chiaramente più che pettegolezzi sono, per l’appunto, delle parentesi frivole in cui si narra di amicizie, di spettacoli televisivi che dovranno, forse, concretizzarsi, etc.»
Daniela: «Io ho cercato di evitarlo il più possibile, perché lo detesto e non sto nemmeno a scomodare Proust e il valore psicologico che dava al pettegolezzo. Per carità, si parla di artisti pop, fa parte del loro mondo (benché non sia inevitabile). Il punto è che però Renato ha deciso di servirsene in passato e lo sta facendo ancora in questi ultimi tempi. È una scelta professionale pure quella e noi ne abbiamo preso atto». 

              Donatella Tinari

03/01/16

Un leggero tedio... di Daniela Tuscano ©


Impiccare un povero cristo, anzi un bambolotto, un cicciobello sgarruppato dal presepe modestissimo d'una piazzetta di Pitelli (La Spezia) non è solo sacrilego, ma infame. Era stato allestito per raccogliere fondi a favore dei malati di mieloma e leucemia. L'hanno trafugato e appeso, proprio di fronte alla mangiatoia.


"Diamo un senso al Natale", recitava la scritta a fianco del pupo avvolto in un lenzuolino, da cui usciva una piccola mano; benedicente o timida, non si sa. Forse entrambe le cose. Chi l'ha profanato ha voluto negare proprio questo: il senso. Banalizzare il Natale, poi occultarlo, censurarlo - magari col pretesto d'un malinteso rispetto verso altre culture, mentre in Asia e Africa i cristiani vengono martoriati nell'indifferenza totale dei laici perbenisti - e, alla fine, distruggerlo, è frutto d'una medesima empietà, nemmeno voluta del tutto. Non immorale, ché l'odio sarebbe meno grave, bensì, semmai, amorale: oltre. S'impicca un simbolo, come lo si è visto fare, magari, in dubbi spettacoli rock, per noia, per un'alzata di spalle, per vuota autoreferenzialità. 

Gli hanno detto che è divertente, che fa moda, che non è grave, che non conta; al limite, una ragazzata, quando

del ragazzo, in tal gesto, non v'è alcuna freschezza. Solo, piuttosto, il rancidume d'un antico male. 
Gli emblemi non li comprendono più, ma il piccolo nella mangiatoia li sturba, perché è l'Altro per eccellenza. Perché rappresenta il bisogno, l'inizio, la vita, la nudità e la fame, il povero e il profugo, le vittime innocenti delle guerre, i carcerati, i perseguitati, l'infanzia nella sua verità di famiglia. Un'infanzia irripetibile, di cui aver cura; completezza di persona, non ricatto per liti d'adulti, non oggetto di diritti. Verità di dono, dialogo insopportabile per chi si trincera nel solipsismo. Negando il senso della nascita, hanno voluto negare anche quello della croce: e, con lei, della resurrezione. Che non si proietta nell'empireo e non è solo di Cristo ma attraverso Cristo - passaggio obbligato, unico - comincia ora, per tutti noi, nel momento in cui, offrendoci, travalichiamo la materialità, la legge di natura. Il chiuso morbo dell'egoismo. 
Si appende un bambolotto, e ciò che rappresenta, ormai troppo ingombrante e potente, di fronte al luogo del cibo: cioè della condivisione, laddove l'individuo (letteralmente: inscindibile) si fraziona e decuplica nei propri fratelli e sorelle. Non solo di sangue.
Svilisce anche la morte, riducendola a videogame, svuotandone la drammaticità e la solennità: e non conta più nulla, infatti, si tratti dell'immagine d'un bambino. Senza croce, senza morte, non ha più valore nemmeno la vita.
Ci si avvia così alla decostruzione della propria carnalità. E senza nemmeno illogica allegria. Solo con un leggero tedio.

08/11/15

occhio cattivo di © Daniela Tuscano






OCCHIO CATTIVO

Certo. Forse trovo
Affinità ovvie, forse siamo
Tutti uguali, in penombra,
Corrucciati.
Forse, però
Nello sguardo, duro e fisso
Vedo il tuo, il mio tormento.
Vedo lande desolate,
Una fine ormai prescritta,
Sudata, spenta, espiata.
Non sei angelico. Sei bieco,
Hai l'occhio senza luce,
La pupilla braccata,
Inchiodata ai troppi guai. 
Da quel giorno, in cui peccasti,
Il tuo umano è deflorato
E il tuo corpo ormai resiste
Puro e casto, nei tuoi versi,
In un'anima preziosa,
Barocca, egra, mendica.
Così io; ci son ferite
Prive di misericordia,
E la pace è un'illusione.
Solo l'arte, o la sua eco
Può lenire tanto strazio.

(A Pier Paolo Pasolini)

© Daniela Tuscano

01/11/15

ECCESSIVO E INVADENTE © Daniela Tuscano














mio padre e PPP, work in progress...)

Tu sapevi, caro PPP. Io, invece, non so. Adesso ti celebrano ufficialmente. Come un santo laico, da francobollo. La televisione – la tua odiata televisione, ma l’epiteto suona semplicistico, gretto: televisivo, anch'esso - ti dedica intere serate. Prime serate. “Salò” no, non ancora, speriamo mai (troppo assoluto, enorme). Ma le altre pellicole, così ostinatamente fuori centro, pittoriche; quindi contemplative, quindi lente; esiziali per il piccolo schermo; quelle sì, le vedremo. Se le vedremo. Come le vedremo. Tu sapevi, io non so. Se dire “era ora”, con la negletta umiltà che altri - ma non tu - scambierebbero per leggerezza. O gridare alla profanazione, per il mostro consumista che alla fine ha inglobato anche te, nel suo pantheon di melassa warholiana. Con papa Giovanni e Che Guevara, Lennon e Gandhi, Marilyn e Madre Teresa… Ma, al solito, non scioglierò il dubbio. Sono ingenua, tardonovecentesca. Traghettata nel nuovo millennio. L’occhio della tv mi guarda, sì. Ma io guardo lui. Ci usiamo a vicenda. E anche tu l’hai fatto. Hai preso il linguaggio del cinema e l’hai stravolto. Hai redistribuito i ruoli. Il cinema, dichiarasti, è poetico per il suo carattere di sogno. Ma il problema era la sua commercializzazione. I mass-media sono mezzi, non fini. E di essi ti sei servito per trasmettere quanto di più antitelevisivo – e “antisocial” – esista: la poesia. È vero, corri il rischio della banalizzazione. Molti già ci provano, ti citano a pezzi, attribuendoti addirittura frasi non tue. Qualsiasi autorello splatter in cerca di nobilitazione oggi si definisce pasoliniano. Naturalmente pensa al Pasolini "facile", quello delle invettive contro un potere ch'egli non saprebbe nemmeno identificare. A quello "scandaloso", dove per scandalo s'intende non la pietra d'inciampo ma una nudità esibita e scarnificata dal suo vero senso di uomo/donna rivoltati. Si comincia a morire non solo quando l'altro non comprende o, peggio, fraintende un discorso verbale. Ma pure quando disossa il linguaggio del corpo. Il Pasolini scomodo, invece, il fustigatore dei sessantottini, dei capelli lunghi, dell'aborto e della contraccezione, quello no, viene ignorato e rimosso. Quello è il Pasolini da dimenticare, ancorato al passato, problematico, edipico. Un caso clinico (che "ragiona con l'osso sacro", come ebbe a sentenziare un suo collega, in barba al millantato "gayfriendly" del politicamente corretto). Mentre è anche e soprattutto con quel Pasolini che dobbiamo misurarci. Quel Pasolini rischia l'oscuramento. Ma accadde anche a Dante. Perfino a Cristo. Non è mica colpa tua. Non è nemmeno colpa, in fondo, di tv e Internet. La colpa è solo nostra. Ma egualmente nostra è la libertà di cercarti. E in quella libertà sei intatto. La tua storia non può essere addomesticata. Resta lì, nella violenza della fine, nel percorso d’uomo e artista che non s’è mai nascosto. Che hanno definito disperato, ed era atrocemente ottimista, e non voleva fermarsi, pur senza conoscere l’esito della lotta. Metafisico, o metastorico, negli ultimi anni. Cosmico, non fatale. Le tue pitture nere sfumavano nella nebbia scialba di “Salò”. Prodromo del delirio onirico di “Porno-Teo-Kolossal”. Il pugno alzato del partigiano prigioniero dei repubblichini non bastava più, era gesto inadeguato, velleitario e goffo. No, nemmeno più il Pci avrebbe realizzato la giustizia sulla terra. L’umanità rimanente, ricreata, forse sì. Come? Non hai fatto in tempo a dircelo, e malediciamo quel giorno. Anzi, quella notte. Notte dei morti, notte della morte. Notte d’Italia, notte del ’75, notte della fine (tua) e della strage del Circeo. Le donne, gli omosessuali, i profughi, i poeti: i reietti della società. Distrutti. Malediciamo quel giorno e quella notte, ma più forte sentiamo la responsabilità di continuare, perché una strada aperta è più ampia d’un traguardo splendente. Viviamo di speranza, non d’appagamento. Quella del poeta è un’insoddisfazione feconda. Nutrita di mancanze. Rischi la moda, rischi il pasolinismo. Ma hai affrontato pene assai più dure. Ma, possedendo lo strumento, te ne servi per renderti ancor più vicino. Eccessivo. Invadente. Per tutti. Per mio padre, che ti chiama per nome, già lo eri. Il suo urlo, in quella penombra del ’75, in corridoio, lo sento ancora risuonare: “Pasolini, nooo!!!”. Potresti, oggi, entrare davvero – se lo vogliamo – nelle nostre case, scuole, ritrovi. Portare la tua umanità sciagurata, ricondurre alla verità le cose, complicarle, inquietarle. Non so cosa provare oggi. So che questo ricordo doveva esserci. Per configgersi in noi, fra lacrime ardenti e rabbiose.
                                       © Daniela Tuscano 

12/10/15

TURCHIA, QUASI EUROPA di © Daniela Tuscano


Ankara, 10 ottobre 2015.
La fine. Sono crollate sabato scorso, davanti ai corpi dilaniati d'un pacifico corteo, le speranze, o piuttosto le illusioni, sul futuro democratico della Turchia di Recep Tayyip Erdogan.




Qualcuno parla, probabilmente non a torto, di strategia della tensione, ben nota soprattutto ai miei coetanei (il corteo era formato da molti curdi, dei quali Erdogan è acerrimo nemico). S'accusa il solito Is/Daesh, anche in tal caso con fondatissime ragioni. Ma a me bastano quei centotrenta (per il momento) fatti a pezzi da una bomba infame: il più giovane aveva nove anni, la più anziana ottanta. Erano donne - molte -, ragazze, studentesse, lavoratrici, professori di liceo, casalinghe e muratori, laici e credenti. Era un popolo che manifestava, come tanti di noi, diverso da noi. Quanto l'ho respirato, in questi giorni, l'odore della libertà, il privilegio di poter vestire come mi pare, di contestare, sbagliare, pregare e bestemmiare, cantare e scrivere, piangere o ridere. E quanto mi sono resa conto della sua fragilità. Anche noi italiani siamo liberi da poco tempo, ma abbastanza smemorati da non accorgercene più.
Le responsabilità morali dell'aspirante sultano del 2000 restano intatte. A partire dall'acquiescenza, o tolleranza - se vogliamo ricorrere a un eufemismo - verso il gruppo Stato islamico, per cui adesso muoverebbe al riso, se non fosse tragica, la sua adesione al fronte anti-"califfato", che del resto finora gli è servita non per combattere quest'ultimo ma gli odiati curdi e le truppe di Assad. Ma, se Sparta piange, Atene non ride, e la vergogna per l'Erdogan "amico" non è superiore a quella nei confronti dell'Arabia Saudita, altro paese notoriamente democratico, aperto, civile, che si appresta a "giustiziare" (e mai vocabolo risuona oggi più sconcio e grottesco) il ventunenne Alì an-Nimr tramite decapitazione, crocifissione e imputridimento del cadavere fino a completa decomposizione. Affinché serva da monito. Il crimine commesso dal giovane, diciassettenne all'epoca dei fatti, non è diverso da quello del corteo di sabato. Aveva osato protestare.
Un altro suo connazionale, Raif Badawi, di anni ne ha 31 e per adesso ha scampato la pena capitale ma non un centinaio di frustate e il soggiorno in un bagno di pena in condizioni che non vogliamo immaginare. E sempre per la stessa colpa: tenere un blog in cui poter esprimere il proprio pensiero.
Lo sdegno occidentale verso la loro sorte è stato modestissimo, e si capisce: l'Arabia Saudita è un partner commerciale troppo importante e non ci si può giocare un'alleanza strategica per un paio di futili ragazzi. Così altri paesi in cui i diritti umani sono costantemente e violentemente negati, come Cina o Corea del Nord. Così la Turchia. Tutti assai avanzati dal punto di vista tecnologico ed economico ma, parafrasando papa Francesco, l'umanizzazione non si misura da questi soli aspetti. Sviluppo non significa progresso, avvertiva, ancor prima, Pasolini. Grave, fatale errore, scambiare il mezzo per il fine. D'altronde, questi sono i cardini dell'ideologia liberista; ma non intendo qui addentrarmi in analisi politologiche, non me ne attribuisco la competenza. Faccio piuttosto un passo, un lungo passo indietro. Fino al 2002.
Bresso, dicembre. Ultimo mese di vita d'un glorioso giornalino locale, il nostro. Si chiamava "L'Urlo", chiudeva i battenti dopo undici indimenticabili anni. Io e i miei amici gli avevamo dedicato tempo (gratuito, si capisce), cura e passione. E proprio in quello scorcio d'inverno la Turchia conosceva la folgorante vittoria di Erdogan e del suo Partito per la Giustizia e lo Sviluppo. Vittoria alquanto temuta da diversi osservatori occidentali per il dichiarato carattere islamico, anzi, islamista del suo leader. La questione, tuttavia, era mal posta. Su quello sparuto giornalino autogestito la sottoscritta firmò, dietro lo pseudonimo che allora amavo adottare, alcune riflessioni su tale trionfo e sull'atteggiamento, già burbanzoso, del leader turco. Pur con la prudenza che mi contraddistingue subodorai la pericolosità del soggetto da un paio di frasi. Queste: "La donna dev'essere libera d'indossare il velo. La Costituzione lo vieta? Risolveremo il problema". Promessa scrupolosamente mantenuta, e si trattasse solo del velo: l'atteggiamento di Erdogan verso le donne nel corso degli anni avrebbe assunto caratteri vieppiù paternalistici, autoritari, oppressivi, fino alle irriferibili, recenti scempiaggini davanti al fenomeno dei femminicidi e degli stupri, che sotto il suo governo sono aumentati del 400%. Naturalmente ai tempi nessuno badò a un tema considerato assolutamente marginale; questioni muliebri, ça va sans dire. Al massimo si demonizzò il velo con argomentazioni fruste, generiche e permeate di razzismo, come l'equazione, non sempre vera, velo=schiavitù (e un corpo nudo sbattuto su un manifesto pubblicitario simboleggia invece emancipazione? Era emancipazione lo strip-tease delle Femen?).
Ma cosa c'entra questo flashback con l'orribile strage di due giorni fa? C'entra, c'entra eccome. Perché fin quando la donna è considerata un problema, fin quando la si tiene in uno stato di soggezione, magari sancito da leggi, in nome d'una imprecisata "natura" o, peggio, credo religioso, nessun reale cammino democratico comincerà davvero. Mai si potrà attuare compiutamente quella giustizia, pace e libertà (concetti così ampi, all'apparenza imprendibili, ma in verità concreti, Dio sa quanto concreti) invocata dai manifestanti ad Ankara. L'hanno ben compreso i curdi e le curde che, pur divisi all'interno, si relazionano fra loro su un piano del tutto paritario.
Prima che storico, è matematico: nessuna delle nazioni summenzionate, come altre in cui i diritti delle donne sono incerti o addirittura negati, è una democrazia; né potrà diventarlo a queste condizioni. E, se soffrono le donne, ne pagano lo scotto pure gli uomini. Gli anziani. I bambini. Il popolo tutto. Anche in tal caso, basterà una rapida verifica per sincerarsene.
Ho letto su alcuni social network l'invito di alcuni pii, a pregare "per la pace in Medio Oriente". Ma la Turchia non è "Medio Oriente". Non è nemmeno Europa, pur restando in lista d'attesa da oltre dieci anni (io ne ero un'entusiasta sostenitrice, ma, con Erdogan al potere, l'assunto è impossibile). La Turchia oggi, è "quasi" Oriente, "quasi" Europa o piuttosto, semplicemente, non è. E non sarà forse per diversi anni, non è affatto scontato che alle prossime elezioni Erdogan venga sconfitto. Anzi, potrebbe trionfare ancora, molti fattori, non ultima la paura, giocano a suo favore. Colpa del suo islamismo o dell'Islam come tale? Non è questo, lo ripeto, il vero nodo da sciogliere. Benché consapevole di quanto nefasto sia l'intreccio fra religione - qualsiasi religione - e politica, e dei grovigli interni - fondamentalismo, interpretazione del testo sacro, risentimento per il passato colonialista, commistione fra nazionalismo, identità e credo, frustrazioni varie ecc. - continuo a ritenere realizzabile, a molte e dolorose condizioni, una democrazia anche da quelle parti, nel modo specifico e originale che sapranno esprimere. Ma anche in questo caso, anche per una nuova ermeneutica dell'Islam, l'apporto del genio femminile è ineludibile; finché continua a latitare, o a essere avvilito, aspettiamoci altre Ankara, altre bombe, altre guerre; altra, primordiale, inciviltà.

                                             © Daniela Tuscano

04/10/15

VOGLIAMO QUEI VOLTI © Daniela Tuscano


Questa è l'unica foto


 

 
reperibile sul web di uno dei 12 operatori uccisi a Kunduz. Non è trascritto il nome, né l'età. Somiglia a mio zio Aldo quando frequentava l'ateneo, i trent'anni non li aveva sicuramente raggiunti, come gli altri suoi amici.
L'Afghanistan è un Paese giovane e pullula di visi come questo. Limpidi, affacciati sul mondo. Con le loro belle e invincibili speranze. Un viso familiare perché dappertutto lo stesso. Il viso di chi crede, di chi ha fiducia in un domani felice e grandioso.
Si gettano allo sbaraglio, i giovani. Non sono saggi. E li chiamiamo sventati, generosi forse, ma in fondo inutili, e quel loro naturale prodigarsi per gli altri ci fa storcere la bocca. Tanto, fra poco matureranno. Fra poco "la vita" li temprerà, diventeranno come noi, scettici, umoristi.
A me invece pare che questo viso, e quelli rimasti ancora anonimi, fossero già assai maturi. Temprati, anche. Scettici e umoristi certo no. E meno male
Vogliamo quei volti non solo per piangere un efferato assassinio definito oscenamente "danno collaterale". Li vogliamo non solo per onorare, sia pur in maniera tardiva e inefficace, un sacrificio che la stampa d'Occidente continua a trascurare, preferendo occuparsi d'altre faccende e faccenduole, tanto si sa come vanno le cose da quelle parti lì. Da quelle parti lì le cose vanno come dovrebbero andare dappertutto, quando si tratta di giovani. Vogliamo quei volti perché, nonostante tutto, c'infondono coraggio. Perché sono esperti. Perché sanno. Perché in essi si scorge il midollo dell'umanità. Il futuro sarà su questa Terra, non su remoti pianeti come sentenzia qualche luminare, molto scettico e molto umorista, rivolgendosi naturalmente ai pochi privilegiati che potrebbero permettersi viaggi intergalattici. Il futuro sarà qui finché esisteranno questi volti, volti di tutti, per tutti, per ognuno.

Li ha spenti lo scetticismo della gerontocrazia. È questo il danno collaterale, l'accidente della storia. Non permettiamogli più di sovrastarci.
Abbiamo diritto a quei volti. Ne abbiamo distrutto i corpi, ancora una volta, noi saggi che non impariamo mai nulla. Ma i corpi dopo tre giorni, tre interminabili giorni, risorgono. E saranno lì a giudicarci.

© Daniela Tuscano

02/10/15

MORTE DEI CAMPI di © Daniela Tuscano

MORTE DEI CAMPI
Come una Nedda cresciuta, o un . Sud verghiano, naturalista e positivista, spietato, di oltre cent'anni fa. Sud dei vinti. Invece siamo nel 2015. E Paola Clemente era italiana. Non un'immigrata. Ma proviamo a sentirla mormorare, mentre s'ammazza letteralmente di fatica in quel deserto di seminagione, "che è quest'Italia?". Sgobbava sette giorni su sette per due euro l'ora, sotto la schiavitù del caporalato. Alla fine è schiattata, ma nelle fotografie, lei, col suo cognome da pontefice (ottocentesco pure quello), riusciva ancora a sorridere. Un sorriso liquido, largamente mansueto sopra un modesto vezzo di perle. Perché la vita è fuori. Deve esserlo. 




Paola voleva sentirsi umana e s'insinuava in feste amicali per restituirsi all'umanità. Quell'angolo d'esistenza, i caporali non erano riusciti a spegnerlo. E lei vi s'aggrappava tenacemente. Appesa a un pensiero, alla gioia della famiglia, come Rosso al ricordo del padre. La femminilità di Paola si sformava avvilita nel sole, ma lei insisteva a sentirsi bella, annotava scrupolosamente sul calendario le "giornate" che le restavano, la miseria largita. Lenta pure la grafia, così grottescamente infantile, ansante, inesorabile. Perché manca poco, ce la posso fare, solo per oggi, poi finalmente la pace.
Ma la pace non è giunta. Il corpo s'è arreso. L'anima forse no. Oggi quegli appunti mai trascurati rappresentano un formidabile atto d'accusa contro i suoi aguzzini. I conti non tornano, a Paola hanno dato ancor meno del nulla che le rifilavano.
E che è, quest'Italia. Nel frattempo divenuta repubblica e, almeno sulla carta, Stato di diritto. Era il paese di Paola e di tante vinte e vinti come lei, sul cui sangue questo diritto è nato. Ma quando soccombe al profitto diventa involucro vuoto, suono inarticolato. La cifra dei nostri anni tecnologici e bestiali. E tuttavia il diritto esiste, l'inesorabilità non è più destino. Il sorriso di Paola, dietro l'aria da povera crista, ne trasmetteva la consapevolezza.
Lo si chiami assassinio, il suo. E lo si punisca con la massima severità.

                                .© Daniela Tuscano

14/09/15

SUCCESSO COMPLETO di © Daniela Tuscano

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Di sport non capisco nulla, nel senso che ne ignoro le tecniche; ma il colpo di genio, l'arte, il cuore, quelli sì, arrivano a tutti, pure ai profani. Dietro ogni "gioco" c'è una sacralità (si pensi alle antiche Olimpiadi) e una storia, la storia d'un paese. Incisa nelle facce, negli sguardi dei protagonisti. Quelle di Flavia Pennetta e Roberta Vinci, le trionfatrici dell'U.S. Open, le due Eva contro Eva senza malizia, son vere e, dunque, raccontano molto. Di se', di noi. Due facce normali. Di femmine normali, che incroci per strada e saluti, che escono con gli amici, si divertono e studiano e però coltivano un
grande sogno. Più spigolosa Roberta, con quegli occhi senza cigli, indice d'una spontaneità ossuta, più morbida Flavia, ma entrambe simili, fin nello chignon, che se ne infischia della seduzione per consentire la praticità, la corretta visione del gioco. Perché in quei momenti non sei femmina o maschio, sei aria e vento e tattica e fatica.
Hanno vinto entrambe senza retorica, comunque andasse era un successo, e adesso si sprecano termini come leggenda, impresa, prodigio. Storia, l'abbiamo detto; e storia sia, non solo dello sport ma dell'Italia, delle donne, della civiltà e... della discriminazione. Sì: hanno vinto malgrado la spocchia e la noncuranza dei media importanti, che non si sono degnati di dedicare allo "storico" incontro uno straccio di diretta (trasmesso solo da Dj TV); malgrado l'ipocrisia tignosa della politica, soprattutto della destra, per quel volo di Renzi a New York "coi soldi degli italiani" mentre non ricordiamo levate di scudi dopo contratti da capogiro (con immancabili passerelle di pavoni) a calciatori di serie Z o cospicue regalie di sedicenti "statisti" a donnine di ben altre qualità, anch'esse pagate dal popolo italico. Hanno vinto, Flavia e Roberta, per la loro bravura e professionalità pur se una legge del 1981 continua a relegarle, in quanto donne, nella categoria "dilettanti". Hanno vinto contro un lessico, una filosofia, un pensiero unico, che non vuol saperne di sparire, se perfino un quotidiano "progressista" come "Repubblica" ha l'impudenza di scrivere (ma non è la prima volta), tramite la penna di Paolo Rossi: "...quando fece arrabbiare papà Oronzo, detto Ronzino, che desiderava un maschio e alla notizia imprecò contro l'amico ginecologo. Si sarebbe molto più tranquillizzato se avesse saputo - anni dopo - cosa avrebbe detto Potito Starace di Flavia: 'ragiona come un uomo, si comporta come un uomo'. ALTRIMENTI non sarebbe sopravvissuta..." (maiuscolo mio), e via con altre amenità senza dimenticare un dettagliato reportage sulla vita intima di Pennetta degno d'un rotocalco popolare. Insomma, il solito, frusto, intollerabile stereotipo della "donna con le palle", che vince nonostante l'"handicap" del sesso sbagliato, debole, bisognoso di riscatto. Per questo, anche, Rossi e i maschi come lui chiacchierano di "annuncio shock" riguardo alla decisione di Flavia d'abbandonare il tennis. Per quella faccenda dell'amore, ch'essi non possono capire. Non solo verso il futuro marito Fabio Fognini, ma della vita, dello stesso sport. Flavia Pennetta non vuol diventare una macchina da guerra, sacrificarsi per quell'antico sogno che l'ha fatta volare ma, se l'assorbisse completamente, diventerebbe un incubo. Nessuno di noi si esaurisce in un'unica aspirazione, per quanto magnifica. Flavia (e la sua amica-rivale Roberta) hanno insegnato che la massima ambizione per una ragazza non è trovare il principe azzurro e prendersi cura della casa e dei bambini; che si può accarezzare un futuro assai più avvincente e variegato, non rinunciando alla propria femminilità come insinua Rossi ma, al contrario, conservandola; esaltando quella normalità, quella banalità diremmo, fisica, morale, intellettuale, così semplicemente elevata da non escludere nulla. Poi, ben venga il principe azzurro...
E non occorre alcuna militanza femminista, basta aver limpida coscienza del proprio valore, non concepirsi mai parziali: esseri umani prima che donne, e donne perché umane.

© Daniela Tuscano

08/09/15

ALLA VIGILIA © Daniela Tuscano

sempre  sullo stesso  fatto

È spirata anche lei, alla vigilia del giorno della Madre, alla vigilia della scuola. Reham aveva ventisei anni, era insegnante e s'è fermata sulla soglia, in perenne attesa. Il suo cuore ha ceduto dopo la perdita ancora senza giustizia del figlioletto Ali, 18 mesi, arso vivo in un incendio causato da estremisti
israeliani. E ha seguito il marito Saad, anch'egli deceduto pochi giorni fa per le ustioni. Di questa famiglia, quasi una sacra rappresentazione musulmana, non è rimasto più nulla. Peggio: è rimasto Ahmed, l'altro figlio. Quattro anni gettati nel mondo. Quattro anni che ancora ignorano di dover camminare da soli, e per quali vie. Le esistenze non sono quadri, anche nell'orrore c'è sempre una sbavatura, un surplus di pena, una vigilia di catastrofi, un bimbo solo. È soprattutto a lui che, ora, il mondo deve stringersi. E far sì che la cenere del ricordo non divampi nel fuoco dell'odio inestinguibile. Per contemplare, un domani, quell'incompiuta Trinità in nome dell'amore, dignitoso e austero, che vi traspariva.
Non oso invocarlo, quell'amore. Nemmeno sperarlo. Non ne ho il diritto. Della distruzione di questa famiglia siamo davvero responsabili tutti. E non possiamo condannare la vendetta che s'invocherà. Ma dobbiamo, dobbiamo assolutamente garantire ad Ahmed di superare quella vigilia, d'entrare in una vita piena, innocente e gioiosa, d'innamorarsi, di completare l'opera iniziata dai genitori e dal fratellino. Altrimenti quell'immagine, già torta dalle fiamme, verrà completamente distrutta; si perderà, come tanti martiri, nel fumo oblioso del tempo, sconosciuta e dannata. Basta fissarla un attimo, e domandarsi: possiamo arrivare a questo punto?


                                      © Daniela Tuscano

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