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23/04/17

risposta di ©Daniela Tuscano al mio post : è più eroe ......

un poliziotto    ucciso dall'Isis  o un carabiniere     che    sale  su  un tir  a  100 k.m all'ora  bloccandone   la  corsa    perchè l'autista ha   avuto   un malore 


la   risposta   al mio quesito   espresso  nel  post precedente  ( vedi url sopra  )   è  arrivata  dalll'amica compagna  di strada    Daniela  Tuscano  sulla  nostra pagina  di  facebook   ( https://www.facebook.com/compagnidistrada/  ) 



                                             L'EROE QUOTIDIANO

Su Xavier hanno scritto in tanti, com'è giusto, e il rischio di ripetersi è alto. Oppure no. Suo malgrado, il giovane poliziotto è diventato un simbolo, e certo non lo voleva. Credo di saperlo, quel che voleva: vivere; nell'anonimato dei giusti, nella compostezza della normalità alla quale tutti siamo chiamati. Aveva scelto un mestiere difficile, Xavier. Un mestiere per cui oggi ci sei, domani chissà. Specialmente di questi tempi. Ma non è forse così per ognuno di noi?
Precari lo siamo tutti. Ma viviamo, o piuttosto esistiamo, come il respiro ci appartenesse, e il mondo dipendesse da un nostro battito di ciglia. La differenza con Xavier probabilmente è tutta qui: lui, la cognizione del limite l'aveva. Sapeva, evangelicamente, che la vita umana era stata "comprata a caro prezzo". Quindi non la sprecava. Ci stava dentro, mani piedi e cuore. Se qualcosa gli mancava era il senso dell'appartenenza, del muro. Conoscere la propria realtà di umani significa costruire ponti. Significa darsi, e lui si è dato. Non mi riferisco all'epilogo del suo percorso terreno. Penso al prima, a quella normalità che l'ha contraddistinto e dovrebbe essere la cifra di tutti noi: amici, amore, lavoro, certo, ma anche e soprattutto relazioni, principi. A Xavier non bastavano la sicurezza economica e la stabilità degli affetti. La vita, nella sua pericolante vastità, esigeva altro. "I care", m'importa, avrebbe detto don Milani. Aiutare gli immigrati gli sembrava logico, doveroso. Impegnarsi per la pace, pure. Nel suo mondo non esistevano gli altri, ma un unico "noi". Era questa la cifra della sua pienezza e questo il faro che dovrebbe orientare le scelte di qualsiasi persona su questa terra. 
È vero: se occorreva la prova che l'Occidente è tutt'altro che imbelle, nichilista e snaturato (e quella dei jihadisti non è forza - né materiale, né morale - ma solo sterile ferocia), Xavier Jugele l'ha incarnata pienamente. Non era l'eccezione, bensì la regola. Ci sono tanti Xavier, ai quattro angoli del pianeta. Europei, asiatici, africani, americani. Di ogni etnia, di diverse o nessuna religione. Gente a cui importa, il cui ottimismo si sposa con una lucida visione della realtà.
Non sono pacifisti. Sono uomini e donne di pace. E, se non tutti arrivano al supremo martirio (=testimonianza) di Xavier, quest'ultimo è qui oggi, con la sua storia semplice e tragica, a dar conforto ai tanti cui, di solito, i media negano spazio. Ma senza i quali la storia umana sarebbe già finita, anzi, non avrebbe visto mai la luce.

© Daniela Tuscano
P.S.: Ho tralasciato di parlare dell'omosessualità di Xavier. Essa - hanno scritto - lo rendeva ancor più inviso ai terroristi. Le cose stanno così, ovviamente. Ma a cosa serve sottolineare un surplus d'odio? Conta la normalità. Xavier avrebbe potuto chiamarsi Paola o Kabir, amare uomini o donne, e non sarebbe cambiato nulla.

09/04/17

AGLI UNICI




No, non è una festa. Ha i paramenti rossi come il sangue. E sangue ne è scorso a fiumi, oggi, ad Alessandria e al Cairo. Vittime, ancora una volta, i cristiani copti, massacrati dai jihadisti durante la Messa delle Palme. Il sorriso di questa domenica mostra i denti, finge il tripudio ma prelude alla Passione. In Egitto, terra così vicina a quella di duemila anni fa, il buio è piombato all'improvviso. 
Non è la prima volta. Lontani i momenti in cui il futuro papa copto Shenuda III veniva allevato da una famiglia musulmana e giocava coi figli di quest'ultima in qualche cortile a Cleopatra. Da molti anni i cristiani sono nel mirino del Daesh; il martirio di Sirte, due anni fa, ne rappresentò solo l'episodio più sconvolgente. 
Ma chi sconvolse, poi? Europa e Usa, no davvero. I media neolaici continuano a disinteressarsi della sorte dei cristiani mediorientali; e lo stesso può dirsi di certo terzomondismo "progressista". In effetti, per quest'ultimo sembra non esistano chiese distrutte in Medio Oriente, non famiglie perseguitate, non bambini rapiti e convertiti a forza. 


L'immagine può contenere: spazio al chiuso
Forse non li considerano abbastanza indigeni per destare interesse.Forse li ritengono un prodotto del colonialismo europeo.
Forse pensano Gesù provenga da Lentate sul Seveso e non li sfiora neppure l'idea che quei luoghi non sono nati musulmani, bensì cristiani.
Forse, e senza forse, si vergognano di loro. Non li prevedono. Oggi, un occidentale desideroso di passare per aperto, intelligente e dialogante "deve" rinnegare il cristianesimo. 
Ebbene: queste vittime, questi morti mettono a soqquadro il perbenismo corretto. Il quale, del resto, ha i giorni contati. Molto presto saranno costretti ad ammetterlo: sì, li uccidono perché cristiani. I cristiani vengono martirizzati, oggi come ieri. Addirittura più di ieri, secondo osservatori qualificati e secondo papa Bergoglio, atteso proprio in questi giorni. I cristiani sono inscindibili dalla croce. 
E non perché amino la sofferenza, ma perché ne sono attraversati, lo siamo tutti, è la cifra del nostro esistere. Averlo dimenticato significa vivere fra parentesi, simulare la festa. In tal modo non resta nulla, se non un'idiota allegria di naufragio, ondivaga come la folla. Che prima acclama, poi ripudia.
I nostri fratelli e sorelle copti, appena calcato il terreno della città, sono stati crocifissi. Vittime designate. È l'unica, lapidaria realtà. 
E oggi, in questa domenica delle Salme, per sentirmi realmente vicina a tutti, devo distinguere quelle morti, restituir loro l'originale, specifica fisionomia. Non voglio mescolarle a nessun altro. Oggi, affinché la mia solidarietà universale non risulti posticcia, sono cristiana copta.





© Daniela Tuscano
(Grazie per l'immagine alla comunità "Gesù Buon Pastore" di Madre Longhitano)

26/03/17

RIMANE DIO di © Daniela Tuscano

Proprio    mentre    riportavo  (  lei è impegnatissima in questo periodo) di Daniela Tuscano     ho  iniziato   a  canticchiare    questa  canzone  

Grazie  Daniela   è  un piacere  una  gioia   averti   scoperto  ben  7  anni fa   sul forum di Ammazzatecitutti

  Ma   Adesso  basta   vi lascio   al  suo post  




                           RIMANE DIO    di © Daniela Tuscano

Ti hanno visto ilare, il volto spianato, perfettamente a tuo agio fra i giovanissimi, nel campo sportivo incorniciato da un Cristo floreale, quasi indù. La tua solarità dietro i contenuti seri, densi e meditati. Ma io ti preferisco pensoso, sfibrato dal caldo, dolente, immerso nel cosmo e a tratti invisibile. Ti preferisco quando la tua figura emerge incerta fra il verde squillante delle giovani robinie. Quando, sull'altare, letteralmente scompari, fra l'oro iconico degli arredi, e sei tutt'uno e non ti appartieni più. "Milanesi sì, ambrosiani certo, ma parte del grande popolo di Dio", riassumi, e dici tutto. Forse hai scelto il rito ambrosiano proprio perché meticcio: spurio, un ponte. In parte romano, in parte bizantino, in parte greco. Come spurio era il nostro patrono. E non è questa, Milano? Non è questa la sua cittadinanza, la sua identità in mille anime? 
Milano non è monolitica, ma affastellata e lucente. Come la sua cattedrale. Ha il cuore in mano, Milano. Bene hai fatto a ricordarlo. Bene hai fatto a sottolineare - e qui la gravità s'imponeva - la "speculazione" su sentimenti, famiglia, lavoro (o mancanza di esso)... e tempo; un tempo strapazzato come una fisarmonica rotta, che la cultura attuale, dell'efficientismo e dello scarto, elimina; e dall'altra parte invece, dagli spalti dello stadio, l'hai evocato, rallentato, respirato e amato. I giovani hanno bisogno del tempo come dell'aria. Vogliono dilatazione. Spazi aperti, poiché solo lì si gioca davvero. Educazione e non nozionismo. Spessore. 
Ammazzare il tempo, sciupare tempo: due modi per massacrarlo, per sovvertire "i valori, se vogliamo chiamarli così". Il tuo lessico è lineare, non sciatto. "Valori" non significa nulla. "Valori" implica calcolo. Meglio princìpi, certo. Ma non tutti avrebbero colto. Ti sei quindi rassegnato alla stanchezza verbale, non senza amaritudine. 
A ognuno il suo Francesco ed era bello stare lì. Magari per costruire due o tre capanne e ascoltarti ancora. Ma il nostro posto è nelle città della pianura, è nel tempo, che però a sua volta appartiene a Dio; e "ce ne ha promesso tanto". E mentre il cielo si richiudeva, tornando ingombro di nubi nere, ho ringraziato quel tuo nascondimento, il tralucere nelle fronde, l'aureo annegare. Andandotene, rimane Dio; quello che la tua presenza ha reso visibile, rinnovando tutte le cose, il nostro quotidiano, il diuturno viaggio. Rimane Dio e rimane tutto, e dopo una notte di gelo e pioggia, come a Emmaus, l'orizzonte si fa più chiaro, timido come l'anima, fragile dopo il periglio. Il cardinale Martini, da lassù, ha sorriso.



25/03/17

PERSINO IL SOLE di © Daniela Tuscano

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Caro Papà,
E non sbaglio l'accento : proprio "Papà"... Come tutti i papà riservi sempre qualcosa d'imprevedibile. 
Ricordi il celeberrimo discorso del tuo predecessore: "Si direbbe che persino la luna si sia affacciata questa sera..." ?                   Qui a Milano, si direbbe che persino il sole ha deciso inopinatamente di tornare.                   Non s'è trattato d'una semplice occhiata fra le nubi, ma d'un librarsi in questo ciel di Lombardia, così bello quand'è bello, e già impetuoso, caldo. Da tempo Milano non è più la città della scighera.
 Ma il grigio, quello no, non glielo togli. Milano è compenetrata di grigio. Lo sono pure i suoi alberi, sempre spelagni ancorché fronzuti, nelle periferie, alle Case Bianche dove sei appena passato come altrove, come dalle mie parti. C'è sempre, sullo sfondo, un condominio sciatto e anonimo, una vita dove non accade niente, un'esistenza piovosa. Dove Dio non abita perché non ci si pensa, perché ci si è arresi. Non guarda né riguarda. E tu hai voluto cominciare da lì. Sicuramente oggi pomeriggio, nella rigogliosa cornice del Parco, c'infonderai linfa, come i platani secolari. Ci sentiremo forti e orgogliosi e motivati, faremo gruppo, ci sarà il tripudio delle associazioni vocianti, ma la striscia assolata di stamane varrà tutto il resto, forse anche la visita ai carcerati, giusta, ovvia, cristiana nella sua accezione più pura. Ma è questo ministero ordinario, questo sacerdozio universale il tuo tratto veramente prezioso. È questo passare vicino a quartieri senza storia, a chiese e statue prive d'arte, è questo tuo apparente, benefico disinteresse di fronte all'estro umano, il fottertene della perizia di fini cesellatori e architetti di navate, perché anche l'artista può diventare un Oderisi da Gubbio. Ma il centro è Dio, si trova ovunque e il resto è vanità di vanità. Soltanto perdendosi ci si ritrova, soltanto facendosi da parte riacquistiamo il senso dell'umanità profonda. Occorre avere il coraggio di abbandonare il centro per raggiungere il cuore. 
Sei qui; in una spiritualità da padella, come direbbe Teresa di Gesù. Cioè familiare, certo pastorale, ma con più d'una venatura laica, quasi anticlericale. Sei sacerdote desacralizzato. Sei un latino, sì, ma un latinoamericano, gesuita per giunta, percorri le vie con un piacere quasi sensuale, appartieni decisamente alla terra. E la terra è innervata di Dio. Ovunque. In qualsiasi recesso d'asfalto, edicola, deserto, religione. (Ché conta l'uomo, la donna.) 
 Benvenuto, Papà-Papa. I muri non resistono davanti a te. A partire dai nostri. Ti chiediamo di soffiarli via tutti. Di lasciare che, dalle loro crepe, irrompa il sole.


21/02/17

Qualcuno ci renda l’anima. I limiti della sottocultura omosessuale Dialogo di Daniela Tuscano con Mattia Morretta autore di “Che colpa abbiamo noi” (2013)

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“Che colpa abbiamo noi – Limiti della sottocultura omosessuale” (Gruppo Editoriale Viator, Milano, 2013, pp.345) è il saggio con cui Mattia Morretta, psichiatra-psicoterapeuta e sessuologo, ha voluto stimolare il dibattito all’interno della comunità omosessuale, e non solo, perché oggi «la libertà concessa ai gay è fatta di un miscuglio di banalizzazione e riduzionismo: li si lascia essere quel che si è sempre pensato che fossero, a patto di farne una specie di video-gioco per il tempo libero, senza rilevanza per l’interesse generale». 
Daniela Tuscano, insegnante e scrittrice, ha voluto approfondire con l’autore alcuni dei temi, estremamente attuali, che attraversano le pagine del suo saggio. Ma lasciamo a loro la parola.
- Sin dalle prime pagine si capisce di avere a che fare con un testo di portata generale, che si rivolge in maniera più diretta agli omosessuali ma parla a tutti indistintamente, con l’ambizione di esporre un vero e proprio sistema di pensiero.
Ricordo di esser stato impressionato a vent’anni dalla lettura de Il pozzo della solitudine, un romanzo epocale del 1928 (pubblicato in Italia nel 1946) nel quale Marguerite Radclyffe Hall non si limitava a porre apertamente la società di fronte alla situazione dolorosa degli omosessuali, filtrata attraverso la vicenda della protagonista aristocratica e saffica, ma arrivava a indicare una strada di progresso tracciata da figure guida di omosessuali mentalmente e moralmente “sani”. 
Per l’autrice infatti gli studiosi non possono sapere tutta la verità, dato che conoscono soltanto i nevrastenici o i più provati dalla vita e non gli “invertiti normali”: “I dottori non possono sperare di rendere chiare agli altri le sofferenze di milioni di noi, solamente uno di noi lo potrebbe fare. 
Ci vorrà molto coraggio, ma si farà, poiché tutte le cose debbono tendere all’estremo bene, e nulla si perde e nulla si distrugge”. Orbene, omosessuali normali, tra i quali mi annovero, sono una costante nei secoli, prove viventi della naturalezza della propensione e del peso determinante della personalità in ogni condizione di svantaggio. Per inciso, in quanto psichiatra sono propenso a tutelare la salute, soprattutto mentale, perché “genio e sregolatezza” valgono in positivo solo per gli artisti.
- Denunci con forza, nel tuo testo, la mancanza di “voci autorevoli” al riguardo…
Nella mia tesi di laurea in medicina nei primi anni Ottanta parlavo già con chiarezza della necessità di approntare una operazione di rilevanza intellettuale e umana, l’ascesa ad un linguaggio capace di fondare soggetti omosessuali parlanti-da-sé in maniera qualificata, per scardinare l’assunto della incompatibilità tra ruolo di Autorità (con i suoi rapporti col Padre Simbolico) e l’omosessualità mancante per definizione dello statuto di Soggettività. Un prender la parola con autorevolezza e cognizione di causa puntando a farsi ascoltare, dimostrando competenza anche scientifica, tutt’altra cosa dalla testimonianza individuale o dei periti di parte con bandierina arcobaleno.
Ciò implica andare oltre la posizione di una minoranza che punta a raggiungere obiettivi categoriali per mirare a rivolgersi alla maggioranza coinvolgendola culturalmente, poiché è interesse di tutti saperne di più, comprendere meglio le problematiche rubricate alla voce “omosessualità” (comportamenti, orientamenti, identificazioni, identità).
- Eppure attualmente non mancano luoghi aggregativi e spazi di dibattito, dove sembra possa sorgere un fattivo confronto tra voci diverse. O dovremmo dire dissonanti?
Nell’Italia dei circoli socio-commerciali e dei partiti a favore manca una strategia politica nel senso migliore del termine, che agisca su più fronti e a vari livelli sul lungo periodo, mettendo in rete le risorse per produrre elaborazioni concettuali all’altezza della complessità attuale.
Il mio libro tenta di produrre e promuovere un sapere che interessi anche gli altri mostrando i punti di intersezione perché la sessualità è un continuum antropologico. In effetti, descrivendo in modo puntuale una condizione particolare si finisce per illuminare la fenomenologia umana, quindi aspetti generali ed universali nei quali tutti possono riconoscersi.
- Ti scagli anche contro l’enfasi data dalla società odierna sui “gusti” sessuali, a scapito della totalità della persona. In effetti scrivi che preferiresti il termine persona gay che non gay tout-court.
Se, come ha scritto John Boswell, gay indica un riconoscimento e omosessuale un destino, ho scelto sin da ragazzo e scelgo tuttora il secondo vocabolo, perché la libertà si coniuga solo col destino. La definizione che prediligo è “persona omosessuale”, laddove omosessuale è aggettivo qualificativo, qualifica e non specializzazione.
Se insisto sull’identità è per arrivare infine a prescinderne a ragion veduta, come cercare il senso della vita serve a poterne fare a meno.
Oggi trionfa l’incomunicabilità e la separazione per “gusti” è imposta agli uni e agli altri, ciascuno è confinato nel proprio mondo o ambiente, il che rende impossibile scambiare conoscenze e fare esperienza di normalità.
Per questo ho posto l’accento su una reciproca educazione civica, che va costruita nel corso di molteplici generazioni dedicando un pensiero al futuro. Per altro, la formula “simili con simili” vale prescindendo dall’inclinazione sessuale perché le principali affinità e attrazioni concernono le tipologie caratteriali e di personalità.
I gusti e le pratiche sessuali dividono, mentre le vicissitudini esistenziali ed affettive uniscono creando convergenze (per esempio, immedesimandosi nelle storie amorose e nel dolore esistenziale).
Ho voluto così fornire un’occasione di approfondimento per colleghi medici e psicologi (eterosessuali), i quali sono a digiuno da decenni riguardo alle difficoltà reali degli omosessuali e non hanno più incentivi ad occuparsi della specificità per apparente scomparsa del “problema”. L’omosessualità di fatto è conosciuta per sentito dire, persino dagli specialisti della psiche.
I riscontri più positivi li ho avuti a dire il vero dagli “altri”, da coloro che interagiscono o sono accanto a omobisessuali e vorrebbero capire di più. Fin dal secolo scorso auspico la costituzione di organismi formali di esperti omosessuali che possano fungere da interlocutori per Istituzioni ed Enti professionali.
Di recente si sono aperti spazi per contributi di terapeuti e intellettuali omosessuali, posti liberi che non si sa da chi far occupare perché sono in pochissimi a possedere un effettivo patrimonio conoscitivo sull’omosessualità.
- Nel libro non vengono risparmiate contestazioni a nessuno, etero e omosessuali, progressisti e conservatori, laici e cattolici, le posizioni fortemente critiche nei confronti dei “gay” non rischiano di prestarsi a manipolazioni o avvalorare pregiudizi negativi?
Nel preparare la presentazione del libro l’anno scorso avevo immaginato un cartello con la dicitura “Avvertenze per il lettore: Materiale per adulti, vietato ai minori”, aggiungendo una frase pronunciata da Oscar Wilde durante il primo processo: “Non mi interessa il parere delle persone comuni e non mi sento responsabile della loro ignoranza”. Sarcasmo a parte, quando si scrive per comunicare il proprio pensiero, non volendo compiacere nessuno, si finisce per dispiacere un po’ a tutti ed essere facilmente fraintesi.
Il mio è un saggio paradossale (contro l’opinione corrente), scritto da un uomo che ha inventato la sua strada e non ha per scopo la divulgazione o la comprensione a buon mercato, concepito lontano dall’attualità e dalla cronaca, se mai proiettato nel passato e nell’avvenire. Un voce levata nel deserto che chiama alla consapevolezza e, lungi dal dare la linea, invita a formare un pensiero autonomo sulla sessualità, decostruendo per poter (ri)costruire con cura.
Curioso che la moralizzazione sia invocata per tutto tranne che per il retro-mondo gay, quasi fosse il migliore possibile. I protagonisti del movimento gay operano un plateale boicottaggio di altre posizioni o visioni, infatti sul mio libro ha aleggiato un silenzio aggressivo, ben peggiore della critica, di solito assente a favore della polemica. C’è chi non intende, chi rifiuta per partito preso, chi si annoia per lo sforzo richiesto di seguire il ragionamento.
Leggendo con attenzione si capisce che non ho alcun pregiudizio, se mai miro a formulare un giudizio obiettivo sugli atti (non ciò che si è, bensì ciò che si fa). Il contenuto è indubbiamente uno schiaffo morale assestato con una lingua a tratti infuocata per attivare difese profonde, poiché per i diretti interessati si tratta di dare il meglio per proteggere l’identità e soprattutto la qualità della vita in quanto esseri umani e persone. Per un male secolare occorre una terapia radicale e non una blanda pozione ideologica con diritti civili inclusi.
Da qui il ricorso alla censura di certe condotte e al sentimento di colpa come mezzi per promuovere assunzione di responsabilità, perché criticare con passione è una forma di generosità.- Probabilmente sentir ancora parlare di colpa infastidisce, forse occorrerebbe ricorrere all’espressione “mancanza” o “peccato”, da molti però ormai confinate in ambiti strettamente religiosi. Credo però che, alla base di queste preventive auto-assoluzioni, che non risparmiano nessuno (né gay, né etero, né bisex ecc.), vi sia un totale cambiamento – o stravolgimento – antropologico, proprio delle società liquide di baumanniana memoria: in realtà, ciò che non si vuol fare è crescere e, quindi, assumersi precise responsabilità. In ogni scelta di vita.
Scegliendo il titolo "Che colpa abbiamo noi" avevo in mente una vignetta di Mafalda, il noto personaggio di Quino: “Che strano quando uno vede la gente al mare, sembra che nessuno abbia colpa di niente”. Tutti si auto-assolvono fingendo di non dover rispondere di nulla contando sulla connivenza o complicità altrui. Certo, non ignoro che la stragrande maggioranza di omosessuali agisce come i bambini che non hanno conosciuto l’affetto nell’ambito parentale e sociale, infatti chi è stato perennemente rimproverato e sotto giudizio resta insicuro e incapace di agire in maniera volontaria per il bene, facendo quello che è sbagliato pur desiderando comportarsi con correttezza.
La mia è un provocazione etica, un faticoso e fastidioso esame di coscienza nel quale si pongono domande stringenti e inevitabili (gli interrogativi giusti sono più importanti delle risposte). Del resto, fare la morale è far intendere significati e messaggi, la morale della favola è il succo del racconto, ciò che conta capire. Dice Milan Kundera in Amori ridicoli: “Se l’uomo fosse responsabile solo di ciò di cui è cosciente… L’uomo risponde della propria ignoranza”. Nel nostro caso, poi, le colpe dei padri ricadono sui figli: i nodi che non hanno affrontato gli antenati diventano eredità conflittuale e gravosa sui discendenti, in termini individuali e collettivi (come il debito pubblico). Offrendomi quale “padre” che giudica ho tentato di dare un’opportunità di maturazione ai più ricettivi, perché oggi più che mai è necessario diventare pienamente adulti e non contare su tutori esterni, genitori compresi.
- Nel tuo saggio colpisce che l’approccio serio e scientifico si accompagni a sorprendenti concessioni alla cultura popolare, tra le citazioni colte fanno capolino quelle tratte dalla musica leggera quasi senza discontinuità.
Per me il Privato è sempre stato Politico, posso affermare di aver praticato soprattutto la politica esistenziale, nelle e delle relazioni interpersonali, il civismo psicosessuale e amoroso.
Fin dai gruppi di autocoscienza degli anni Settanta, caratterizzati da una forte politicizzazione, ho avuto interesse per la quotidianità dei sentimenti e la dimensione ordinaria del vivere, nella quale la musica popolare svolge un ruolo importante, anzi è una sorta di cartina di tornasole dello spirito dei tempi.
Pur identificandomi come “intellettuale” percepivo le contraddizioni tra principi teorici o visione dall’alto e comportamenti concreti, in qualche modo tra il dover essere e l’essere. Infatti, avevo scelto la denominazione dissacratoria di “Collettivo Patty Pravo” per ciò che restava nel 1980 del serioso “Collettivo di liberazione sessuale”, dopo aver letto una frase di Nicoletta Strambelli che avevo fatta mia: organizzare una spedizione per esplorare il banale.
Del resto, la canzonetta è una forma di poesia in versione minore, alla portata di tutti, con corredo di autori, strofe, rime, parole accompagnate da melodie, un canone fin dall’antichità, e in italiano a differenza dell’inglese il testo conta molto.
- Un artista pop ha dichiarato: “Sono consapevole che la canzone è considerata la periferia dell’arte, eppure le canzoni hanno fatto l’amore, la rivoluzione…”. Più semplicemente, hanno svelato il sentire comune (e segreto) più di tante dotte trattazioni.
Al di là dello studio e della lettura, sovente ho trovato riscontro più immediato e veritiero nelle emozioni trasmesse da motivi “cantabili”, i cui testi sembravano poter corrispondere a mie personali esperienze e vissuti. Per questo Renato Zero, icona omosessuale che ha attraversato decenni determinanti per la trasformazione della provinciale società italiana, è stato un riferimento anche per me, a dispetto dei militanti che frequentavo e lo snobbavano o sprezzavano.
Più in generale potevo specchiarmi nel linguaggio e nelle maschere di alcuni personaggi, i quali fungevano da compagni di viaggio e talora indicavano una strada comune (voglio ricordare Giuni Russo e Ivan Cattaneo).
Esiste sempre una colonna sonora mentre viviamo e i giovani anelano a sogni, miti, eroi sul grande schermo del mondo. Nel capitolo dedicato alla gioventù omosessuale, in origine le frasi tratte da Figli della guerra erano seguite dalla seguente didascalia sul cantautore romano: “angelo custode per migliaia di giovani omosessuali nell’ultimo quarto del secolo scorso, una figura di artista popolare che non è stata sostituita e non ha avuto epigoni”.
- Gli attivisti gay saranno sicuramente balzati sulla sedia nel leggere il nome di Zero, e non di altri, in un saggio rigoroso e “militante” (nel senso migliore del termine) come il tuo.
Qui non è in gioco l’essere fan di un cantante, che può piacere, dispiacere, non piacere più, e meno ancora la valorizzazione dell’individuo in sé, le cui pecche e mancanze sono sotto gli occhi di tutti, bensì il significato di una ritualizzazione pubblica e l’incidenza sull’immaginario.
In questo senso negli anni scorsi Zero e Busi, in ambiti diversi, sono state le uniche figure dotate di spessore sociale che abbiano imposto a livello di massa un riconoscimento del valore intrinseco alla connotazione omosessuale, implicita o esplicita. I contenuti inconsci possiedono difatti una autonomia che consente la loro personificazione e incarnazione, in positivo e in negativo (dèi e demoni).
Quindi ho apprezzato la tua ultima pubblicazione dedicata a Zero ["Chiedi di lui" di Daniela Tuscano e Cristian Porcino, ed. Lulu, n.d.A.], nella quale viene delineata la parabola di una carriera artistica sullo sfondo del momento storico e le quinte dei fenomeni di psicologia collettiva, perché sul palco va in scena la drammatizzazione delle emozioni esistenziali. Non per nulla André Gide ne I sotterranei del Vaticano afferma che “l’arte del romanziere merita fede, mentre talvolta gli avvenimenti reali comportano diffidenza”.
- Le parole più dure le usi a proposito dell’Ambiente Gay, soprattutto i locali commerciali. Eppure secondo gli esponenti del Movimento sono gli unici contesti aggregativi connotati con chiarezza e quindi in grado di favorire identificazione, tanto da vedervi un mezzo di penetrazione sociale nel territorio, di cui si avverte la mancanza, per esempio, nel Sud, c’è chi si spinge a considerarli addirittura utili per la diffusione di informazioni sull’Hiv.
Ogni volta che sento parlare di comunità, stile di vita o scena gay in Italia, con tanto di colori, effetti speciali, sorrisi per i fotografi, penso ad una poesia di Umberto Saba: Quante rose a nascondere un abisso. Chi ha frequentato o frequenta gli esercizi commerciali per la categoria, concentrati in alcune grandi città e di due o tre tipologie al massimo (tutte variazioni sul tema dell’incontro sessuale), sa per esperienza diretta quanta solitudine, freddezza, simulazione, maleducazione vi alberghino, vere forche caudine del collettivismo impersonale che impongono il giogo della mortificazione alla naturale tensione a conoscersi e socializzare l’identità.
Dopo un breve periodo iniziale in cui hanno costituito una novità per il nostro Paese, che prevedeva solo boschetti, fiumi, vespasiani, hanno preso una direzione del tutto anomala che non giustifica l’appartenenza e l’approvazione sociopolitica considerata oramai “normale”; basterebbe valutare l’assenza di sviluppi positivi in termini di dinamica comunitaria per gli omosessuali e di riconoscimento da parte del resto della società (non fosse che per le quote pubblicitarie). L’auto-segregazione e l’isolamento sono addirittura peggiorati.
Solo la mancanza di alternative e la rassegnazione spingono a servirsene, possibilmente in dosi ridotte o per brevi periodi. Gulag e per giunta a pagamento da cui un numero crescente di persone ha cercato scampo con il fai da te della Rete Internet, finendo per lo più dalla padella nella brace. Amici, parenti, compagni di partito non possono neppure immaginare quale atmosfera si respiri in certi “postacci”, peggiori bar di Caracas senza alcun brivido fashion.
- Scrivi pure: “…tutto il gran darsi da fare dell’Arcigay non ha formato neanche nuove figure politicamente rilevanti e significative”. Un’accusa grave…
Nel sito web Omonomia avevo chiamato la sezione dedicata agli ambienti gay “Camere ardenti”, giocando sull’equivoco tra dark room e camera mortuaria, prime vittime il corpo e la sessualità.
La citazione di apertura, estrapolata ancora una volta da un brano di Zero ("Cercami"), calzava a pennello: “Così poco abili anche noi / a non dubitare mai / di una libertà indecente”. I gestori di club gay, sorta di protettorato politico tutto italiano, potranno avere un po’ più di credibilità quando dimostreranno di favorire occasioni di svago, convivialità e cultura, specie durante il giorno, e non solo notti brave, serate danzanti e mosca cieca. L’estone Emil Tode vent’anni fa in Terra di confine a proposito di quei posti commentava: “di tanto in tanto mi diverte osservare quella carne infelice che attende nei bar la sua redenzione” e concludeva con amarezza: “Tutt’intorno la carne è pronta… ma lo spirito non c’è da nessuna parte”.
Allontanarsi periodicamente da luoghi frequentati a lungo è un fattore di igiene fisica e mentale, visto che la consuetudine annulla l’obiettività. Inoltre, vi si apprende un modo innaturale e manipolatorio di vivere l’omosessualità che si imprime nelle emozioni e determina dipendenza. In particolare sono gli adolescenti e i giovani a subire il peggior trattamento, a vedersi trascurati e imboniti da chi si fa vanto di soddisfare le loro esigenze con appositi “servizi”. Sicché, legioni di ragazzi si ritrovano abbandonati a se stessi nella giungla delle Chatline, laureati honoris causa servi del Server, secondo la definizione di Busi.
- Ma le campagne di sensibilizzazione riguardo all’Aids che si attuerebbero nei locali?…
È una materia di cui mi occupo in concreto da trent’anni e preferisco soprassedere, perché certe affermazioni circa il ruolo dei locali nell’informazione sanitaria non meritano neppure di essere commentate. Basti dire che nella scorsa primavera ONG di settore e circuiti commerciali gay hanno pubblicizzato come grande novità un’iniziativa che proponeva una specie di fioretto per bambini: un mese intero di sesso sicuro, per poi andare a fare il test di controllo!! Sì, silenzio è sempre uguale a malattia e morte, ma non è più ammesso disturbare il clima apparente di festa e i manovratori della barchetta gay. Nonostante i dati epidemiologici parlino chiaro e un giro negli Ambulatori di venerologia e infettivologia raccontino una realtà di feriti e militi ignoti nella guerra continua del sesso a rischio. Pertanto, sugli impostori di turno non esito a puntare l’indice con i versi di Isaia: “Maledetto chi Bene il Male / e Male il Bene chiama / Chi la Tenebra sulla Luce / E sulla Luce la Tenebra” (5, 20).
- Il tuo atteggiamento politicamente scorretto appare più evidente sul tema delle unioni o matrimoni gay, benché la schiera dei favorevoli sembri compattarsi e apparirebbe logico far fronte comune.
Per gli omosessuali italiani sesso e coppia sono gli unici piatti nel menù privato e politico, vaghi accenni retorici alla solidarietà si odono talora nei gruppi d’ispirazione religiosa. Non si riesce a entrare nel merito dei bisogni affettivi e relazionali delle persone omosessuali, perché da anni è diventato obbligatorio condensare nell’unione a due il massimo delle aspirazioni individuali e della realizzazione di fronte alla collettività, un clamoroso malinteso concettuale e un premio di consolazione in termini sociologici.
Mi colpisce che pure i credenti riducano gli affetti fondamentali al matrimonio e al nucleo famigliare, identificando quali “strade dell’amore” solo quelle che vedono legati due individui, mentre sarebbe logico valorizzare senza riserve anzitutto l’amicizia e i legami interpersonale scevri di interessi di comodo o di potere.
Per mia fortuna appartengo ad una generazione che ha potuto contare sulla visione aerea di Michel Foucault: “L’omosessualità è un’occasione storica per riaprire virtualità relazionali e affettive, non tanto per le qualità intrinseche dell’omosessuale, ma perché la sua posizione, le linee diagonali che egli può tracciare nel tessuto sociale consentono a queste virtualità di venire alla luce”.
- Ma una proposta del genere oggi rischierebbe di venir equivocata, parrebbe ai più confermare la tanto vituperata “promiscuità” omosessuale. Tutto perché non si compie mai il passo successivo, non si volta mai pagina per leggere come si conclude il pensiero. D’altro lato, il matrimonio ti appare come una conquista ideologica più che come effettiva esigenza, o sbaglio?
I rapporti di coppia, monogamica, fissa, chiusa o aperta, e via dicendo ovvietà, non sono mai stati e non saranno mai esaustivi della potenzialità affettiva, non hanno alcuna esclusiva sui sentimenti e sovente hanno poco a che fare con l’amore, anche quello con la a minuscola. Un tempo era chiaro che il matrimonio fosse per interesse e convenienza, mentre per amare e desiderare il piacere si apriva il vasto campo delle interazioni non istituzionali.
Purtroppo, la democrazia sembra ridursi a scegliere tra opzioni preconfezionate, esprimendo pareri sui temi del giorno. Il politicamente corretto proclama dogmi che soffocano dubbi e interrogativi, rumori e chiasso prendono il posto dell’approfondimento, senza accorgersi che i concetti mistificati confondono e generano ulteriore pregiudizio, nonché reazioni opposte a quelle attese.
Soltanto i superficiali possono sostenere che la “famiglia” abbia o addirittura debba avere una natura puramente sentimentale, deducendone la validità universale a prescindere dal genere sessuale e da qualsivoglia finalità superiore. Al di là della seriosità ufficiale, si nota che il motivo “oggi si avvera il sogno e siamo sposi” è quasi argomento da cronaca rosa, con una evidente strizzatina d’occhi al femminile materno. Rammento una canzoncina popolare di tanti anni fa che rovesciava la medaglia: “La mia mamma vuol che sposi / ma sposarmi non mi va”.
In tale logica la coppia, il compagno e il matrimonio sono espressione non tanto di esigenze primarie, quanto del bisogno disperato di ottenere almeno la parvenza di rispettabilità tra gente per bene, in altri termini una forma di conformismo. Infatti la stessa pubblicità di parte chiede il diritto di sposarsi tra gay “per stare meglio”, il che sottintende a paragone del peggio in cui di norma si vive e ci si accoppia, perciò per migliorare lo status passando da poveri sessuali a quasi benestanti, in analogia con coloro che partono dal basso nella scala sociale e tentano di salire di qualche gradino.
Pasolini, descrivendo in Petrolio il modello di famiglia laica emancipata dalla Chiesa Cattolica degli anni Settanta, rilevava che l’unirsi in matrimonio aveva cambiato motivazione e scopo, poiché serviva “per raggiungere, ed esprimere socialmente, il benessere. Le sue osservazioni circa i giovani eterosessuali potrebbero essere applicate ai gay contemporanei: “L’ostentazione di tutti questi amori che legano le coppie – amori fatali e manifestamente carnali, come la permissività consente, anzi impone – rivela chiaramente che si tratta di rapporti profondamente insinceri” (Appunto 71 v).
C’è da chiedersi allora chi nel contesto omosessuale abbia a cuore il cuore dell’Uomo, la sua tensione ad affezionarsi al prossimo, alla fratellanza e all’immedesimazione volontaria, all’Amore che ha in se stesso il fine, non mira al possesso e va oltre la stessa corporeità, il voler bene in cui si effonde l’Anima?! Amare è un dono straordinario, tuttavia nessun essere andrebbe assolutizzato a scapito degli altri.
Scrive Wilde nella novella "L’Amico devoto": “L’amore sarà anche una cosa bellissima, ma l’amicizia è molto più preziosa”. Aggiungo io che l’amore può forse farci sentire più vivi, ma è l’amicizia a farci sentire umani.




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13/02/17

CONTROCOPERTINA di © Daniela Tuscano

L'immagine può contenere: 2 persone, persone in piedi e spazio all'aperto Sì, va bene, inutile scandalizzarsi. Al  non avevano niente in comune. Tranne me.
Correva l'anno 1976 e un collega di mia madre, allora 27enne, decise di sbarazzarsi di alcuni vinili e li consegnò a lei, che aveva una figlia appena adolescente. La quale, forse, avrebbe apprezzato.
La figlia adolescente, manco a dirlo, ero io. Una cosa è sicura, di quei tre o quattro dischi rammento solo quello di Al
E mi sa che "Your song" l'ascoltai per la prima volta proprio da lui. Era seta calda, soavità sexy, come il titolo dell'album, "Glow", di cui ignoravo il significato ma che suonava così bene nella sillaba dolcemente sfumata. Poi gli altri titoli: "Rainbow in your eyes", "Fire and rain"... ricordavano atmosfere avvolgenti alla Tennessee Williams, ma senza morbosità. Sul retro di copertina, Jarreau esibiva il sorriso ormonale in un campo di stoppie. Bello, felice e innamorato. Di Susan, cui dedicava il disco, e che nei brani veniva spesso evocata. Jarreau era l'eleganza. Una sensualità mistica, come piaceva a me. Non riuscivo proprio a capire come mai il collega di mia madre avesse voluto disfarsi d'un album così incantevole.
Di lì a pochissimo giunse Renato. Sempre il '76, sempre un retro di copertina. Bello anche lui, ma pallido come un cadavere su un fondo tutto nero. Anzi, buio.
Tra i due, il fulgore era Al. Quello cupo, Zero. Anima complicata, sghemba. Niente campi sterminati, bensì caligine metropolitana. L'Italia tossica di fine '70. E la dedica, inelegante, vergata a mano, 

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nervosa, pure con un errore ortografico. Al pubblico. Cioè a nessuno. O a tutti. Ecumenismo disgraziato.
Lì c'era la solitudine. Irrinunciabile anch'essa, come gl'incubi.
Il calor bianco di Al e il gorgo nero di Renato: per me, due complementi. Adesso, forse, avrei solo bisogno d'un po' di tepore.

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                         © Daniela Tuscano

06/02/17

DA GIOVANI con © Daniela Tuscano

  in sottofondo  ( lo so che  sarò retorico  e  ripetitivo   ma  non me  ne  vengono in mente  altre )  Canzone  per  un amica 


Siamo stati tutti così: inesausti, eccessivi, ladri. Sì, ladri, perché da giovani il tempo si ruba. Il furto implica il rischio e, quando hai pochi anni e gli ormoni a palla, il pericolo è sesso. E quale tempo più rubato delle notti interminabili, del divertimento solo tuo, del vuoto? Un vuoto di mondo, da gustare e riempire.
L'immagine può contenere: 3 persone, selfie e primo piano
I ragazzi di Guidonia non avevano volti particolarmente pensosi. Erano bellocci e comuni, forse distratti. E proprio per questo è facile identificarsi in loro. Le domande? Se le ponevano, ma inespresse. Un giovane è sempre il primo, non ha storia. Solo una vitalità animale, quindi incolpevole, anche quando avrebbe dovuto pensarci, e poteva, doveva farlo. Anche quando il felino inganno di velocità, risa, abbracci, luci e lamiere lo annienta. Anche quando non si sofferma sui prati, al canto degli uccelli, al paradiso quotidiano. Paradiso? Un inferno, semmai. Inganno, fregatura, sacrilegio nei confronti della sua regale, famelica divinità. Ma, attenzione, non lasciamoci ingannare: pur se azzarda come non ci fosse un domani, al futuro pensa eccome. È proprio perché ne ha fame che corre, vola, nell'illusione di afferrarlo. E a nulla servono i consigli, le raccomandazioni. Figurarsi le minacce.
Non ditegli che ripete. Lo umiliate. Del resto, v'ignorerebbe. Lui è sempre l'unico, e va. Poi sbaglia e delle volte quel tempo rubato lo brucia definitivamente. Nemmeno cinque minuti, poi, per imparare, crearsi una storia, abbandonare l'innocenza conquistando una umanità forse completa, ma scettica e disincantata.
Da giovani si è, e basta. Giunge poi, dietro l'angolo, una curva imprevista, un taglio netto, e l'illusione finisce.
                              © Daniela Tuscano

01/02/17

IL VARCO È QUI di © Daniela Tuscano Maschi smarriti. Di quello smarrimento cieco, tremebondo, ostinato e violento.


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Maschi smarriti.
Di quello smarrimento cieco, tremebondo, ostinato e violento.
Maschi che vedono il loro trono vacillare. Che fremono per non potervi più accedere.
Nel primo caso, a Nord, un introverso. Uno che ha alimentato la sua impotenza per anni. Offeso, schiaffeggiato dall'intraprendenza di donne irraggiungibili, non più disposte a farsi sottomettere. 
Si era così rifugiato nelle nostalgie neonaziste. I suoi post grondavano di frasi contro gli immigrati, l'Islam, il multiculturalismo. Ma pure di misoginia. Acuta, rabbiosa.
Quando ha deciso di passare all'azione, non ha però scelto donne bianche come lui. Per viltà, razzismo? Certo. Ma, anche, per un surplus d'odio. Il suo bersaglio erano le musulmane. Una donna islamica in preghiera gli era addirittura più insopportabile d'una femminista laica. 
Lo spaventava, non v'ha dubbio, una umanità semplice. Una fede "altra" e serena. La diversità, ecco.
Nel secondo caso, a Sud, un prolifico patriarca. Il quale ha sacrificato, sull'ara del suprematismo para-religioso, la sua ultima bambina, ancor piccola, inconsapevole, dai vivaci occhi neri. Prima dei droni l'ha uccisa lui, educandola nell'odio. Quell'odio che già aveva annientato, tempo prima, il fratello sedicenne. 
Il primo, per un caso fortuito, non è riuscito nel suo intento, malgrado abbia mietuto altre vittime innocenti. Il secondo ha fatto scontare alla figlia il suo delirio assassino.
Il razzista bianco e il jihadista mediorientale. Due apici, due volti d'uno stesso mondo disgregato. Rantoli d'una società basata sulla gerarchia e, conseguentemente, sul disprezzo delle donne. Il varco è qui...
E il peccato originale si ripresenta ogni volta, puntuale, in qualsiasi efferatezza, dietro tutte le ideologie di morte.
Ma preferiamo ignorarlo.

                                  © Daniela Tuscano

05/01/17

IL VERBO SI FECE SCARNO © Daniela Tuscano

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                                             IL VERBO SI FECE SCARNO
Detesto l'esibizione di bambini laceri, denutriti, mutilati per suscitare un rapido e ipocrita pietismo, buono solo ad acquietare le nostre coscienze. Ma, in tal caso, corro il rischio. Perché l'autore dello scatto a sinistra, Sebastiano Nino Fezza, di professione fa il reporter, ma nell'animo è un missionario - o un poeta, o entrambi. È compenetrato dal senso del dolore, lo dipinge; e colpisce, scuote. Forse sarebbe questa l'immagine più adatta a celebrare l'Epifania 2017. Un bimbo che, a differenza della pur commovente statuina della mangiatoia, non ha nemmeno la forza di giunger le mani, e sa pregare solo col corpo. Il suo giaciglio è un materassino-sudario, lo sguardo erra in un vuoto senza speranza, già vizzo. È un'Epifania senza comete né gloria. E per questo, così simile all'Epifania reale, in un angolo di mondo, duemila anni fa. I Magi venuti da lontano videro molto probabilmente un bimbo in queste condizioni, anonimo e disperato. Noi abbiamo tramutato le feste natalizie in una sceneggiata dolciastra, ma ogni nascita presuppone una fine. Un ciclo naturale, logico. Ma la fine del Natale è la croce, che non mancava mai sullo sfondo dei presepi stellati d'un tempo. E la croce non ha nulla di logico e naturale. La croce la produciamo noi. Il bambino siriano sembra già attenderla, vinto, con le braccia fragili e tese, e la resurrezione non ci sarà.
© Daniela Tuscano

senza titolo di © Daniela Tuscano

L'immagine può contenere: cielo, nuvola e spazio all'aperto
Scia di sole, pallida e tarda,
Solo tu puoi capire 
Quell'assurda, insperata gioia
Mentre l'ora s'abbruna

Si convive, la morte addosso
Quando s'ama anche il dolore
E sbocci sempre, e non lo sai

© Daniela Tuscano

26/12/16

STELLLA NERA di © Daniela Tuscano


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Il destino l'aveva segnato, ma andarsene nel giorno di Natale lascia sempre un dolore aggiunto. Anche se poi, per una star, è il modo forse più discreto per uscir di scena. George Michael s'è spento fra le luminarie che, una volta tanto, non brillavano per lui, ma offuscato lo era da un po', e su di lui pencolava quell'insidiosa irresolutezza, quella pendola di fragilità che facevano del cantante anglo-cipriota un eterno adolescente. Intrappolato nell'immaturità della decade più fatua del Novecento.
Io non ero una fan degli Wham! né del ciuffo artatamente, chiassosamente biondo. Non del sex-symbol posticcio e nemmeno, in fondo, della voce così bella ma, anch'essa, sempre lì lì per scivolare sul crinale della morbidezza, barocca, anzi, cherubica. Molto meglio il Michael solista, finalmente restituito alla sua mediterraneita', quasi arabo, prepotentemente uomo, o nel disperato tentativo di diventarlo. Ma questa opportunità gli fu preclusa, o se la nego' da solo; il che, alla fine, cambia poco. Troppo debole per tutto: per rivestire i panni dell'attivista, ma anche per quelli del "gay formato famiglia". Michael avrebbe continuato a sbandarsi e a cantare, che era quello che gli riusciva meglio, ma non ora, non qui. Peccato. Quanti post-adolescenti smarriti, cristallizzati in una mezza età importuna come un ospite venusiano, fuori giro e fuori opportunità. Quanti talenti rimasti schizzati, in questi anni che la vita se li mangia, senza nemmeno averli gustati. Come in un crasso convivio, ci si ritrova a cinquant'anni, usati e ancora in boccio, e non si sa perché.

01/11/16

cinquecento anni fra cattolici e protestanti




Cinquecento anni, per sorridersi ancora.

Cinquecento anni, perché un uomo abbracci una donna.
Nella rispettiva, intangibile maestà.
Cinquecento anni, per ritrovarsi nobili e vuoti,
Con la tenacia dei reduci,
In quest'Europa dissacrata.
Cinquecento anni, per capire 
Che lo straniero è Dio, è l'altro, siamo noi
Al nostro fianco, nella stessa via
Solo se doniamo, abbiamo tutto
Senza possedere niente.

© Daniela Tuscano 


(Nelle foto: papa Francesco con l'arcivescova luterana Antje Jackelen e altri esponenti evangelici davanti alla croce salvadoregna, nel pellegrinaggio in Svezia per il 500^ della Riforma)

04/09/16

NON FACCIAMO I FURBI © Daniela Tuscano

..la mia amica ed nostra utente di vecchia data  Daniela   m mi ha  anticipato   su CHarlie  Hedbdo    e le  sue  vignette    sul terremoto    ed  soprattutto  sul   modo  che essi hanno  d'intendere  la satira  .che  sfocia nella maggior  parte dei casi  nel cinismo e  nel  cattivo  gusto .



Quella contro Charlie Hebdo del 2015 fu una strage non solo raccapricciante, ma oscena, impudica. Nessuno, mai, dovrebbe essere trucidato per una vignetta o, comunque, per aver espresso opinioni, ancorché discutibili. E' una delle irrinunciabili conquiste della nostra civiltà. Da difendere con le unghie e coi denti.
Di qui, però, a santificare qualsivoglia scherno e soprattutto ad annoverare sotto il concetto di "satira" ciò che satira non è, ce ne corre.
Per quanto mi riguarda non sono mai stata Charlie proprio perché NON mi è mai piaciuta la loro "satira". E lo denunciai in tempi non sospetti. Quando, ad esempio, uscì la copertina raffigurante un

ebreo (col naso rigorosamente adunco) che portava in carrozzina un islamico riecheggiando la locandina del film "Quasi amici". Quando, per irridere il card. Vingt-Trois che aveva disapprovato la legge sui matrimoni gay, se ne uscirono con una copertina mostruosa (ben peggiore di quelle dedicate agli islamici) in cui mostravano il cardinale con "tre papà": vale a dire il Padre, il Figlio e lo Spiriro Santo intenti a... sodomizzarsi vicendevolmente. La feci vedere ai miei studenti (fra cui una musulmana) per dimostrare che coi cristiani c'erano andati molto più duro. Però nessun* dei libertari/e genialoni si scandalizzò, anzi, tutto benissimo. Tanto, sputare sul cristianesimo fa sempre figo, rende intellettuali! (Niente da eccepire, immagino, neanche di fronte all'altra copertina con due uomini gay, un bambino in braccio e una ragazza di colore incatenata - palese allusione allo sfruttamento delle donne dei paesi poveri per l'utero in affitto -. Eh sì, comparve su CH pure quella, e la disegnò Charbonnier in persona, non Adinolfi. Lo ignoravate, vero? Beh, ora dovete solidarizzare. Sennò cadete in contraddizione.) Infine, dato che di questo anniversario nessuno/a si è ricordato/a, un anno fa moriva annegato il piccolo Alan Kurdi e Charlie cosa fece? Un disegnino simpaticissimo con la seguente didascalia: "Se Alan fosse cresciuto, sarebbe diventato un palpeggiatore" (alludendo ai fatti di Colonia). In quell'occasione s'infuriò pure quell'ipocrita, analfabeta funzionale-sentimentale, incapace di guardare la trave nel proprio occhio del padre del bambino benché naturalmente gli autori precisassero che volevano soltanto ironizzare sui luoghi comuni e protestassero la loro buona fede ecc.
Ma il punto è un altro. Un messaggio, e a maggior ragione una vignetta, deve sì far riflettere, ma deve anche esser chiaro, o almeno non troppo astruso o equivoco, altrimenti sbaglia il bersaglio.


                                        Matsumoto autore  dei   fumetti di Capitan Harlock.

A meno di non voler insinuare, naturalmente, che basta se ne parli, non importa in quale modo, e il successo è assicurato. E allora sì, CH ha indovinato, infatti adesso in redazione stanno brindando, avevano i conti in rosso, così almeno hanno ottenuto un po' di ribalta.
Ah, un ultimo appunto: la Lorenzin con una campagna sbagliata ha suscitato un vespaio e ne hanno invocato le dimissioni gli stessi che ora difendono strenuamente Charlie. Eppure anche lei si è dichiarata in buona fede: come la mettiamo con la libertà d'espressione? In verità si accusano di ipocrisia gli altri per non guardare dentro di sé. E ci si sente pure scapigliati e lungimiranti.
La vignetta in questione fa schifo. Punto. Bisognava trasmettere un segnale magari forte, ma senza ambiguità. Non è accaduto, senza contare il populismo becero e antitaliano (eh sì perché bisogna pur dirlo: mancavano pizza, lupara e mandolino e il pregiudizio era completo). Tra satira e pessimo gusto c'è una bella differenza. Cercare sul vocabolario, please.

© Daniela Tuscano

20/08/16

BURKINI: ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA. SULLA PELLE DELLE DONNE di © Daniela Tuscano

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Ogni mattina ringrazio d'esser nata in quest'angolo di mondo, in cui le mie libertà sono stabilite per legge, i miei diritti garantiti, la mia umanità riconosciuta. È stato un processo impervio, doloroso, lunghissimo. Ha avuto le sue martiri, che hanno lottato e sono cadute perché le loro figlie e nipoti potessero studiare, lavorare, amare chi volevano senza temere punizioni, vendette e anatemi da parte maschile.
La civiltà d'un popolo, la sua maturità democratica, si misurano dal modo in cui vivono le donne. La storia si declina al femminile. E in periodi tormentati, come l'attuale, sono sempre le donne a rischiare di più.
Pertanto, quando troppe voci di uomini s'arrabattano per decretare il margine di libertà che ci spetta, è naturale insospettirsi. E purtroppo, spesso, è pure giusto.
In quest'agosto declinante le pagine dei principali quotidiani sono occupate dalla polemica sul cosiddetto "burkini", il costume da bagno femminile "islamicamente corretto" (simile a una muta da sub) che alcuni politici europei e italiani vorrebbero bandire in quanto sancirebbe, anche visivamente, l'inferiorità delle donne, la loro riduzione a meri corpi, oggetti del desiderio e della predazione maschile.

Data la risonanza dell'evento, sono costretta a occuparmene anch'io.
QUALI VALORI. "Il burkini contraddice i nostri valori", ha decretato il ministro francese Valls, subito imitato dalla super-attivista italiana Zanardo. Ma di quali valori stiamo parlando?
Il Sessantotto nacque in Francia, e si diffuse poi in tutto l'Occidente, all'insegna (anche) della nudità, anzi, del denudamento - non solo femminile - dall'ipocrisia e dal clericalismo fascista/patriarcale. Ricerca, utopistica e immatura ma non meno significativa, d'una innocenza perduta. Ben più sconvolgente in un'Italia in cui il voto femminile aveva poco più di vent'anni, che ancora non conosceva il divorzio e dove vigevano lo ius corrigendi, il delitto d'onore, le donne in gramaglie (poco dopo la mia nascita mia madre, in vacanza in Calabria, si ritrovò al centro di chiacchiere malevole per aver indossato un pur castigatissimo "due pezzi" dagli slip ascellari).
Non soltanto Sud, comunque: la Chiesa stigmatizzava le spalle scoperte delle ragazze e le suore del collegio m'imponevano la veletta che indossavo peraltro con orgoglio, trovandola un accessorio elegante e un segno di distinzione.
Un paese, l'Italia, dove il venerdì santo la TV non trasmetteva Carosello per rispetto ai dettami religiosi. Il '68 lo sovvertì.
Il consumismo tuttavia, "nuovo fascismo" come lo definì acutamente Pasolini, s'appropriò molto presto delle istanze libertarie mutandone la natura, banalizzando e mercificando quel sesso che si voleva spontanea manifestazione d'amore. I risultati non tardarono a manifestarsi: invece dell'erompere della vitalità un brusco calo del desiderio, con conseguente ricerca di piaceri sempre più trasgressivi ed eccentrici; individualismo esasperato; perdita di significato dell'intera esistenza. Seguita, dopo la fuga nei paradisi artificiali, da un invasivo richiamo all'ordine e dal riemergere d'ataviche fobie, discriminazioni, diffidenze.
DONNE ETERNE SECONDE. La libertà è fragile e ardua. La prima a venir conculcata, soprattutto quando non è entrata nel cuore, non scorre nelle vene, non è, insomma, divenuta una seconda, irrinunciabile natura. E che la donna sia una diversa e complementare declinazione di un'unica umanità non è un dato acquisito nemmeno a queste latitudini.
Le donne non compaiono nei testi scolastici, rafforzando l'idea della loro insignificanza. Ad esse è interdetta l'ordinazione sacerdotale.
Il numero di violenze e assassini di donne è poi aumentato in maniera esponenziale nei paesi europei e i responsabili sono in larghissima parte maschi occidentali non islamici (l'unico a denunciarlo con forza, operando un paragone ardito ma efficace tra Isis e femminicidio, è stato il Papa). Le pene loro inflitte sono estremamente lievi, la riprovazione sociale molto debole; spesso, anzi, si colpevolizzano le vittime. I centri antiviolenza chiudono per mancanza di sovvenzioni statali.
I media giustificano quasi sempre gli aggressori e la pubblicità giunge a esaltare la reificazione, lo stupro e finanche l'uccisione di donne come tratto distintivo del maschio "vero". Risale allo scorso mese la pubblicità d'un paio di scarpe che ritraeva una modella riversa a terra, i calzoni calati e i capelli scomposti, senza volto, palese icona d'una violenza conclusa nel peggiore dei modi. Diffusa a ridosso della barbara esecuzione di due donne, è stata poi ritirata per le vigorose proteste degli internauti.
La maggioranza della popolazione maschile non ha dimostrato alcuna solidarietà nei confronti delle aggredite, né ha sentito il dovere di scendere in piazza scandendo "not in my name" come esigiamo lo facciano i musulmani verso il Daesh.
Anche la politica - la destra neofascista e populista, ma non solo - è rimasta indifferente di fronte a queste odiose violazioni dei diritti umani fondamentali. In alcuni casi le ha anzi tacitamente approvate (molti esponenti c.d. "pro-family" definiscono il femminicidio "una strage inesistente" e addirittura "ideologica"!).
Sono gli stessi che si oppongono fieramente a qualsivoglia integrazione dei musulmani, confinandoli in ghetti, vietando loro la costruzione di luoghi di culto in accordo con lo Stato laico e democratico, ritenendoli potenziali terroristi o cavernicoli senza rimedio.
LE VERITÀ MULTIFORMI. E sono proprio loro a strillare contro il burkini. L'Italia allegramente prosseneta, quella delle cene eleganti, si è scoperta all'improvviso turiferaria dei diritti femminili minacciati dall'insopportabile costume (scarsamente diffuso, poi: al mare, dove mi trovo, non ne ho mai visto mezzo...).
Una donna in topless è necessariamente più emancipata di una col burkini? Sì, forse. Anche. Dipende. In realtà il nudo declinato secondo le esigenze del mercato (che è potere, e quindi maschio) non dimostra apertura e disinibizione ma schiavitù non molto diversa dal velo integrale.
Il burkini simboleggia la sottomissione femminile? Sì, forse. Anche. Dipende. Perché prima bisognerebbe domandarlo alle dirette interessate. Come mai nessuno ci ha pensato? Non sarà che pure i laici ed evoluti occidentali giudicano le musulmane talmente arretrate da non avere nemmeno un'opinione in proposito?
Il burkini è imposto dai maschi? Sì, forse. Anche. Dipende. Vietarlo in Tunisia, come avviene, è probabilmente giusto data la situazione di quel paese. Perseguire gli imam barbuti che in nome d'una democrazia altrimenti esecrata vorrebbero imporre un arcaico sessismo (ivi compreso il "diritto" alla poligamia) è doveroso sempre e ovunque. Ma il costume è solo un oggetto: sta a noi - a noi donne, intendo - conferirgli significato. Alcune lo indossano senza costrizione, proprio come il velo, portato perfino da numerose femministe. Altre vestono all'occidentale, sia al mare sia fuori. Il nodo sta tutto qui: nella libertà, consapevole, matura, piena, rispettosa delle scelte differenti. Per altre, ancora, quella specie di scafandro rappresenta l'unica occasione di godersi il mare. Di venire a contatto con culture diverse, donne di opposta, ma non per questo inconciliabile, sensibilità. Negar loro questo primo, timido affacciarsi alla multiformità delle vite contraddice quei valori di tolleranza di cui andiamo giustamente fieri.
L'ENNESIMA MENZOGNA. La voce più acuta è quella dell'asino, avvertiva il profeta Maometto. Mi permetto di contraddirlo: almeno in un simile frangente, a gridare più forte sono le volpi. Perché la surreale polemica sul burkini permette di oscurare i veri scandali. L'opinione pubblica mondiale, secondo la narrazione mediatica, è rimasta traumatizzata dall'immagine del piccolo Omran scampato alle bombe, coperto di calce e sangue, il terrore esanime negli occhi, derubato fin delle lacrime.
Falso. Omran sbiadirà dai nostri cuori esattamente come Alan Kurdi, Hudea e tanti altri. Non è lecito alcuno shock, poiché la guerra in Siria si protrae da sei anni e di Omran se ne sono visti moltissimi, anche più piccoli e, se mi si passa il termine, meno fortunati di lui. La scorsa settimana è andato in fiamme un ospedale pediatrico (uno dei tanti) e dieci neonati sono morti carbonizzati. In Yemen scuole e nosocomi si sbriciolano come sabbia sotto i bombardamenti, annientando intere generazioni di bambini, donne e uomini; e gli aiuti umanitari sono bloccati. Li abbiamo visti, certo: ma non sui quotidiani, non nei Tg. Questi ultimi erano focalizzati sul burkini. Li conosciamo grazie all'abnegazione di volontari, reporter coraggiosi e indipendenti e firme ignorate dalla grande stampa. Forse perché non conviene far sapere che gli ordigni esplosi in Yemen dai sauditi (nostri alleati notoriamente rispettosi dei diritti femminili...) sono di fabbricazione italiana, così come quelli che hanno devastato Aleppo e l'Iraq. Forse perché è meglio tacere del fatturato dell'industria bellica nazionale, triplicato nel corso dell'ultimo anno; ed è facile intuirne le ragioni. Decisamente più astuto, volpino appunto, occuparsi dei centimetri di pelle femminile, evocando astratti principi, mentre i diritti autentici crollano sotto il peso dell'ennesima menzogna.

© Daniela Tuscano

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