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20/12/14

meglio parlare di mafia ed antimafia fino a creare assuefazione che lasciare che prosperi in silenzio \ Il caso di maria Stefanelli la prima testimone di di 'andrangheta al nord e il suo rqpporto con i giudici

Lo   so che  v'annoierete   nel  leggere  storie  di mafie a  cosi breve distanza     ( vedere il precedente post  :  " la  storia  della  giornalista  Ester   "  di qualche  giorno fa  )   , ma come ho  già detto   nel titolo meglio un assuefazione   che  il silenzio   , o peggio   se  ne parli male  o  a  ....   come evidenzia lo stesso  Saviano


Roberto Saviano.15 dicembre alle ore 12.12

In questi giorni, dopo l'inchiesta “Mafia Capitale”, sono diventati tutti conoscitori di mafia. Ne scrivo qui: bit.ly/LaMafiaDiSempre
Non ho mai temuto i professionisti dell'antimafia, ma i dilettanti sì, e ho sentito affermazioni talmente assurde che mi viene da pensare che chi le ha pronunciate non solo non conosce il fenomeno criminale, ma forse nemmeno il Paese. D'improvviso sembra stupirsi che le organizzazioni mafiose agiscano con alleanze imprenditoriali e politiche. Ma in quale Paese ha vissuto sino ad ora? (....) 


Ma  soprattutto per  far  si che storie  come questa   non siano  casi isolati  c' cioè   : <<(...) Storia diversa per gente normale \storia comune per gente speciale  (...) >> (  per citare una famosa   canzone poesia  de  andreiana    ) e che   non diventino   solo  : <<  storie che restano sepolte nei faldoni delle procure, dimenticate negli archivi dei giornali, ma ancora vive e sanguinanti nell’animo di chi le ha vissute>>  e  condivise  e  da esempio  a   chi vuole uscirtne  o  cis ta  cadendo   . Ma  soprattutto  non ci  cada 

Ecco la  sua storia 

da  narco mafie    piu' precisamente  qui 

E’ una di queste la vita di Maria Stefanelli, classe 1965, testimone di giustizia contro la ‘ndrangheta in Piemonte dal 1998, costretta tutt’oggi a vivere sotto protezione per la ferocia della famiglia dei Marando che di lei, invece, non si è dimenticata.
Una vita spezzata dalle assurde regole dell’organizzazione, dalla rigidità dei protocolli dell’onorata società, dalla violenza del vivere mafioso. Vita raccontata, in ore di dolorosa deposizione, proprio in questi giorni a Torino nell’ambito del processo Minotauro scaturito dall’operazione che l’8 giugno del 2011, sotto il coordinamento della procura di Torino guidata da Gian Carlo Caselli, ha sgominato 9 locali di ‘ndrangheta nel capoluogo e in provincia.
Non piace che racconti, Maria. In alcuni momenti della deposizione, gli imputati dietro le sbarre si innervosiscono e il giudice Paola Trovati è costretta a richiamarli al silenzio. Un avvocato si lamenta con i giornali: “La Stefanelli non ha più nessun contatto con le persone di cui parla dal 1998, perché chiamarla a testimoniare in un processo le cui indagini sono state condotte dal 2007?”.
Le ragioni, invece, ci sono eccome. Foss’anche per portare davanti alla corte una testimonianza che faccia capire che cos’è e come opera la ‘ndrangheta, visto che troppi processi nelle regioni settentrionali stanno registrando preoccupanti assoluzioni da parte di una magistratura giudicante che, dopo sessant’anni di mafie al nord, appare ancora titubante di fronte alla natura delle organizzazioni criminali di stampo mafioso. Ma quello che racconta Maria riguarda invece da vicino la storia di molti di coloro che si trovano imputati nel maxiprocesso. E la sentenza sull’omicidio di suo fratello e del suo patrigno, per cui nel 2000 sono stati condannati Domenico Marando e Giuseppe Leuzzi, è agli atti del dibattimento in corso.
Maria Stefanelli è la sorella di Antonino Stefanelli, e figliastra dell’omonimo Antonio, i due esponenti della cosca ‘ndranghetista di Varazze (Sv) che con Francesco Mancuso il 1° giugno 1997 caddero in una trappola a Volpiano (To) a casa di Domenico Marando, che voleva vendicare la morte del fratello Francesco avvenuta nel 1996 di cui i tre erano supposti responsabili: l’ipotesi è che non avrebbero saldato con lui un debito per una partita di droga e, consapevoli dei rischi che quella mancanza comportava, lo avrebbero preceduto nell’eliminarlo. Si salvò, quella sera, solo Roberto Romeo, rimasto di guardia, che sull’alta scalinata di un noto centro commerciale dell’hinterland torinese raccontò alla stessa Stefanelli le dinamiche della scomparsa. Romeo nel 1998 sarebbe poi caduto a Rivalta (To) in un’imboscata di Antonio Spagnolo, con la collaborazione di Rocco Varacalli, uomo di fiducia dei Marando, con un ruolo chiave nell’attuale processo dell’aula bunker delle Vallette perché è stato proprio il suo pentimento nel 2006 a togliere il coperchio sugli affari delle cosche in Piemonte e a rendere così possibile l’operazione Minotauro.
Ma, soprattutto, Maria Stefanelli è la moglie di quel Francesco Marando vendicato nell’agguato di Volpiano, ucciso nel 1996.­ Il cadavere carbonizzato fu ritrovato nei boschi di Chianocco (To).
Della morte del marito Maria venne a sapere dal telegiornale: “E’ stato ritrovato il corpo carbonizzato di un uomo di origine marocchina. Portava al dito una fede nuziale con inciso “Maria 9 giugno 1990””. La donna, all’epoca trentunenne e con una bambina piccola, si stupì della coincidenza con il nome e la data delle sue nozze, ma solo quando alla porta si presentò la lunga processione per le condoglianze capì che l’anello era il suo.
“Mi crollò il mondo addosso, ma non posso negare che quella notizia fu per me una liberazione”.
Quando Maria Stefanelli pronuncia queste parole, chi il 16 gennaio 2013 era in aula comprende le ragioni dello sfogo di cui la donna sente ancora di doversi giustificare, perché ha già ascoltato la sua storia, che il pubblico ministero Monica Abbatecola le aveva chiesto di raccontare. Maria Stefanelli parla del fidanzamento combinato dalle famiglie, a cui lei aveva ceduto per la necessità di lasciare la casa materna (fidanzamento avvenuto al carcere delle Vallette, dove Francesco Marando si trovava recluso, e matrimonio in Comune a Torino, con il promesso sposo che arriva in blindato e firma gli atti con le manette ai polsi); della vita da reclusa a cui suocera e cognati la costringono, in un appartamento senza acqua, luce e riscaldamento, il cibo contato, uniche uscite ­- sempre sotto sorveglianza – le visite quotidiane al marito e la spesa per la necessità della famiglia da cui era trattata come una serva; dei pizzini che deve portare fuori dal carcere per la prosecuzione dei traffici dei Marando; delle riunioni al giardino dei Perre (un’altra famiglia affiliata) a Volpiano, dove ha assistito a riunioni di affari e a ingressi nell’“onorata società” suggellati da brindisi e grandi mangiate, da cui le donne erano escluse, buone solo per servire al tavolo. Racconta della paura quotidiana, delle corse dagli avvocati per trovare il modo di fare uscire dal carcere il marito, dell’organizzazione della rocambolesca fuga dall’ospedale psichiatrico di Genova dove Francesco Marando riuscì a farsi ricoverare fingendosi depresso.
Da quella fuga l’inizio della latitanza, il periodo più duro per lei, costretta a trasferirsi a Platì (Rc), in una casa in cui subiva continue incursioni nel cuore della notte da parte delle teste di cuoio, che entravano sfondando porte e finestre che lei aveva smesso di riparare, tanto nessuno a Platì l’avrebbe mai toccata, lei, moglie del super ricercato Francesco Marando. Che infatti si trovava ospite a poca distanza, e con cui riusciva ad avere fugaci incontri, prelevata dagli uomini che ne supportavano la latitanza, che la conducevano nelle case in cui si nascondeva, o nei bunker nel bosco, in cui lui era “attrezzato e armato di tutto punto tanto da sembrare Rambo. A volte sentivamo i cani e i passi di chi lo cercava proprio sopra le nostre teste. Ma io non ero complice, non potevo che fare così, mi avrebbero ammazzata”.
L’ultima volta che lo vede è il 6 aprile 1996, compleanno di Marando: erano stati insieme nascosti una settimana, e proprio quell’ultimo giorno lui l’aveva massacrata di botte, perché dovendo andare a portare le condoglianze per una morte si era permessa di lasciare la bambina a una vicina di casa anziché alla suocera. Botte da sanguinare, senza potersi curare da nessuna parte. Lei, che doveva anche sopportare che lui avesse un’amante.
Dopo la morte di Francesco Marando, Maria Stefanelli torna a casa dalla sua famiglia, a Varazze, in Liguria. Sola con la sua bambina, piena di debiti lasciatigli dal marito che trafficava droga per centinaia di milioni di lire. Non un soldo, costretta a lavorare nei cantieri edili per tirare avanti: “Ma volevo che mia figlia crescesse con dignità”.
L’anno dopo avviene l’omicidio di suo fratello Antonino e dello zio Antonio Stefanelli, fratello del padre morto di infarto con cui la madre si era risposata in seconde nozze.
Poi l’incontro con Roberto Romeo, che le rivela i retroscena del delitto.
Lei, intanto, continua a subire le pressioni della famiglia acquisita: “Vogliamo vedere la bambina, è nostro diritto. Devi scendere in Calabria per la messa di ricordo di tuo marito”.
Quando viene a sapere che anche Romeo è stato ucciso, si decide per la scelta più difficile. Lo dice ancora piangendo: “Ho fatto la scelta della mia vita, quella più giusta, anche se ho perso tutto, la mia famiglia che mi ha chiamata infame, mia madre che ho potuto rivedere solo quando era già morta in una cella di frigorifero. Ho scelto di dire quello che sapevo, perché altrimenti sarei stata assassina anch’io”. Preparerà di corsa una valigia con poche cose lasciandosi tutto alle spalle. Il giudice Marcello Tatangelo raccoglierà la sua testimonianza.
Ma la sua storia non è ancora finita: “Loro mi danno la caccia tuttora. Coi Marando non si scherza”.


 

Essa     ha deciso di  parlare     e rompere il muro di silenzio    ed  è spiegato benissimo in quest'altri due   articoli

 il  primo preso  da   http://www.ioacquaesapone.it/canale.php?id=39

Maria Stefanelli: la prima testimone di ’ndrangheta al nord

Il coraggio di dire no, di denunciare i familiari, di inseguire il sogno di una vita normale

Ven 28 Nov 2014 | di Angela Iantosca


Ha deciso di parlare, perché denunciare nelle aule di tribunale non è sufficiente. Ha deciso che la sua storia la doveva mettere nero su bianco, far sapere a tutti ciò che accade e continua ad accadere. E lo doveva fare soprattutto per lei, sua figlia, per la quale un giorno ha voluto lasciare il suo passato e avventurarsi in un nuovo futuro, fatto di speranza e amore.
Maria Stefanelli è la prima testimone di ’ndrangheta del Nord Italia, una donna nata e cresciuta in una famiglia di ’ndrangheta e poi diventata moglie di un uomo di ’ndrangheta. Una vita segnata, fatta di violenze, abbrutimento, illegalità, dalla quale ha trovato il coraggio di fuggire.
La incontro a Milano, in un luogo che abbiamo concordato la sera prima. So che lei arriverà in auto da una località che ignoro. So solo che ha viaggiato a lungo. Eppure la gioia di essere lì e di trascorrere una giornata diversa non le fa sentire minimamente la stanchezza.
Ci fermiamo in un bar a chiacchierare. Con noi Manuela Mareso, la giornalista che l’ha aiutata nella stesura del libro “Loro mi cercano ancora”, nel quale racconta la sua storia. 
«Sono nata in Calabria, ad Oppido Mamertina, il paese che tutti conoscono per gli inchini delle statue delle Madonne davanti alle case dei boss. Lì avevamo un esercizio commerciale che un giorno, non so ancora perché, o forse sì, ci viene bruciato. È così che perdiamo tutto e quando ho 9 anni, con i miei fratelli e mia madre, vado via da lì, per ricominciare in Liguria, dove i miei fratelli “lavorano”. Non saprei dire cosa fanno, so solo che la nostra è una vita da indigenti e che da quel momento per me è cominciato l’inferno: le botte, le violenze di mio zio, l’assenza dell’amore di mia madre, la scuola che non riesco a finire, i doveri di “femmina” e quella famiglia che non comprendo, alla quale sento di non appartenere».
Cosa significa crescere in una famiglia di ’ndrangheta?
«Non ne hai consapevolezza vivendola dall’interno. Ma vedi cose, vivi situazioni, senti discorsi che un bambino non dovrebbe mai sentire. Sei obbligato a vedere cose che ti bruciano l’infanzia, sentendo il dovere poi di obbedire. Perché chi cresce in una famiglia di ’ndrangheta sa e vede tutto. Quante donne potrebbero parlare, potrebbero ribellarsi, gridare e dire basta. Le più forti siamo noi, noi donne, che dobbiamo prendere i nostri figli e denunciare. La ’ndrangheta è come un cancro, una metastasi, ti uccide, ma si può curare. Ti uccide lentamente. Ma noi donne siamo una risorsa, siamo più forti. Noi possiamo salvare i figli, salvando noi stesse e ritrovando quella infanzia che ci hanno rubato».
La tua infanzia è stata durissima. Poi è arrivato il matrimonio.
«Quando ho conosciuto Ciccio (Marando – ndr) pensavo di poter coronare il sogno del principe azzurro che ti libera dal dolore. Non sapevo di finire dalla padella alla brace. Ciccio era in affari con i miei fratelli, che per questo vollero la nostra unione. Quando ci siamo sposati, lui era in carcere: ci siamo sposati con la polizia e lui era in manette. E dal primo giorno del matrimonio ho capito che nella mia vita non sarebbe cambiato niente, anzi. Ho cominciato a fare su e giù tra le carceri. Ero solo uno strumento per i suoi porci comodi. Poi, per fortuna, sono rimasta incinta di una bambina e lì ho creduto che qualcosa cambiasse. Invece no: usava la mia gravidanza per nascondere sotto la mia pancia quello che non voleva venisse trovato dalla polizia ai posti di blocco…». 
Un incubo che diventa un inferno, quando Ciccio la picchia con tale violenza da farle perdere il secondo bambino che aspettava, al quarto mese di gravidanza.
«Non si fidava di me, mi teneva sotto controllo. E un giorno, per farmi capire chi comandava, mi ha dato una bella lezione. Mi ha portato in montagna, vicino Platì (in provincia di Reggio Calabria – ndr), dove abitavamo in quel momento, e mi ha massacrata di botte. Aspettavo un bambino. Un maschio. Quando mi ha fatto lasciare inerme davanti alla porta di casa, ho sentito qualcosa tra le gambe. Era sangue. Era mio figlio. Credo di essere morta in quel momento. La forza, da allora, me l’ha data solo la presenza di mia figlia. Da quel momento ho solo pensato che dovevo salvarla da tutto questo».
Ma per fare quei nomi, per denunciare padre, madre, fratelli, quanta forza ci vuole? Quella della disperazione. Perché Maria, come tutte le donne, lo sa che non si può parlare. Che non è permesso sottrarsi, neanche immaginare di farlo, dalla famiglia alla quale si appartiene.
«La forza ti viene quando ti aggrappi, capisci le cose, capisci che sei in pericolo. Che non è giusta quella vita. Mi sono trovata ad un bivio: o la morte o la vita. Io ho scelto la vita. E questo l’ho fatto dopo la morte di mio fratello e mio zio, quando ho dovuto prendere una decisione definitiva, anche per salvare la vita di mia figlia, per darle un futuro, una dignità. Dopo la morte di Ciccio, che per me è stata liberatoria, ho trovato il coraggio. Con la scusa di dover denunciare i soprusi del mio datore di lavoro, sono entrata dai Carabinieri. Credo che il maresciallo mi stesse aspettando. La mia famiglia e quella di Ciccio da anni riempiva le pagine dei giornali. Tutti sapevano. Dietro di noi avevamo una striscia continua di sangue. Quando mi dicono che io sarei stata la prossima, decido che è ora di cominciare a testimoniare. Era il 5 febbraio del 1998. Di fatto si trattava di scegliere se vivere o morire. Semplicemente. Da mesi ormai mi trascinavo logorata dal pensiero di essere uccisa. È così che ho cominciato a parlare. Sono diventata una teste importante all’interno di un procedimento penale che ha portato in carcere molte persone, il processo Minotauro, che si è svolto a Torino, perché la mia famiglia operava nel territorio piemontese e ligure». 
Maria ha scelto da che parte stare e ne ha pagato le conseguenze, perché da allora vive in località protetta con il timore di essere raggiunta e uccisa, ma ora, nonostante tutto è libera.
«Ho deciso di dire basta, come vorrei lo facessero tutte le donne di ’ndrangheta, che sanno, sono complici. Devono trovare la forza e farlo per i loro figli. Non è semplice vivere in un non luogo con una falsa identità. Ma ora sono libera, libera, libera di camminare senza dover sottostare ai loro ordini. E ogni giorno posso scegliere in che direzione andare».   

il secondo preso   sempre  dal sito   da   narcomafie
di Manuela Mareso 2 lug 2013 

Io, tradita dai giudici


Quindici anni di solitudine. Di fuga, di isolamento. Per lei e sua figlia. Nessun contatto con la famiglia, nessun amico. Per loro ormai è un’“infame”, e l’hanno cancellata dalle loro vite. Nessuno a cui poter raccontare il suo passato. Un nuovo nome, una nuova identità. È la storia di Maria Stefanelli, testimone di giustizia contro la ‘ndrangheta dal 1998, dopo una vita di violenze e brutalità. Una voce che fuori dai tribunali nessuno ha mai sentito, e oggi, per la prima volta, decide di spezzare il silenzio. Il motivo è la decisione dei giudici di Torino – chiamati a emettere il verdetto di primo grado nel maxi processo sulla ‘ndrangheta in Piemonte ora alle battute finali – di revocare l’ordinanza di custodia cautelare per Rosario Marando, elemento di spicco della famiglia di Platì (Rc) che da 30 anni comanda a Volpiano, nell’hinterland torinese. “Sono molto preoccupata per l’incolumità della mia cliente”, dice l’avvocato Cosima Marocco. “Rosario Marando ha più volte espresso un fortissimo livore nei suoi confronti, sia al processo Minotauro, dove è imputato per associazione mafiosa, sia al processo Stefanelli, in cui è accusato di omicidio. Era detenuto per narcotraffico, sarebbe dovuto uscire nell’aprile del 2014, invece con un cumulo di pena è riuscito a estinguere i mesi residui e dunque ora è fuori”. Nel processo riaperto per la morte di Antonio e Antonino Stefanelli e Francesco Mancuso – per il quale nel 2000 era già stata pronunciata una condanna per il fratello Domenico Marando e per Giuseppe Leuzzi, condannati all’ergastolo –, Rosario Marando è stato protagonista di un colpo di scena: “So dove sono sepolti i tre cadaveri, ce li ho messi io”, ha affermato lo scorso aprile, interrompendo l’udienza e portando giudici, pm e avvocati nel boschi della Vauda, a Volpiano. Ad oggi le ricerche non hanno portato risultati.
Signora Stefanelli, come ha reagito alla notizia della liberazione di Marando?
Sono terrorizzata. Non dormo e non mangio da giorni, sono ripiombata nell’incubo di anni fa. Rosario Marando appartiene a una famiglia potente di ‘ndrangheta, una famiglia di assassini oltre che di grandi trafficanti di droga. E lo so perché sono sua cognata. Ne ho sposato il fratello, il boss Francesco Marando, di cui sono rimasta vedova nel 1996, quando è stato ammazzato e bruciato nei boschi di Chianocco (To) dai miei familiari, con cui era finita l’intesa negli affari. Il nostro era stato un matrimonio combinato, come avviene nelle famiglie mafiose calabresi. Non ho mai pensato che i Marando dal carcere si fossero dimenticati di me, ma ora mi preoccupa il fatto che Rosario e Domenico si siano palesemente riavvicinati dopo la grossa rottura dovuta alla spartizione del tesoro del loro mitico – in ambienti criminali – fratello Pasqualino. Dalle sue deposizioni ai processi Rosario ha lanciato palesi messaggi, l’ultimo interrogatorio con il pm Roberto Sparagna sembrava un duello. Bisogna interpretarlo il linguaggio della ‘ndrangheta. Sapere che i fratelli Marando sono tornati in sintonia per me è una notizia angosciante. Eppure non è neanche questa la cosa che mi deprime maggiormente.
Che cosa allora?
Ancor più del fatto che sia libero, mi inquietano le motivazioni addotte. Suonano chiaramente come un’anticipazione di una sentenza di assoluzione, e temo non solo per Rosario. Si trattasse di un processo a Reggio Calabria penserei male. Siamo a Torino, voglio credere che semplicemente le tre giudici non sappiano che cos’è la ‘ndrangheta. Mi sembra che non colgano la caratura criminale di questi imputati, che li considerino solo dei bifolchi, dei cafoni, non delle menti più evolute come la guida di un’associazione di stampo mafioso impone. Del resto è un atteggiamento ricorrente nella magistratura giudicante di molti processi al nord. La mia era una sensazione maturata seguendo le udienze a distanza, e questo provvedimento sembra darmi ragione.
Perché è così severa nel suo giudizio?
In quella revoca si mettono in discussione le dichiarazioni mie, di Rocco Marando – il fratello pentito – e di Rocco Varacalli, il collaboratore che ha fatto scoppiare Minotauro. Il punto è questo: io, forse ingenuamente, ho sempre detto la verità. E la verità è che nessuno di loro, non Rosario e neanche mio marito, mi ha mai confessato “sono un affiliato”. Ma io ho assistito a molti rituali, ai “battesimi”, ai brindisi per i nuovi membri. Certo, non ho assistito a quelli dei Marando, anche perché loro erano già dentro l’organizzazione quando sono entrata nella famiglia. E sulla contestazione che non me ne abbiano mai fatto esplicito cenno, bisogna chiarire che nella ‘ndrangheta non funziona così, dell’appartenenza non si parla apertamente, figuriamoci alle donne poi, che sono bistrattate, sottomesse, umiliate, picchiate. Moltissime vanno avanti a psicofarmaci, per sopportare la morte di figli e mariti, o anche solo la prigionia in cui di fatto vivono. Io ero costretta a portare i pizzini fuori dal carcere per conto di mio marito, raggiungerlo nei suoi bunker sull’Aspromonte mentre era latitante. Perché ero la moglie di un mafioso. Se un giudice non capisce questo, non può capire la ‘ndrangheta.
Lei ha scelto di abbandonare quel mondo.
Sì, e l’ho pagato caro. Ma da quel momento nella giustizia ho sempre creduto, per questo quando mi hanno richiamata per i processi Stefanelli e Minotauro, dopo anni in cui mi ero rifatta una vita, benché misera come può essere quella di una fuggiasca sotto protezione, non ho avuto dubbi sull’accettare di testimoniare. E mi sono seduta su quella sedia da cui le giudici hanno visto uomini tremare di paura, imprenditori vessati sconfessare quello che avevano denunciato, addirittura persone rinnegare la propria identità e dire: “Non sono io, è un caso di omonimia”. Si è visto di tutto in quel processo. Purtroppo capita spesso che i giudici dei tribunali del nord sottovalutino la pericolosità e il livello di infiltrazione della ‘ndrangheta nel tessuto sociale ed economico, vanificando il lavoro dei magistrati inquirenti.
Che cosa pensa di fare ora?
Non lo so. Volevo essere dimenticata e dimenticare tutto. E’ stato impossibile. Quello che ho detto nelle aule di tribunale, e che già mi sembrava molto, è un centesimo di quello che ho vissuto. Capisco solo ora come una mancanza di conoscenza delle dinamiche dell’organizzazione possa influenzare le decisioni giudiziarie. Forse è il momento di raccontare come vive una donna di ‘ndrangheta e pubblicare il libro sulla mia vita che da tempo penso di scrivere. Lea Garofalo, Maria Concetta Cacciola e tante altre donne uccise per aver parlato non hanno fatto in tempo. Lo devo anche a loro.

  Ma  sopratutto lo  ha  fatto    con  questo libro


 

 Titolo    Loro mi cercano ancora. Il coraggio di dire no alla 'ndrangheta e il prezzo che ho dovuto pagare
Autore    Stefanelli Maria; Mareso Manuela
Prezzo Sconto -15%     € 14,45
(Prezzo di copertina € 17,00)
Dati    2014, 204 p., brossura
Editore    Mondadori  (collana Strade blu. Non Fiction)
     Disponibile in eBook a € 9,99

  scheda presa  da  su http://www.ibs.it

Loro mi cercano ancora” è il libro scritto da Maria Stefanelli, con Manuela Mareso, direttore di “Narcomafie”. Pubblicato da Mondadori a settembre, racconta la storia della prima donna testimone di giustizia contro la ’ndrangheta al Nord. Originaria di Oppido Mamertina (Rc), Maria Stefanelli all’età di 9 anni emigra in condizioni di povertà drammatiche dalla Calabria alla Liguria, dove la sua famiglia controllerà il narcotraffico e sarà protagonista di illeciti di varia natura. Morto il padre, la madre si risposa con il fratello di questi, Antonino, zio dal quale verrà abusata sessualmente. Conosce e sposa Francesco Marando, del quale crede di innamorarsi per liberarsi dalla sua famiglia, ma al fianco di quest’uomo condurrà una vita infernale. Quando Ciccio viene ucciso, braccata dai Marando, che ritengono gli Stefanelli autori dell’omicidio del loro familiare, decide di denunciare, cominciando una vita sotto protezione.Ancora oggi vive nella paura e nella solitudine a cui la vita sotto protezione la costringe.

14/07/14

E per news come queste che la mafia , anzi le mafie , continueranno ad esistere . il parroco di oppido mamertina che si schiera con i portatori dell'inchino e la solitudine di Tibero Bentivoglio che denuncia chi paga il pizzo




E  per  news   come queste   che   la mafia , anzi le mafie  ,  continueranno ad esistere   
la prima  è  la risposta  del parroco di oppido  mamertina   dopo le denunce  dei portatori   della processione  
da http://apocalisselaica.net/
L'INCHINO AL BOSS? SARÒ AL FIANCO DEI DENUNCIATI
.La processione di Oppido Mamertina

(©LaPresse) La processione di Oppido Mamertina
Gaetano MazzuccaOppido Mamertina (Reggio Calabria)
Presidente di una cooperativa sociale che lavora i campi confiscati e prete pronto a schierarsi con i portatori della Madonna che rischiano un’accusa di associazione mafiosa. È la doppia veste di don Benedetto Rustico il parroco di Oppido Mamertina finito al centro del caso dell’inchino al boss del paese.
La statua della Madonna.


 è  questa sarebbe antimafia  ?  Infatti  . Il parroco  di una chiesa a Oppido Mamertina (RC), dopo lo scandalo dell'inchino della statua della Madonna di fronte alla casa del boss locale, accortosi che una troupe de Il Fatto Quotidiano stava riprendendo la chiesa durante la messa, ha "autorizzato" i fedeli a "prendere a schiaffi" i giornalisti. E i fedeli hanno eseguito. Poi ci si chiede da dove derivi una certa mentalità che fa prosperare la mafia

la seconda  invece è  quella  di  Tiberio Bentivoglio da http://www.ilfattoquotidiano.it/





  ultimi aggiornamenti 




Mafia: la solitudine di Tiberio, imprenditore che osò resistere al pizzo

di Nando dalla Chiesa | 13 luglio 2014.
E chi se ne frega se ne ho già parlato. Tiberio Bentivoglio: la sua storia la trovate sul Fatto Quotidiano del 17 febbraio 2013. Avevamo raccontato di questo imprenditore dalla schiena diritta, che ha scelto di resistere al pizzo e poi alle bombe della ‘ndrangheta nel quartiere Condera di Reggio Calabria. Che ha camminato con coraggio tra incendi, attentati, denunce, processi amari, solitudini, burocrazie kafkiane. Che è uscito vivo per miracolo da un tentativo di omicidio, salvato dal marsupio e con una gamba trapassata da un proiettile.
Tiberio Bentivoglio. Ho ritrovato pochi giorni fa il suo nome in poche righe messe da lui in Rete. Vivo una lenta agonia, ha scritto, forse sarebbe stato meglio se mi avessero ucciso quella volta. Che succede, Tiberio?.“Che succede… C’è che sono solo, disperatamente solo. Solo nel quartiere in cui sono nato e cresciuto, dove nessuno mi saluta più, nessuno entra in questo negozio di articoli
sanitari e corredini per bambini. Il negozio è deserto. E il bello è che qualche avvocato dei loro dice nei processi che l’ho fatto per guadagnarci, che ho inventato tutto per soldini. Eccoli qui i miei soldini. Diffamato e rinnegato nella mia terra. La mia casa è ipotecata perché non ho potuto pagare i contributi dei dipendenti, se no dovevo licenziarli. Non posso usarla nemmeno per chiedere un mutuo. A dicembre dovrò lasciare anche il negozio, non ce la faccio più a pagare l’affitto. Io gliel’ho detto al direttore di banca. Ma così fate il gioco della mafia. Lui ha risposto che non ci sono altre possibilità, però non ha neppure provato a cercare alternative. Sono stato chiamato come teste chiave in un processo che si concluderà, pare, martedì prossimo. Avrei dovuto esserci come parte lesa. Almeno avrei potuto costituirmi parte civile, avere un avvocato che mi difendesse dalle diffamazioni.                                                                                                 Ricevo ancora intimidazioni. Mi hanno alzato il livello della tutela, vivo sotto la protezione dei carabinieri. Il giovedì di Pasqua ho trovato un sacchetto appeso al cancello di casa. C’era dentro una salsiccia con un biglietto: ‘Farai la stessa fine’. Allora tutti sono venuti a trovarmi. Poi mi sono ritrovato di nuovo solo con i miei incubi. Mi guardo indietro e mi chiedo a che cosa è servito quello che ho fatto. Quando ho deciso di ribellarmi ero orgoglioso, mi sentivo un soldato. Ora mi sento un verme. Mia moglie e i miei figli ogni tanto piangono e mi sembra di sentirli: perché l’hai fatto?             Mi hanno convocato alla commissione anti-‘ndrangheta della Regione. Si sono commossi al mio racconto, poi però non è successo niente. Sono andato anche al V comitato della Commissione parlamentare antimafia, quello sui testimoni di giustizia , invitato dal coordinatore, Davide Mattiello. Mi sono detto ‘questa è la volta che cambia tutto’. E invece ho trovato ad ascoltarmi, oltre a Mattiello, solo una senatrice, Elisa Bulgarelli dei 5Stelle. Da Reggio Calabria a Roma per una sola persona. Ogni tanto penso alla mia casa ipotecata. Secondo lei chi se la comprerà? Io dico che quando sarà messa all’asta se la comprerà un mafioso. Qui a Reggio è così, basta andare a vedere le aste dove liquidano i beni degli imprenditori onesti stroncati dalla crisi. Sono i mafiosi con i loro prestanome che comprano tutto. E allora mi dico che abbiamo fatto tanti sforzi per confiscare i beni dei mafiosi e ridarli alla collettività, però i beni di chi denuncia la mafia se li prendono i mafiosi. 

Intanto si fanno i convegni. Un giorno un magistrato mi ha detto ‘Io e lei conosciamo la mafia allo stesso modo’. Io gli ho risposto: ‘Dottore, mi perdoni, la conosciamo in modo diverso. Lei l’ha conosciuta in manette, io quando mi entravano in negozio il pomeriggio e la sera me lo facevano saltare’. Lui ha capito e mi ha detto ‘Mi scusi’.                                                                                                     Chiedo aiuto dappertutto. Il procuratore Cafiero de Raho sta cercando di darmelo. Sa, qui con i magistrati è difficile. A Reggio arrivano da fuori per fare punteggio, specie dal nord. Vengono un paio d’anni e vanno via. E io ogni volta mi ritrovo a ripetere a giovani magistrati sempre le stesse cose senza che nulla cambi. L’altro giorno l’ho detto al prefetto. Io, se non succede niente, a settembre vado a Roma e mi incateno. Lo so che mi vergognerò. Ma vede, io non ho perso la mia dignità con la ‘ndrangheta, l’ho persa con lo Stato. Qui lo Stato non esiste. Meglio: lo Stato che c’è qui è troppo piccolo. Troppo pochi quelli che lo rappresentano davvero.                                                   Sì, ho avuto anche le mie vittorie. Minuscole ma importanti. Il parroco che io ho denunciato mi ha trascinato per calunnia fino in Cassazione. E ha perso. E ha dovuto pagare le spese processuali. Ma non lo sa nessuno. Qui nella mia terra io sono uno che perderà il negozio e la casa, costretto a vivere come un prigioniero. Uno a cui in anni e anni, 16 ormai dal primo incendio, nessuno ha saputotrovare una legge, un provvedimento che dicesse a tutti ‘lui per noi è un esempio da difendere’. Gliel’ho detto in Commissione antimafia. Noi siamo i feriti che eravamo in trincea. Curateci e rimandateci lì, fateci diventare contagiosi. Altrimenti questo male non si sconfiggerà mai”.



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