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04/08/17

BUON COMPLEANNO CHARLIE © Daniela Tuscano

Sarebbe stato il primo, forse l'unico, non lo sapremo mai. Auguri, comunque, bimbo interrotto. E non tanto perché abbiano anticipato la tua fine. Ma perché sei salito sulla croce senz'aver conosciuto il riposo della carne, la sola beatitudine terrena, il completo abbandono del seno materno. Non hai respirato la fragranza di guanciale che consola senza fatica, prima d'ogni dolore. Appartenevi alle stelle e vi sei tornato. Le immaginiamo fredde e lontane e invece sono pura energia, folgorante e imprendibile, e appaiono solo di notte, a occhi chiusi, quando i pensieri si perdono e lo spirito aleggia, libero almeno per rade ore. 
Auguri, Charlie. Questo pianeta dall'arida crosta e dal gelido cuore non ha saputo amarti. Chissà se i censori da "social network", quelli che lasciano impunite bestemmie, minacce, fascismi e immagini violente, si lasceranno commuovere da questa fotografia.


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 Io te la dedico. È tutta in salire, è una maternità suprema, le radici da te solo sfiorate. In questi giorni un altro Charlie lotta per rimanervi aggrappato. Prega perché questa generazione voglia ancora generare, e non smarrisca l'aria pura dell'altezza.
© Daniela Tuscano

29/07/17

VENERDÌ [ Charlie Gard è morto ] © Daniela Tuscano

in  sottofondo



Legggo ora   sulla nostra pagina fb  che

Charlie Gard è morto . Egli  Non è riuscito a compiere un anno di vita, il piccolo Charlie Gard. Il bambino è morto oggi pomeriggio, in una clinica privata nel quale è stato trasferito dopo che ai genitori l’altro ieri è stato negato di poterlo far morire a casa. “Il nostro splendido bambino se n’è andato”, hanno detto la mamma e il papà.

da http://www.interris.it/2017/07/28/
 Ora  non riuscendo    ad esprimere  le mie  emozioni   \  sensazioni    lascio la parola  alla  carissima  Daniela  Tuscano



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Aspetto, adesso sono troppo scossa. No, devo farlo subito. Forse è meglio tacere. In verità, caro Charlie, quest'ultimo proposito mi ha sfiorata molto poco in questo lungo doloroso calvario in cui ho sofferto tanto per te, ma ho anche imparato ad amarti, come fossi un figlio mio. E, credimi, ogni mattina di quest'inquieta, arida estate mi svegliavo col tuo nome sulle labbra. Era straziante ma dolce, straordinariamente dolce perché nessun male, nessuna devastazione possono impedire ai bambini d'essere bambini. E i bambini hanno la dolcezza nella carne, negl'inizi fatti di niente che non vogliono spiegazioni. Finché c'eri, comunque c'eri, la vita umana assumeva una rotondità più piena, una completezza e una solidità. Tacere no, non taccio e non tacerò nemmeno in futuro. Poco m'importeranno le critiche e gli attacchi. Non tacerò perché non sia troppo tardi, perché a forza di preoccuparci della qualità della vita abbiamo decretato che non tutte le vite sono degne d'esser vissute, e l'occhialuto uomo dentro di noi ha soppesato freddamente, col bilancino di precisione, cosa convenisse e cosa no. Abbiamo ragionato in termini di percentuali, considerando solo, naturalmente, la maggioranza; e condannando le minoranze, le più deboli, allo scarto. Abbiamo distorto il linguaggio, come in una moderna Babele; e confuso inguaribile con incurabile. 
Eri nato nella parte ricca del mondo. Bello e biondo. Forse, per taluni benpensanti del progressismo, persino troppo: con te, non potevano appagare il loro ambiguo, narcissico egualitarismo. Bello, biondo e bianco. Un privilegiato. Eppure sei diventato l'immigrato delle nostre coscienze, sei stato figlio in un continente vecchio e sterile, futuro che esigeva di crescere, se non nel fisico, certo nella cura. Fratello dei tuoi coetanei nati sulla sponda sbagliata, devastati da guerre, fame e sfruttamento o annegati su anonimi barconi, come è accaduto anche stamane. 
Come loro, non "valevi" abbastanza; ti è stata negata la compassione. Così, dopo aver irriso e negato il tribunale celeste, ti abbiamo sottoposto a un tribunale umano. La tua famiglia naturale è stata spezzata, e nemmeno con cattiveria; piuttosto, con logica. Non ci siamo proprio accorti, di quella penuria di compassione. Semplicemente, non l'abbiamo considerata. Non potevamo capirla. Ed è questo l'aspetto più terribile della tua, della nostra vicenda.
Sì, perché un domani saremo tutti come te. E nell'opinione pubblica sarà ormai acquisito, ovvio e normale rassegnarsi all'inevitabile, accantonare i tentativi, scansare la ricerca, lunga, perigliosa. Solo noi, nel nostro infermo mutismo, sapremo un'altra verità. 
Ci hai lasciati di venerdì. Giorno che evoca un altro grande silenzio, di cui ormai non avvertiamo più il soffio. Orfani di simboli, anche in tal caso, non capiamo. Un giorno vale l'altro.
Posso solo prometterti che non dimenticherò il venerdì di Charlie. Quando giungerà il mio, ti prego, stammi vicino. 



                              © Daniela Tuscano

20/07/17

SOLO (In morte di Pino Pelosi) © Daniela Tuscano


Quella pace che non so augurarti. E di cui tu pure hai diritto. Quella pace, parola grande, imprendibile, quella pace oggi forse t'accoglierà. Cerco le tue immagini - non voglio affiancarti al poeta vivo, meglio il monumento - e ti vedo sempre estraneo, mai protagonista.
L'immagine può contenere: 1 persona, in piedi e spazio all'aperto
da  https://www.facebook.com/Pier.Paolo.Pasolini.Eretico.e.Corsaro/

 Non so se incarnassi la mutazione antropologica preconizzata da Pier Paolo. Eri semplicemente capitato lì, come un grande punto interrogativo, vagante e privo di curiosità. Con quelle rughe sbagliate, incapaci di far storia. Ogni tanto perfino sorridi, accanto ai manifesti del poeta. Ed è un sorriso, purtroppo per te, inopportuno e scentrato. Dolente? Semmai, umiliato. Vedo alle tue spalle una notte remota che mi spira ancora addosso, e vorrei tornare a quel novembre del '75, a quel tavolo, alle chiacchiere. Vorrei riavvolgere il nastro e implorare: "Fermatevi!". Oppure no, oppure mi ripeto che non può finire così, che PPP ce la farà comunque, malgrado te, malgrado anche se stesso. Ma è andata diversamente. E bestemmio quei passi, quel tragitto e quelle pietre e le erbe marce e gli avanzi di civiltà industriale vomitati tutti lì, assieme a voi, in quel nero di petrolio, e pretendo mi restituiscano Paolo.
Sono i testimoni di tutte le pesanti disgraziate notti d'Italia. Più eloquenti, nel loro solido silenzio, delle tue mille evocazioni, troppe volte smozzicate e rimangiate.
Eri solo, ostinatamente e forzatamente solo. Anzi, isolato. Anche in questo, cifra del nostro millennio al declino, lo sbriciolarsi degli ideali, degli abbracci, delle relazioni, degli inni e delle bandiere. Dei cori e dei baci. Eri il nostro rischio, la nostra perdizione.
Sì, abbi pace. Hai sepolto con te ogni segreto, ogni verità. L'umana, inesausta domanda s'arresta davanti ai misteri, ma la coscienza individuale può sempre aprirsi al Mistero, supremamente giusto ma immensamente misericordioso.
© Daniela Tuscano

05/07/17

Oggi i funerali dell'attore MOSTRUOSAMENTE VILLAGGIO di © Daniela Tuscano


Leggi anche  
http://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2017/07/un-ricordo-di-paolo-villaggio-ragionier.html

Simpatico no. Comico - anzi, tragicomico -, gogoliano, lunare, patetico, Paolo Villaggio lo si poteva definire in mille modi: ma non simpatico. E lui lo sapeva e lo voleva.

Nessun testo alternativo automatico disponibile.
(Disegno di Tiziano Riverso)

Villaggio voleva essere una carogna, forse lo era. Le sue battute, fuori del set, sibilavano taglienti, talora altezzose, non di rado strampalate, e ne tradivano le origini altoborghesi. Sentite questa: "Il Papa? Troppo intelligente per credere in Dio". E ditemi se un qualsiasi Fantozzi avrebbe potuto mai emettere un giudizio simile. "Io non so scrivere in italiano", rivelava nell'introduzione al primo dei libri dedicato al suo (nostro) antieroe. Sembrava vero. Frasi brevi, paratattiche. Lessico "impiegatizio" com'egli stesso lo definiva, coniando così un nuovo linguaggio, tributario del corregionale Calvino ma più sminuzzato e scialbo. Poi, inaspettata in quell'atmosfera da Arbre Magique, la citazione colta: "Avete presente il quadro 'I ciechi' di Brueghel?"; oppure: "Egli era per un metodo montessoriano a base di zollette di zucchero, non senza qualche appello alla coscienza professionale dei cavalli", subito seguito da un: "Forse schifati per il troppo zucchero (ma soprattutto, penso, esasperati da quei discorsi noiosissimi)"... Degna premessa al celeberrimo "boiata pazzesca" della "Corazzata Potemkin-Kotiomkin". Ma le buttava là, con plateale noncuranza, fra il rutto libero e gli enalisti di Monte Alto sul Serchio, e tu non ci badavi anche se magari, più tardi, una sbirciata all'enciclopedia la davi. Villaggio, via Fantozzi, irrideva il mondo da cui proveniva per immedesimarsi nel grigio indefinibile dell'impiegato, non operaio, non ricco, non rivoluzionario, drogato e vittima d'un consumismo di quart'ordine. Un'immedesimazione fredda, come l'anonimato dei condomini di qualche periferia settentrionale. 
Perché Fantozzi era di tutti, ma apparteneva al Nord. E non poteva essere altrimenti. Fantozzi incarnava un alienato di nuovo tipo, quello delle società industriali degli anni Sessanta-Settanta. Un dipendente privato, timoroso del padrone (ancor visibile in alcuni tratti ma già circonfuso da una sinistra, intoccabile sacertà), non il pubblico mezzemaniche della Capitale. Da quelle parti, trovavi Sordi. Diverso e complementare. Entrambi italiani. Entrambi perdenti. Entrambi, alla bisogna, servili, ruffiani, pazzi o poeti, teneri o maligni, avidi o scialacquatori, vessati da orride famiglie senza le quali, però, non riuscirebbero a vivere. "Nel mondo di Fantozzi il padrone è un'entità kafkiana", suggerisce ancora l'"illetterato" Villaggio. Il "padrone" come sostituto terreno d'un Dio delle diseguaglianze. Pur se non manca una spruzzata di Pirandello, soprattutto nelle epifanie nevrotiche (e inconcludenti) del sottoposto che all'improvviso esplode, e si prende le sue rivincite, e batte il pugno, peccato che il tavolo sia cosparso di puntine e il grido di battaglia si tramuti ben presto in guaito di dolore...
Non vince Fantozzi, perché è umano (...lei!), troppo umano, niccianamente umano nella sua suprema mediocrità. E tuttavia non perde: è anzi "indistruttibile" e lo confessa lui stesso, in uno dei tanti episodi cinematografici. I Fantozzi come noi subiscono tutte le guerre ma hanno la capacità di rimbalzare, e riemergono sempre, anche se precipitati in un tombino o smarriti nelle grotte di Postumia dopo un'agghiacciante gita aziendale. Solo per questo, solo per aver reso poeticamente la nostra mostruosa medietà, dobbiamo ringraziare il carognesco Villaggio.

30/06/17

QUEI CHARLIE INCONSAPEVOLI © Daniela Tuscano

 Anch'io   che  sono per  tesstamento  biologico   , considero  tale  decisone della magistratura  un omicidio di stato in   quanto  non viene  presa  in considerazione , in casi estremi    come questo  , la possibilità  per i  genitori  di decidere   . Ed in base  a  ciò riporto condividendo  in tutto  quello  che  ha  scritto la nostra utente  Daniela  .


Nella foto: Charlie Gard fra le braccia del padre)
Papa, fai sentire la tua voce in difesa del piccolo Charlie!


da
Compagnidistrada
28 giugno alle ore 18:32 ·


                                  QUEI CHARLIE INCONSAPEVOLI

Charlie Gard morirà, Charlie Gard sarebbe morto comunque.
Questo scriveranno. Ed è vero. Il destino di questo bimbo londinese, 10 mesi, affetto da una rarissima malattia mitocondriale (16 casi al mondo), è segnato. Ci vorrebbe un miracolo; un surplus di natura, qualcosa che la potenzi e la trasfiguri; una rinascita. La nostra biologia ordinaria, numerabile e quantificabile, non basta a salvargli la vita.
Ma Charlie Gard non è un semplice ammasso cellulare. Si chiama uomo perché, sottomesso alla natura, non ne è però schiavo. Morirà, certo. Come tutti noi, perché è questo il nostro arcano, sconvolgente tributo all'eternità. Ma nel frattempo esiste e resiste, tenace, esasperato, ostinatamente dipendente. Non può respirare da solo, ma gli occhi sono desti, e non soffre; c'è. Nella sua inerme lotta gli sono accanto i genitori, che nel miracolo, quindi nell'uomo - nell'uomo tutto intero - credono. Come tutti i genitori, non si sono mai arresi. Hanno cercato e trovato un ospedale negli Stati Uniti in grado di offrire le cure necessarie al bambino. O, almeno, una speranza. Una parvenza di speranza. Qualcosa, insomma. Raccolgono la somma necessaria per il viaggio, ma i medici inglesi si oppongono alla decisione e si appellano al tribunale. Che dà loro ragione: quella speranza non esiste, non deve esistere. Charlie va soppresso, meglio sospendere le cure. I due si rivolgono allora alla suprema corte dei diritti umani (diritti umani!) ed è un nuovo calvario: la sentenza viene dilazionata di una settimana, poi di tre, poi nuovamente anticipata. Ma il verdetto non muta: Charlie deve morire. Gli verrà tolto il respiratore. Se ne andrà nel buio. Quando gli mancherà l'aria, nessuno udrà il suo grido silenzioso.
Saremo Charlie? Lo siamo già, invero. Ma non ce ne rendiamo conto. Innanzi tutto perché lo ignoriamo. I mass media hanno tenuto occultata la vicenda il più possibile. Nei loro disegni, Charlie avrebbe dovuto sparire senza clamore, nella logica indifferenza. Se i genitori avessero accettato di farlo "morire con dignità", allora sì, Charlie adesso sarebbe un esempio mondiale, un idolo defunto da inalberare sull'ara del postmoderno, e i coniugi Gard gli eroici sacerdoti del verbo eutanasico. Ma i coniugi Gard esigono per loro figlio l'unico diritto che la società plurale non sa né vuol dargli: quello alla vita. E la vita è diventata un bene relativo, di mercato. Quindi disponibile e valutabile a seconda della convenienza. Alla famiglia non spetta più l'ultima parola: nel supermarket dei sentimenti, dove ogni pretesa ha diritto di cittadinanza, non vi è però spazio per un amore gratuito, fuori della logica efficientistica. Amare, e basta, un essere umano per la sua pura esistenza, non è contemplato. Troppo dispendioso. Senza tornaconto. E non importa si tratti d'un neonato, un anziano, un adulto solo e povero. Diviene peso e lo si elimina.
E in più si deve ringraziare, perché è per il suo bene, per evitargli inutili sofferenze (come se morire soffocati fosse un piacevole viatico), perché sarebbe lo stesso, perché siamo già in troppi su questo pianeta. E qualcuno dovrà pur andarsene. Sempre un altro, sempre l'altro. L'idea di comunità s'è sfaldata assieme a quella di famiglia. Distrutta l'una, vien meno l'altra; e ci ritroviamo massa, anzi, individui, legione che non crea gruppo, monadi nelle mani del liberismo più sfrenato. Siamo tutti Charlie, perché un giorno toccherà pure a noi giacere su un letto, indifesi e perduti, e forse vorremo morire, o forse no, e comunque vorremo, sempre vorremo, uno scambio d'occhi, qualcuno che ci abbia provato e c'infonda un refolo di futuro. Siamo tutti Charlie ma non lo sappiamo, perché non ci riguarda, perché - blandamente - i tempi di Hitler sono tornati (P. P. Pasolini) e nessun cardinale von Galen lo denuncia dal pulpito. I pulpiti sono anzi stati svuotati, fra gl'idioti applausi suicidi dell'egolatria. Siamo tutti Charlie e, finché le parole avranno un senso, oggi in Europa si perpetra un infanticidio di Stato.
Anche in Italia abbiamo un Charlie. Si chiama Emanuele Campostrini. La vicenda inglese vale come monito per noi. Ci stanno intimando di non provarci nemmeno. La nostra vita è nelle mani di moderni demiurghi senza volto. Ottant'anni fa, sui manifesti di un'avanzata nazione europea, campeggiavano bimbi sorridenti e, alle loro spalle, un profilo d'uomo accigliato, all'apparenza lontano, in realtà pervasivo e incombente. E il memento: "Anche tu gli appartieni". Siamo ancora in Europa, il profilo è sparito del tutto, ma la frase non ha smesso di rintoccare, implacabile come una campana.


© Daniela Tuscano

21/06/17

L'AMICO RITROVATO di © Daniela Tuscano



  da Compagnidistrada
Pubblicato da Daniela Maria Tuscano · 22 ore fa ·


L'AMICO RITROVATO
Ma guarda chi c'è.
È qui, Cristina, t'ha sempre aspettato.
Con le sue lucine di Natale, intermittenti, gaie e spinose.
Perché chi ti aspetta è un crocifisso bambino.
E il suo abbraccio sbilenco è lì, fisso, solo per te.
Tre anni è rimasto così, spalancato e candido.
Tre anni di passione, tre anni di missione, tre anni trinitari.
Tre anni come i tuoi, diventati sei, e poi saranno nove.
Di multiplo in multiplo, la vita crescerà.
E solo quando l'hai rivisto, ti sei sciolta in un sorriso.
Unico, incontenibile, impetuoso.
Un sorriso di voce, anzi, di urlo.
Un sorriso di meraviglia pasquale.
Tu, fino allora sballottata fra volti antichi - i tuoi cari, certo - e scomposte feste.
E rimanevi in silenzio, gli occhi tardi e gravi, le gambe ciondolate.
Eri ancora nel tuo sabato ammutito.
Poi la tua gioia è risorta.
E finalmente, sei tornata bambina.
È quella la casa: non il container, l'amico, il fratello.
Sarai di nuovo principessa, o fata, o strega.
E farai di nuovo i capricci e studierai da scienziata.
In qualunque avventura, in qualsiasi sventatezza.
Avrai sempre quel fratello accanto.
Quell'amico in croce che ti dà gioia.

                                    © Daniela Tuscano


(dedicata a Cristina, la bimba cristiana irachena liberata dal Daesh)

15/06/17

ADDIO Gloria e Marco © Daniela Tuscano

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Di affiancare le foto belle e sorridenti di Gloria e Marco alla carcassa funebre del grattacielo in fiamme, come molte testate online hanno fatto, no, non me la sento. Lo trovo cinico. Anche se, forse, non inadatto: sono morti per quello, perché non dovevano trovarsi lì, ma in Italia, a raccogliere il frutto del loro impegno. Entrambi architetti, laureati col massimo dei voti ma costretti a emigrare perché, da queste parti, non sappiamo che farcene dell'acribia generosa, un po' sventata - com'è giusto - delle nostre giovani menti. Dunque via, lontano, pure - nel caso di Gloria - per aiutare la famiglia a ricomprarsi la casa perduta all'asta. E ne esistono tanti, di ragazzi così. Li incontriamo tutti i giorni, magari senza saperlo. Quasi sempre lo scopriamo quando è tardi, e i loro sogni finiscono in cenere assieme al futuro. Ci si adatta subito, da giovani, e tutto sembra comunque meraviglioso, e brilla di quella particolare luce - che ancora traspare, nelle immagini d'archivio - assetata di bellezza, perennemente in ricerca, abbacinata e famelica. Dunque no, fissarli accanto a quella macabra tomba (chi ha azzardato paragoni col film "L'inferno di cristallo" se ne vergogni in perpetuo), ancorché giusto per il valore simbolico, di denuncia, è al tempo stesso riduttivo. La morte li ha ghermiti, certo; ma quale tributo migliore di quella bimba sparuta, ingenua anch'essa ma già compresa del dolore, di fronte al muro di pianto e fiori? Gloria e Marco sono morti da italiani, da emigranti, assieme ad altri provenienti da situazioni ancor più drammatiche: come l'aspirante ingegnere Mohammed, siriano di 23 anni, intenzionato ad aiutare il suo paese una volta terminati gli studi; come Rania, 30, che aveva invocato aiuto perfino dal suo profilo Facebook, inviando due filmati; nell'ultimo, pregava in arabo chiedendo perdono. Come due sorelline dai nomi pure asiatici, salve, ma i cui genitori rimangono dispersi. Tutta brava gente, si dice in simili casi. Tutte persone normali, tutte nel silenzio e defunte nel clamore di un'incuria devastante, assurda. Morti nella rabbia, rabbia nostra, impotente e vigliacca, perché così no, non si può, non si deve. Morti di fronte a un cielo che non risponde, ma che non chiamiamo in causa, poiché da essi invocato fino alla fine. Morti in relazione; Marco protettivo, tentando di rassicurare i genitori, e Gloria, non si sa se più cosciente o tenera, forse solo donna, quasi scusandosi di dover procurare alla famiglia un pianto antico: "Mamma, grazie di tutto". E anche noi vi ringraziamo, fra le lacrime.

© Daniela Tuscano

30/05/17

NOMEN OMEN ? © Daniela Tuscano


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A Portland, in Oregon, un neonazista - o, come recitano eufemisticamente alcune testate online, "suprematista bianco" - comincia a insultare due donne velate. Si trovano su un treno urbano, e anche se vivi in Italia, e i percorsi non sono mai troppo estesi, te lo immagini, quel treno, e soprattutto la varia umanità che lo popola. Caldo boia, caldo cane, le ore si mescolano agli afrori della pelle sfruttata, alienata, abbrutita da un lavoro incerto, insensato. O addirittura inesistente. Pena di vivere così, ma lo fai, ogni giorno. Dall'ingranaggio non è dato uscire. A un certo punto sbuca quello che nella vita ha combinato meno di niente e se la prende con tutti. È un nessuno, ma le forze dell'ordine ne conoscono benissimo i precedenti per violenze e risse. Tuttavia, secondo un copione ormai collaudato, circola tranquillamente tra la folla scegliendo, per i suoi colpi, bersagli sempre facili: e le velate, "diverse" per eccellenza, sembrano messe lì apposta. Lui inveisce. Brutalmente, ossessivamente. Cerca la reazione. Due uomini decidono che no, è davvero troppo, non è giusto, va respinto. Non esiste alcun diritto a distruggere l'altrui umanità. Prendono così le parti delle ragazze. La furia del neonazista diviene allora incontenibile e, uno dopo l'altro, sgozza i malcapitati.
NOMEN OMEN?
L'assassino si chiama Joseph Christian. Sì, avete letto bene. Joseph Christian, Giuseppe Cristiano. Se aggiungiamo il prenome, Jeremy, abbiamo la Bibbia al completo. Ed era razzista e ha ucciso.
Un pazzo isolato? Andiamoci piano. Negli Stati Uniti episodi simili, dal Ku Klux Klan in poi, si ripetono con una certa frequenza. Il trend pare in ascesa nell'intero Occidente (chi non ricorda Anders Breivik, il carnefice di Utoya?), fomentato pure da una taluni politici. In tutti i casi, il ricorso a terminologie "religiose" è costante.
Ma Joseph Christian, Giuseppe Cristiano, rappresenta a suo modo un unicum. Forse per quel nome così fatale, che racchiude il padre terrestre e il figlio celeste. E che sopprimendo l'umanità, cioè a dire il padre secondo la carne, ha vanificato il sacrificio del Figlio.
Soffermiamoci ora sulle vittime. I loro nomi sono ancora ignoti, ma le biografie ci consegnano dati importanti. Avevano 53 e 23 anni; il primo aveva prestato servizio nell'esercito, il secondo era un brillante neolaureato.
Dei tre uomini, chi ha respinto i principi in cui pure è nato e cresciuto, è il bianchissimo (il "suprematista") Giuseppe Cristiano dal nome biblico, apostolo improvvisato d'una missione "divina".
Nessuno mai affermerà che la violenza è insita nel credo di Giuseppe Cristiano. Tutti, invece, diranno che Giuseppe Cristiano di cristiano non ha nulla.
Naturalmente è vero. Ma perché non giungiamo alla stessa conclusione se a uccidere sono i jihadisti? Perché tendiamo a considerare questi ultimi musulmani autentici, conferendo così loro una insperata autorevolezza, mentre gli altri, la stragrande maggioranza che lavora, ama, prega, condivide con tutti gli uomini gioie e sofferenze, sarebbe al massimo "moderata", "occidentalizzata" ecc. (ossia all'acqua di rose, poco seria e perciò meno "pericolosa")?
Le donne offese e gli uomini scannati da Giuseppe Cristiano erano americani di fede islamica. Americani e basta, né più né meno dei wasp e dei neri. Stavano, con ogni probabilità, praticando il loro jihad, che non è la guerra santa ma lo sforzo sulla via di Dio. Una sorta di digiuno quaresimale. Da poco, infatti, è iniziato il Ramadan. Li hanno martirizzati, come i copti in Egitto alla vigilia dell'Ascensione. Veri credenti ammazzati dall'empietà nichilista. Nei Tg e sulla grande stampa non ne troverete traccia. Ma anche questa è stata una strage.
© Daniela Tuscano

25/05/17

Metrò di © Daniela Tuscano

IL post   d'oggi  della  cara  amica  e compagna  di strada   Daniela  mi  ha riportato alla mente  e  fatto  ricantare  questa    


canzone ambientata negli anni d’oro della mia trascorsa giovane età, fa riferimento anche ai juke box che iniziarono a scomparire dai bar  dalla  metà degli anni  '80  negli anni ’. Anche l’abbigliamento che si intravede dal filmato è tipico degli anni passati. I ricordi affiorano alla mente con concretezza e senza pregiudiziali ideologiche. L'ideologia e le idee con finalità che costituivano la ragione d'essere in quegli anni erano presenti   in majiera  indiretta   dalla mia mente e posso assicurare che vivevo in maniera sublime, al contrario di oggi dove la meschinità e spregevolezza hanno la meglio sulla mia perduta personalità.Ed   per  quiestro che  nel riascortala  mi   emoziona  sempre .
Ma  ora  bado alle ciancie   ed  eccovi  il  post    di Daniela


E se ne vanno,
O incrociano gli sguardi
E non sai se pensano,
Se sono tristi o lieti;
O si lasciano passare
Barattando perle d'ore
In quei giorni in declivio
Fra intrepidi binari...




L'immagine può contenere: spazio all'apertoMilano non è sempre frenetica. Sa ascoltarsi, specialmente la domenica mattina, quando la primavera lambisce i suoi marciapiedi, le sue vie e sotterranei. Qui l'umanità, libera dagli oneri lavorativi, si lascia vivere, e non pensa; ne avverti il cuore. C'è una giovane madre dalla lunga figura, con un ventre che sembra uscito dal pennello di Van Eyck. Ma non è Eva, non deve riscattare nulla: su quelle forme fiamminghe fiorisce un capo biondo, ceruleo, estatico. Non più Van Eyck, ma Beato Angelico. È il miracolo d'un'innocenza ritrovata, o, forse, solo fiducia. C'è una fanciulla dai tratti indocinesi, persa e discreta, che armeggia il suo smartphone - inseparabile, ormai - ma presente a se stessa, e si piace perché donna, nella sua veste cresimale, a quadri bianchi e neri
L'immagine può contenere: una o più persone, persone in piedi e spazio al chiuso. Dove vedesti quella lindura? Nelle cose che fanno la domenica, cioè gli oggi santificati, quieti. C'è un indio senza pace, stramazzato. Non si siede, scarica un peso. Lui fuor di lui. Non ha rincasato la sera, gli abiti sono scialli, inutilmente chiassosi. Il sonno lo vince d'improvviso, tutto assieme, e lo abbandona inerme, regalandogli una strana, infantile solitudine. Famiglie sciamano all'aperto, d'ogni colore ed etnia, come a Milano è sempre stato, perché accoglie e non lo sa. Anzi, ne ha pudore. Milano accomuna tutti, sotto un sole di maggio già ardente. Ma c'è sempre una casa, un viale, una pensilina. Aspettano, vuote, il tuo silenzio.


 Daniela Tuscano

24/05/17

NEI LORO OCCHI © Daniela Tuscano ed altre storie

NEI LORO OCCHI
Nessun salto di qualità. Nessun abisso di nefandezza. Nessun imbarbarimento. L'assassinio dei bambini è inscritto nel DNA del terrorismo fin dal principio. È, ammettiamolo, funzionale alla "causa". Se non l'abbiamo compreso, se solo adesso apriamo gli occhi, quelli dei bambini parlano da sempre. Ognuno uguale, ognuno diverso.
Nei loro occhi brilla una sola luce.
Lo sguardo di Saffie e Georgina, i primi nomi conosciuti delle vittime di Manchester, non differisce da quello di Cristina, la bimba cristiana di tre anni strappata alla madre da Daesh - paradigma di tutti i cristiani perseguitati in Medio Oriente, nella totale indifferenza degli occidentali - e mai più ritrovata. E non diverge da quello dei coetanei siriani, yemeniti o africani destinati a rimanere anonimi ma altrettanto veri, singolari e drammatici nella variegata uniformità. 
Felici o disperati, languenti per la fame o atterriti dalla violenza, i bambini non appartengono a coordinate geografiche. Abitano il mondo. Voluti o inattesi, sempre irripetibili, possiedono la forza dell'origine. La loro gioia è netta, come il dolore e la serietà - e quanto sanno essere seri i bambini, e solenni, e giudicanti. 
Siamo noi adulti a comprimerne l'umanità. A porvi dei confini. E allora li oggettiviamo, e li aggettiviamo. Non più bambini ma infedeli, danni collaterali, vite sprecate. "Infedele" era Cristina secondo Isis, e che abbia tre anni, o sessanta, non importa, come non importava l'età degli ebrei per i nazisti. "Danni collaterali" li definisce ancora Daesh nell'ultimo, abominevole comunicato: "Uno non dovrebbe addolorarsi per l’uccisione collaterale di donne e bambini miscredenti, perché Allah ha detto: 'Non addolorarti per i miscredenti'". (E, si badi bene: "danni collaterali" è la stessa terminologia usata dagli occidentali "esportatori di democrazia" in Siria o in Iraq.) "Vite sprecate", infine, è l'omaggio del vescovo ciellino Negri ai ragazzini inglesi, rei, sia pure in modo, per dir così, passivo, d'essere andati a un concerto: quindi schiavi, a parer suo, del consumismo e dell'edonismo negatori di Dio.
L'immagine può contenere: 7 persone, persone che sorridono, bambinoMa questo rimpicciolimento dei piccoli bestemmia Dio. Senza remissione alcuna. "Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare". Dio muore in quanti sono incapaci di leggere negli occhi dei giovanissimi l'urgenza dell'infinito, a qualsiasi latitudine appartengano. Un Dio disincarnato dall'uomo, e da quella totalità d'uomo che è l'infanzia - totalità ferita, claudicante, faticata ma per ciò stesso offerta alla redenzione, e resa gloriosa - ne diviene la negazione, lo specchio rotto e, dovremo pur dirlo, l'inferno. Dio s'è fatto bambino per essere ovunque, in chiunque. Coloro che ne ripudiano lo sguardo hanno già scritto la propria, irrevocabile condanna.

© Daniela Tuscano
P. S.: Lo chiamano terrorismo religioso. Ma i jihadisti uccidono solo per odio. Primordiale, materico. Odio per il diverso, il nuovo - non a caso, le prime vittime note sono donne -, i suoi successi e il suo benessere. È la frustrazione dell'incapace verso chi si dimostra migliore di lui, ed è felice. (Insopportabile, per gl'invidiosi, la felicità.) È in nome della cupidigia, non di Allah, che stroncano vite e disprezzano la propria, al punto di scialacquarla, sminuzzarla nell'eccidio. Pur se anagraficamente giovani, hanno il cuore decrepito. ( E al termine di questo delirio non avverrà l'islamizzazione ma l'ateismo, il ripudio di qualsiasi idea di trascendenza anche per la mancata - e colpevole - esegesi del testo coranico da parte musulmana.)


Ed esso le altre storie    riportate  sullla nostra pagina facebook   sempre  da  Daniela 




da http://www.globalist.it/
 23 maggio 2017



Chris Parker, il mendicante diventato eroe per aver soccorso i feriti
Aperta una raccolta fondi per il ragazzo che mentre tutti fuggivano è entrato nella hall per portare aiuto


Chris Parker




Un eroe per caso. O forse un eroe divenatato tale sull'onda emotiva dell'attentato di Manchester. Fatto sta che i media e i social inglesi stanno raccogliendo fondi e definendo eroe Chris Parker, un homeless che stava chiedendo l'elemosina all'uscita del Manchester Arena e che dopo l'esplosione della bomba si è precipitato dentro la hall per soccorrere iferiti.
Chris Parker, che ha 33 anni, hanno raccontato i testimoni, ha cercato di soccorrere una donna ferita che è spirata nelle sue braccia.
Subito alcuni hanno aperto una pagina di GoFundMe in suo favore e in poche ore sono state raccolte molte sterline.


Attentato Manchester, le storie. Paula, l'angelo che ha salvato 50 ragazzini
La signora, 48 anni, era nei pressi dell'Arena quando è scoppiata la bomba e ha visto decine di giovanissimi scappare. "Correte con me", ha detto. E li ha portati in un albergo, al sicuro






Manchester, 23 maggio 2017 
C'è un angelo biondo, nel dramma di Manchester. E' una donna di 48 anni, Paula Robinson, 

che

08/05/17

Binario morto di © Daniela Tuscano

L'immagine può contenere: pianta e spazio all'aperto
Ferrante Aporti la conosco bene, è l'unica via milanese perennemente in bianco e nero. Un paradigma della città, per alcuni; benché Milano, al pari d'una maliarda un po' sdegnosa, sappia regalare, quando vuole, trilli d'azzurro. Ma Ferrante Aporti no. Conserva la sua ombra ferrigna, i sordidi magazzini, le gallerie tetre e infinite come ventri di balena. E la ferrovia. Essa pure periferica, binario sfumato fra ruderi d'erba. Da uno dei tralicci, ieri, un profugo maliano s'è legato una corda al collo ed è balzato nel vuoto, penzolando poi per interminabili minuti. Lunga sagoma nera sul nero delle pareti. L'ha fatto di domenica, a mezzogiorno, l'ora più viva e atroce. L'ha fatto in giorno di festa, nell'invidiata distrazione del desinare, perché lui, senza nome né documenti, non l'aspettava nessuno, nemmeno il centro d'accoglienza. S'è accomiatato da un retrobottega di stazione perché solo lì il peso del vivere gli è piovuto addosso, con echi di urla, sangue, bombe e sole implacabile. O semplicemente povertà, divenuta a un tratto miseria, e lui certo, ormai, d'aver perduto per sempre la sua dignità d'uomo. La solitudine non lascia scampo nel paese felice, che vedi bello e irraggiungibile. Per esserci devi sparire, e immergerti è l'unico grido. Solenne, sacrale, tuo
© Daniela Tuscano

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