20/07/17

bene e male si mescolano, Le 22 mila persone obbligate a pulire bagni dai Termini di servizio di un wifi,vivere in strada , papagallo fa condannare un assasino , lavorare con la fantasia e con la letteratura ,


da http://palermo.repubblica.it/cronaca/  20 luglio 2017

giuseppe   lo  porto 

Il commento, due città costrette a convivere tra loro
La storia dei fratelli Lo Porto come metafora delle due facce di una stessa realtà nella quale bene e male si mescolano

 di ENRICO DEL MERCATO


Ci sono due fratelli, in uno dei quartieri più difficili di Palermo: uno fa il cooperante gira per il mondo - anzi per le zone più pericolose del mondo - per aiutare i negletti della Terra e nel suo quartiere, che spesso è più pericoloso delle zone in cui infuria la guerra, non ci torna quasi mai al punto che muore lontanissimo da casa ucciso da un aereo teleguidato a centinaia di chilometri di distanza; l’altro fratello, invece, nel quartiere ci sta e ci fa i suoi affari che- hanno scoperto gli inquirenti- sono quelli della mafia. Ecco, da Brancaccio dove si consuma la storia dei Lo Porto fratelli diversi, arriva l’ultima, inevitabile, metafora di Palermo.
Giovanni Lo Porto Twitter © ANSA
giovanni lo  porto 
Quella che era la città del grigio, dove il bene e il male, il buono e il cattivo si mescolavano risultando spesso indistinguibili, sembra essere diventata la città del bianco o nero. Del bene e del male che pur stando vicinissimi tra loro, riescono a restare distinti. Come nel caso dei fratelli Lo Porto (il “fratello buono” va via da casa e riduce al minimo i contatti con la famiglia e con il quartiere) e come nello stridere di quanto accaduto ieri. Nel giorno in cui si commemorava il venticinquesimo anniversario dell’assassinio di Paolo Borsellino e degli uomini della scorta centinaia di palermitani ripetevano quel rito laico (che in molti giudicano stantio ma sul quale si possono appoggiare le fondamenta di una società civile e migliore) del ricordo e della rievocazione. Centinaia di palermitani stavano in silenzio oppure rilanciavano con slogan o sui social network le parole di Palo Borsellino, ne “professavano” l’esempio. Nelle stesse ore, un’operazione di poliziaquella nella quale è stato arrestato tra gli altri proprio il fratello del cooperante di Brancaccio- svelava che una sostanziosa fetta di città continuava indifferentemente a chinarsi e baciare l’anello della prepotenza mafiosa. Pagando il pizzo e tacendo. Non osando minimamente - come invitava a fare Paolo Borsellino - “respirare quel fersco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale”.
Così come nella stessa famiglia c’erano un fratello pronto a immolare sé stesso per gli altri e uno che agli altri imponeva il tallone della prepotenza criminale, così in questa città coesistono quelli che riconoscono la mafia come sistema che conduce inevitabilmente al sottosviluppo e vi si ribellano e quelli che continuano a ritenere che con la mafia ci si possa o ci si debba convivere o fare affari.
Attenzione, però. Sarebbe facile e ovviamente sbagliato fare coincidere le sempiterne categorie del bene e del male con un mappa geografica della città sulla quale, per esempio, tracciare linee che assegnino alle periferiedove peraltro è molto più difficile darsi il coraggio antimafia senza l’aiuto delle istituzioni- i territori della connivenza e al centro quelli della resistenza. Così come sarebbe sbagliato sovrapporre quelle categorie a ceti o appartenenze politiche definite. Quello che accade all’interno del variegato mondo dell’antimafia deve fungere da segnale: industriali, politici, commercianti, giornalisti che si erano appuntati sul petto i distintivi dei “buoni” si sono poi rivelati più vicini ai “cattivi”.
Se la storia dei due fratelli diversi (e delle due città diverse) può lasciarci in dote qualcosa di utile è proprio questo: consideriamo un passo avanti la possibilità di saper leggere dentro l’indistinto grigio separando il bianco dal nero e facciamolo. Curando, però, di tenere gli occhi bene aperti



da  http://www.rivistastudio.com/




Le 22 mila persone obbligate a pulire bagni dai Termini di servizio di un wifi



Risultati immagini per cessi pubblici



Tim Berners-Lee, mediaticamente ribattezzato “il padre del web”, all’inizio dell’anno ha elencato le sue preoccupazioni principali riguardanti la rete che ha contribuito a creare: tra queste, c’erano i cosiddetti “Termini di servizio”, ossia i contratti legali tra gli utenti fruitori di un determinato servizio digitale (da Google all’app più sconosciuta) e i suoi gestori, che ultimamente sono sempre più densi di interminabili disclaimer e sotto-punti. Per dimostrare la pericolosità insita in questi strumenti a cui di norma prestiamo la nostra adesione senza un battito di ciglia, riporta Gizmodo, una società di comunicazione specializzata in servizi wifi ha inserito le condizioni più assurde, a cui poi migliaia di persone hanno inconsapevolmente detto “sì”.Purple è una compagnia basata a Manchester che gestisce hotspot wifi per diversi brand. La scorsa settimana, la società ha posto fine a un esperimento di due settimane in cui il suo “Service Agreement” aveva visto spuntare una “Community Service Clause” molto sui generis; chi la sottoscriveva era tenuto, a totale discrezione di Purple, a:

1. Pulire da rifiuti animali i parchi locali;
2. Fornire abbracci a cani e gatti randagi;
3. Rimuovere manualmente intasamenti dai sistemi fognari;
4. Pulire i bagni mobili usati a festival ed eventi locali;
5. Colorare i gusci delle lumache per illuminare le loro vite;
6. Grattare via i chewing-gum dai marciapiedi.

La notizia è che più di 22 mila persone hanno accettato a dedicarsi a un migliaio di ore di lavoro umile o completamente nonsense, e tutto per poter accedere a una linea wifi. Purple aveva anche previsto un premio speciale per chi avesse chiesto spiegazioni dell’insolito documento: l’ha vinto una persona sola. Non è chiaro, dice Gizmodo, se la società ora sarebbe davvero legalmente abilitata a richiedere i servigi di quei ventimila spazzini inconsapevoli, ma i suoi rappresentanti hanno già dichiarato che non impugneranno la loro parte dell’accordo.


da http://www.repubblica.it/esteri/2017/07/20/

Usa, donna condannata per l'omicidio del marito: la inchioda la testimonianza del pappagallo
La sentenza in Michigan: il pennuto non è comparso in tribunale, ma la ex moglie della vittima ha riferito che ripeteva "Non sparare" con la voce dell'uomo



WHITE CLOUD (Michigan) 
Usa, donna condannata per l'omicidio del marito: la inchioda la testimonianza del pappagallo
Una donna è stata condannata per l'omicidio del marito sulla base della testimonianza del pappagallo della vittima. Dopo otto ore di camera di consiglio, la giuria ha dichiarato Glenna Duram, 49 anni, colpevole di aver assassinato Martin Duram, 46 anni, sparandoli cinque colpi d'arma da fuoco. Il delitto avvenne nel maggio del 2015. Secondo l'accusa, dopo aver ucciso il marito, la donna tentò di togliersi la vita procurandosi una ferita alla testa.
Decisiva per la condanna è stata la testimonianza dell'ex moglie della vittima, Crhistina Keller, secondo la quale dopo l'omicidio il pappagallo Bud, un cenerino africano, ripeteva: "Non (parolaccia) sparare" con la voce di Martin Duram. Il pennuto, che dopo la morte del suo padrone è stato "adottato" da Keller, non è "comparso" in tribunale, anche se inizialmente
la pubblica accusa aveva accarezzato l'idea di chiamarlo a testimoniare. Non è stato necessario, anche perché pure i genitori di Duram hanno avvalorato la tesi secondo cui il pappagallo era presente al momento del delitto e ripeteva le ultime parole di Martin.


Insieme da dieci anni, coppia sceglie di vivere in strada pur di non separarsi
Pordenone: è la storia di Alex, 49 anni, e della sua compagna, di 48. Sopravvivono grazie all’aiuto di benefattori e di cittadini che portano loro da mangiare. Oggi vivono al parco Galvani



PORDENONE. Vivono in strada per amore, da un anno tra le panchine dei parchi cittadini e la stazione ferroviaria. Sempre insieme. È la storia di Alex, 49 anni, e della sua compagna, 48.
Solo lui ci ha voluto parlare. Lei ha voluto rimanere anonima. Chiedono una casa, per cercare un lavoro e riprendere in mano la loro vita.
Insieme da 10 anni, non si sono mai separati. Nemmeno i conti che Alex ha dovuto fare con la giustizia, saldati un anno fa, sono riusciti a dividere un grande amore, un sostegno reciproco.
«Io vivevo una vita splendida – ricorda –. Vivevo a Spilimbergo, lavoravo in posta, facevo l’impiegato». Poi sono subentrati i problemi con la prima moglie, i giudici e i tribunali.
Nel frattempo, una decina d’anni fa, ha conosciuto lei, che gli ha fatto battere il cuore. Italiana, faceva la badante e aveva qualche lavoretto precario.
Esattamente un anno fa è cominciato per la coppia un calvario. «Per una ventina di giorni abbiamo vissuto in albergo, grazie ad alcuni risparmi che avevo da parte – spiega Alex –. Poi questa disponibilità è venuta meno e quindi ci siamo ritrovati per strada».
Le giornate si susseguivano tra i parchi e la stazione. «Per un paio di mesi lo scorso inverno ho vissuto nell’appartamento di un africano che è dovuto tornare nel suo Paese – sostiene Alex –. Avevo pagato la mia quota d’affitto. Peccato che quell’appartamento non fosse suo e il legittimo proprietario ci ha sbattuto fuori».
Oggi vivono al parco Galvani, seconda panchina a sinistra dell’ingresso principale: è quella la loro casa. I frequentatori dell’area verde cittadina li conoscono. Sopravvivono grazie all’aiuto di benefattori e di cittadini che portano loro da mangiare.
Si sono anche informati ai servizi sociali di Pordenone. «Vogliono imporci le loro condizioni e separarci, ma noi non vogliamo allontanarci: io e la mia compagna siamo fatti per stare insieme e per sostenerci», afferma l’uomo.
In realtà, i servizi sociali vorrebbero veramente dare loro una mano, separandoli sì ma per aiutarli a superare alcuni loro problemi e creando solide fondamenta per riprendere in mano la loro vita.
Ma su questo rimangono irremovibili:
giorno dopo giorno trascorrono la giornata al parco, su quella panchina, che è diventata anche il loro giaciglio notturno, con qualche borsa dove conservare i propri abiti e la solidarietà della città per mantenere la loro dignità.

Abbiamo inventato un lavoro



Ilaria e Daniele raccontano i matrimoni
Ilaria e Daniele raccontano i matrimoni


Grazie a Ilaria Bigonzi e Daniele Massi, raccontatori di matrimoni

“Dicono che non c’è lavoro e bisogna inventarselo, non l’abbiamo inventato”. Comincia così la lettera di Ilaria Bigonzi, che fa fatica perché “anche mandare una semplice mail come questa è tosto, se hai un AMORE di due anni e mezzo che proprio in questo istante vuole che canti con lui "Occidentali's Karma" e suoni la chitarra guardando le stelle immaginarie sul soffitto, mentre dice: "mamma hai finito, mamma hai finito, mamma hai mandato questa lettera???".Un bambino piccolo, il lavoro che non c’è. Un giorno Ilaria e Daniele, entrambi appassionati di scrittura, sono diventati “raccontatori di matrimoni”. Hanno inventato un lavoro. Qui spiegano come è successo, quando, perché. Hanno creato un sito ed una pagina facebook una vetrina del lavoro che offrono. Tutto è iniziato in via Caduti sul lavoro, per ironia della sorte. Ecco Ilaria.“Vi racconto questa storia perché so che in tanti canteranno con me il ritornello. In una città balneare del centro Italia, c’è un bel fabbricato di edilizia moderna. Mattoncini crème caramel e grandi vetrate fumé. Almeno duecento dipendenti. Di che lavoro si tratta? Sul finire dell’era geologica, anni ‘90, ebbe principio il vero Big Bang del www. E là, in via dei Caduti sul lavoro, (nome quanto mai profetico) orecchiarono il business che viaggiava nell’etere. Ora fanno software per studi commerciali; smistano posta altamente sofisticata, firmano carte con un click, seguono donnemadri e pensionati per complicatissimi incartamenti burocratici. Fino ad un certo punto la genesi dell’apprendista era questa: colloquio, assunzione, rodaggio e tempo indeterminato"."Ma quando toccò a me, big bang: contratto co.co.pro. scadenza ogni 3/6 mesi, annunciata ovviamente all'ultimo momento, per un totale di sette scadenze per sette contratti (in quattro anni). Una sensazione perenne di camminare sospesi. Un'incertezza alla quale non si fa mai il callo. Emotivamente e psicologicamente una continua lotta interiore: "Speriamo almeno questa volta...". Anche se era un lavoro diverso da quello che sognavo mi dava il pane e mi permetteva fuori da quell'ufficio di scrivere racconti, poesie Haiku e iniziare romanzi"."La motivazione che con malcelato imbarazzo adoperavano era sempre la stessa: "Ci piace come lavori ma purtroppo la tua mansione verrà automatizzata". Sono passati anni e il posto che non aveva ragione di esistere, esiste eccome. I contratti probabilmente son sempre quelli, ma il volto di chi lo svolge è diverso. Non è quello di una che allo scadere dell'ultimo contratto è diventa madre, ma di un’altra a cui probabilmente capiterà la stessa cosa quando le 'lieviterà il ventre'"."Cadono i lavoratori, ma per fortuna si rialzano, e un giorno al parco arriva l'idea. Col mio compagno stavamo pensando a un regalo originale per due amici che si sarebbe sposati a breve. “Perché non gli regaliamo il racconto del loro matrimonio?”. L'abbiamo scritto davvero, abbiamo trovato un’artista che lo rilegasse e gli sposi l’hanno apprezzato così tanto che il loro entusiasmo ha posto le basi per un'attività. Da allora non siamo più solo compagni di vita, ma anche “Wedding Writers”. Raccontiamo agli sposi il loro matrimonio. E’ stato bello scoprire che dopo tutto, regalare emozioni è un gran bel lavoro”.




in cammino nonostante tutto

  consigliata  Modena City Ramblers - La Strada

siamo alle solite !! se qualcosa andrà storto \ male la colpa sarà solo mia e se andrà bene i meriti se li prenderanno gli altri . Ormai dovrei esserci abituato ma è difficile alle ingiustizie piccole e grandi che siano . Devo sbrigarmi ad imparare ed andare avanti 




rincominciare a viaggiare nella strada della vita

19/07/17

Non fecero curare la figlia malata di leucemia: «Processate i genitori»

E' vero anch'io  sono   per le cure  alternative  , ma  fin quando    esse  non sono scientificamente   provate  allora    acetto la medicina  ufficiale  .  E cosi avrei fatto al loro posto . Un'altra  soluizione  sarebbe  stata ,  ed  è  la  più comprensibile  ed  accettabile  ,  quella di proporgli   (  cosa  che mi sembra      non sia stata  fatta  )   le due  scelte e poi assecondare  le    sue scelte , non  imporgli solo una pseudo teoria . Quindi  mi chedo   se  se tua figlia\o    ti  chiede d'essere gettata dalla finestra cosa fai la getti o tenti farle cambiare idea ?

Ecco  per  chi  avesse  perso " le  puntate  precedenti  "   della storia    un  sunto




Padova. Non fecero curare la figlia poi morta di leucemia, accusati di omicidio colposoEleonora è morta di leucemia lo scorso 29 agosto. Aveva 18 anni. I genitori, Lino Bottaro e Rita Benini, seguaci del metodo Hamer, sono ora accusati di omicidio colposo per non aver curato la figlia, con l'aggravante della previsione dell'evento (a cura di Cinzia Lucchelli) 

da  http://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2017/07/19/


Non fecero curare la figlia malata di leucemia: «Processate i genitori»
Eleonora Bottaro, morì a 18 anni: mamma e papà che rifiutarono la chemio indagati per omicidio. «Ho fatto solo la volontà di mia figlia». Il giudice decide il prossimo 10 ottobre
                                                       di Carlo Bellotto

PADOVA. «Ho fatto la volontà di mia figlia». Si ferma a questo commento Lino Bottaro, il fotografo di Bagnoli di Sopra all’indomani della richiesta di rinvio a giudizio per lui e per sua moglie, Rita Benini con l’accusa di omicidio colposo con l’aggravante della previsione dell’evento. Ossia la morte della loro figlia Eleonora, studentessa di 18 anni, morta il 29 agosto scorso per una leucemia non curata con il metodo tradizionale.



 Non fecero curare la figlia poi morta di leucemia, accusati di omicidio colposoEleonora è morta di leucemia lo scorso 29 agosto. Aveva 18 anni. I genitori, Lino Bottaro e Rita Benini, seguaci del metodo Hamer, sono ora accusati di omicidio colposo per non aver curato la figlia, con l'aggravante della previsione dell'evento
Il procuratore aggiunto Valeria Sanzari punta il dito contro i genitori della ragazza per averle impedito di sottoporsi alla chemioterapia, puntando su metodi alternativi di cura: «Creando in loro figlia, una falsa rappresentazione della realtà, sul fatto che la chemioterapia sarebbe stata inutile e dannosa, nonostante tutti i medici interpellati gli avessero riferito che la ragazza sarebbe andata incontro a morte certa senza cicli di cura convenzionale».
Il magistrato chiede il processo, scrivendo che la ragazza veniva sottoposta a cure di vitamina C, rifiutando ogni altra terapia. I genitori facevano affidamento alla cura di Hamer. Ora deciderà il gip Mariella Fino il prossimo 10 ottobre se mandare a processo i genitori per omicidio colposo. Dalle indagini della procura, nonostante i primi sintomi della malattia comparsero nel dicembre 2015, la prima visita medica venne effettuata solo a febbraio del 2016. In questo periodo le uniche cure furono cortisone e agopuntura. Per la famiglia e il loro difensore la ragazza scelse di sua spontanea volontà di rifiutare la chemio e quello che si vuole ora è solo un processo politico.
A suo tempo, il Tribunale dei Minori aveva agito togliendo ai familiari la patria potestà e affidando la giovane a un tutore, il professore di Medicina legale Paolo Benciolini. Dopo il decesso della ragazza, il professor Giuseppe Basso, direttore dell’Oncoematologia Pediatrica si era espresso così: «La chemioterapia aveva un'altissima probabilità di salvare la vita a Eleonora. Era una leucemia da trattare, con possibilità di guarire. All’esordio della malattia Eleonora presentava un buon numero di globuli bianchi e la sua risposta al cortisone era ottima. Aveva davanti a sé due anni di terapia, un periodo sicuramente importante, il nostro centro ha alle spalle almeno un migliaio di pazienti guariti». Ma la leucemia linfoblastica acuta non le ha lasciato scampo. Per la procura ci fu «Il pervicace rifiuto della chemioterapia proposta dall'ospedale di Schiavonia e dall'Oncoematologia pediatrica e il trasferimento nella struttura sanitaria svizzera, dove Eleonora era considerata in grado di esprimere una valida volontà terapeutica (anche a 17 anni)».


La mafia e il sorriso di Emanuela




25 anni fa, la strage di via D’Amelio: un’altra coltellata al quel corpo straziato italiano, che ci ha portato via Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi." La nostra" Emanuela Loi . Ora , come dice  Daniele Madu( un insegnante, studioso di cose di mafia e pubblicista: scrive su un giornale on line, Tramas de amistade – trame d’amicizia ) Alla vigilia del 19 luglio è andato a trovare la sorella di Emanuela Loi, Claudia. Emanuela è stata uccisa 25 anni fa in via D’Amelio: era nata a Sestu, era agente di polizia, aveva 24 anni. E’ stata la prima poliziotta a morire in servizio, non aveva ancora completato l’addestramentonell'introduzione articolo che trovate sotto , Scrivere di quei fatti non è semplice quanto è doveroso; si avverte il rischio di non aggiungere niente a tutto quanto è stato detto, studiato, ricostruito: eppure, per la giustizia italiana, ancora c’è bisogno di processi per giungere ad una verità, che non sia solo giudiziaria. Personalmente, poi, parlare di Emanuela è doloroso, coinvolgente: ricordo ancora, troppo, bene il giorno in cui sentii la notizia, e da quel momento in poi sono cresciuto col suo ricordo. [....] .



da http://tramasdeamistade.org/
Dopo Capaci, via D’Amelio: a ripensarci, 25 anni dopo, cosa proviamo? Dolore, smarrimento, incredulità, desiderio di unirsi, prendersi per mano e sconfiggere insieme, come Italia, quella “misteriosa e onnipotente mafia” – come la definì Paolo Borsellino – una volta per tutte, per poi festeggiare per le strade, coi canti e balli, come dopo la caduta del nazifascismo. Già, però, mentre il nazifascismo è davvero svanito, facendo sbocciare sulle sue ceneri la speranza, a 25 anni di distanza dalle stragi di mafia, non abbiamo ancora la sensazione che tutto sia passato: ci guardiamo ancora feriti, traballanti, come parti di una nazione ferita e traballante, che ancora protegge il mistero, che istituisce processi in cui lo Stato è accusatore e accusato, vittima e carnefice.
“Ma chi è lo Stato? Lo Stato siamo noi”; e su questo siamo d’accordo con Claudia e il marito Enrico. Lo Stato siamo noi, nonostante tutto: nonostante Borsellino sia morto con la sensazione che ad ucciderlo non sia stato solo la mafia, nonostante Emanuela facesse da scorta a obiettivi sensibilissimi – ma sì, diciamolo pure brutalmente, con le parole di Borsellino stesso – a morti che camminano – senza aver potuto svolgere il periodo di addestramento.
Quel periodo di addestramento avrebbe dovuto svolgerlo in Sardegna, ed è per questo che Emanuela, nella sua voglia di Sardegna e di casa, lo scelse: ma non ne ebbe il tempo.
Tutte le domande che porgo a Claudia riguardano la vita e il carattere della sorella, così che si delineano i tratti di un destino cieco e testardo che l’ha portata, come una eroina martire, a via D’Amelio con la forza.
Nel salone della loro casa d’infanzia, abbellito dalle foto di Emanuela, Claudia ripercorre quegli anni pur sempre giovanili e perciò spensierati. Non è semplice per nessuno incominciare a parlare, ma dopo qualche minuto riusciamo a concentrarci soprattutto su quella giovinezza e quella gioia, quella voglia di ridere che Claudia ancora conserva. Dopo la maturità, lei sarebbe voluta entrare in Polizia ed Emanuela diventare maestra. Fecero assieme i concorsi e i viaggi, assaporando la bellezza della forza fraterna –indistruttibile - e dello stare insieme. A Roma capita, però, che il destino scelga Emanuela in Polizia e che questo lavoro le piaccia, tanto da non farle cambiare idea neanche dopo la notizia di aver conseguito l’abilitazione all’insegnamento elementare. Cosa può esserci di più distante: la dolce tranquillità di una classe colorata di bambini e le vie di Palermo insozzate e insanguinate dai mafiosi.
Eppure ora la vita di Emanuela, a scuola, è conosciuta da tantissimi studenti che Claudia incontra spesso: sempre interessati - fin quasi all’impertinenza in certe domande – e perciò consapevoli.
Quando le diedero come destinazione Palermo, disse Emanuela: «Ma dove c’è la mafia?», non con cognizione, però, quasi con ingenuità e una perplessità sorridente, come a parlare di qualcosa di lontano.
Non ebbe paura e non si voltò indietro, in una città dalla quale invece Claudia, come confessa, sarebbe fuggita: ma la sorella era coraggiosa, e il coraggio è ciò che mi indica come aspetto del carattere che ricorda di più.
I giorni immediatamente prima dell’attentato Emanuela era a Sestu e non stava bene ma si preparava a ripartire. La madre avrebbe voluto che restasse ancora un po’, che si riprendesse ma, con naturalezza, lei rispose che anche gli altri avevano diritto ad andare in ferie e ripartì.
Chiamava a casa con regolarità, saltando solo raramente qualche giorno: rassicurava tutti, pur non potendo esporsi, e scherzava con Claudia.
Il sabato 18 non chiamò, e a casa non si preoccuparono. Domenica 19 però tardava e i genitori erano un po’ in ansia. Emanuela era a disposizione in caserma e quel giorno c’era bisogno di un agente nella scorta di Paolo Borsellino. Del seguito, poi, sappiamo tutto: il destino si è compiuto.
Non ho voluto chiedere nulla del padre e della madre: sappiamo che sono morti di dolore e ho scelto un silenzio di rispetto e vicinanza.
Non abbiamo parlato neanche dei mafiosi, dei processi, dei misteri: non mi interessavano in quel momento e, del resto, Claudia mi rivela che lei non ci vuole pensare a quelle cose. Si è sempre sentita accompagnata dallo Stato, da quella parte di esso che la circonda di attenzioni e non si dimentica mai di Emanuela.
Anche il fratello Marcello ora è sereno: è diventato poliziotto dopo sette anni di disoccupazione e dopo aver perso la sorella, i genitori, la moglie e un figlio.
Eppure anche parlando della sua vita e dei suoi dolori, sorridiamo pensando che ha un’altra figlia, di nome Emanuela e nata nel ’92.
Ci chiediamo come mai Emanuela non solo sia ancora, naturalmente, amata ma lo sia sempre di più: sicuramente per quel suo essere la prima e unica donna, ragazza, morta nell’adempimento del suo dovere da poliziotta. Come una beffa per quei mafiosi così patriarcali, così falsamente e vilmente virili. In questo periodo così duro per i diritti delle donne, la sua figura è ancora più preziosa.
Vado via e ora scrivo col cuore allo stesso tempo inquieto ma calmo, forte ma commosso, pensando che la mafia non ha vinto, perché non ci ha tolto il sorriso e la possibilità di ricordare Emanuela nella sua gioia di vivere.

E allora quelle domande di senso, persistenti, forse nella forza della vita hanno una risposta: ha avuto un senso la morte di tutte queste persone belle, perché semplici? Non c’era un altro modo perché l’Italia si ridestasse dalla sua narcotizzata anestesia?
I ragazzi hanno bisogno di figure di eroi martiri per essere consapevoli di dover combattere la mafia?
Che loro possano in futuro festeggiare, coi canti e i balli, la nuova Liberazione.


e  come   suggerisce  concita   nel suo  articolo  http://invececoncita.blogautore.repubblica.it/articoli/2017/07/19/strage-via-damelio-la-poliziotta-emanuela-loi/



Con Claudia e Enrico [ il fratello e  la sorella  di EManuela Loi ] ci chiediamo come mai Emanuela non solo sia ancora, naturalmente, amata ma lo sia sempre di più. La prima e unica donna, ancora una ragazza, morta quel giorno nell’adempimento del suo dovere da poliziotta. Come una beffa per i mafiosi così patriarcali, così falsamente e vilmente virili. In questo periodo così duro per i diritti delle donne, la sua figura è ancora più preziosa. Ci salutiamo dicendoci, pensando, che la mafia non ha vinto perché non ci ha tolto il sorriso e la possibilità di ricordare Emanuela nella sua gioia di vivere”.




















































18/07/17

Poeta musicale, influencer, regista, sceneggiatore: chi è Francesco Sole

Da "L'amore ai tempi di WhatsApp” alla poesia musicale "Il mondo n silenzioso": l'ascesa virale di un giovane fenomeno del web. Gabriele Dotti, in arte Francesco Sole, 24 anni, modenese, sarà ospite della rubrica dedicata alle webstar in diretta martedì 18 luglio alle 15.25 sulla pagina Facebook della Cronaca Italiana










ROMA."Sai ogni tanto mi capita ancora di vederti, quando chiudo gli occhi, certe sere prima di dormire...ogni tanto ti sento ancora passare tra le mie giornate".  Della gente fermata per strada a Milano ascolta in cuffia questa poesia. A qualcuno gli occhi si velano di lacrime. Altri guardano a terra o fissano un punto nel vuoto pensando forse al loro ricordo della persona che non c'è più. A farla ascoltare è Gabriele Dotti, in arte Francesco Sole, 24 anni, modenese. E la poesia che fa ascoltare è questa:

Gabriele inizia nel 2013 il suo percorso su Youtube caricando un piccolo cortometraggio amatoriale dal titolo: “Come prendere bei voti senza studiare”, a cui poi è seguito il video “L’amore ai tempi di WhatsApp” video che fin dai primi giorni è diventato virale sulla rete (quasi due milioni e mezzo di visualizzazioni su Toutube), portandolo così ad avere un piccolo pubblico virtuale che ha iniziato a seguirlo online.
All'attivo ha già due libri: “Stati d’animo su fogli di carta” (2014) e “Mollato Cronico” (2016). Grazie ai libri e soprattutto alla tv la sua popolarità è cresciuta e il suo pubblico su Facebook si è apmpliato passando dagli adolescenti ai ventenni e trentenni. Nel 2016 realizza il suo primo progetto musicale, scrivendo e arrangiando una poesia, "il mondo in silenzioso" di cui ha poi curato la regia e seguito interamente la produzione.
Poeta musicale, regista, sceneggiatore, presentatore tv, influencer. Unico  neo     che   è  usa  solo i  cuore   e  non    cuore & mente  . , am  diamo tempo al tempo  è  appena  all'inizio  . Speriamo solo che non diventi   melenso e noioso  come  Mogggia  


17/07/17

Se hai bisogno di soldi facili, mai rubare dalla comunità dei ciclisti il caso diJenni Morton-Humphreys, ritrova su Facebook la sua bici rubata. E la ruba al ladro

Ragazza ritrova su Facebook la sua bici rubata. E la ruba al ladro


Ragazza ritrova su Facebook la sua bici rubata. E la ruba al ladro
Jenni Morton-Humphreys (foto: Bristol Post) 
È successo a Bristol: Jenni Morton-Humphreys, laureata a Oxford, 30 anni, sportiva e inseparabile dalla sua bici azzurra, poche ore dopo il furto l'ha ritrovata in un annuncio online. Così ha preso un appuntamento con il ladro: "Mi ha chiesto se volevo provarla..."

Ragazza ritrova su Facebook la sua bici rubata. E la ruba al ladro

Ragazza ritrova su Facebook la sua bici rubata. E la ruba al ladro

Ragazza ritrova su Facebook la sua bici rubata. E la ruba al ladro

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