26/04/17

la filosofia spiegata a mio figlio con il libro " Lettere a Sofia sulla felicità ”,

  dalla  rubrica  di concita  


Dalla Cina le lettere per Sofia



Raffale con la figlia Sofia

Questa storia ce la racconta Raffaele dalla Cina

Mi chiamo Raffaele Tamborrino e sono un avvocato pugliese che, da oltre 10 anni, vive e lavora in Cina, fornendo consulenza alle imprese europee che investono in questo Paese o hanno rapporti commerciali con le imprese cinesi. Per varie ragioni, negli ultimi due anni mia moglie e mia figlia Sofia si sono trasferite in Italia mentre io, per motivi di lavoro, continuo a risiedere a Shanghai (ma fortunatamente ho la possibilità di tornare frequentemente nel mio Paese).
L’interesse che, fin da ragazzo, nutro per la filosofia e l’etica, la lontananza dalla mia famiglia ed il desiderio di fornire a mia figlia insegnamenti che ritengo importanti per la sua crescita mi hanno ispirato la scrittura di un libro nel quale ho voluto descrivere, con un linguaggio semplice (sotto forma di lettere indirizzate alla piccola Sofia), gli insegnamenti di Socrate, Platone e Aristotele che sono ancora attuali ed utili per vivere felici.
Nasce così “Lettere a Sofia sulla felicità”, un racconto epistolare nel quale ho cercato di combinare, in ogni paragrafo, i consigli di un padre a sua figlia su come vivere una vita felice e saggia con la descrizione di un tema proposto da questi antichi filosofi (illustrato in modo facilmente comprensibile anche per chi non ha una formazione classica).
L’obiettivo è stato quello di presentare Socrate, Platone e Aristotele non come voci di un passato lontano ma come maestri di vita, i cui insegnamenti possono aiutarci ancora oggi a riflettere sul senso della vita e su come trascorrere un’esistenza serena (“una vita che non faccia di tali ricerche non è degna di essere vissuta”, ci direbbe Socrate).
La principale lezione che ho tratto, rileggendo i filosofi della Scuola di Atene, è che il comportamento migliore per poter vivere felici è quello di chi, agendo secondo il bene e secondo giustizia, favorisce una pacifica e costruttiva convivenza con gli altri, perché raramente è felice colui che si comporta in modo scorretto ed egoista, pur di emergere e prevaricare su tutti (non a caso, Aristotele sosteneva che “la giustizia è la più importante delle virtù: né la stella della sera, né la stella del mattino sono altrettanto degne di ammirazione”).
Un altro aspetto fondamentale che questi filosofi ci hanno trasmesso è l’importanza di coltivare la propria saggezza per poter vivere in modo consapevole e poter fare sempre scelte razionali; per questo motivo, come ci insegna Platone, “è necessario che ogni uomo cerchi di diventare il più sapiente possibile, pregando e supplicando padre, tutori e amici che ci rendano partecipi della loro sapienza, piuttosto che delle loro ricchezze”.
Il libro è arricchito da un saggio del professor Luciano Canfora che mi ha onorato fornendomi un contributo che aiuta il lettore a comprendere come nasce il mito di Atene.
Inoltre, la pubblicazione sostiene la campagna Unicef For Sofia, destinando gli utili derivanti dalla vendita del libro a progetti per la tutela dei bambini rifugiati nelle zone di guerra.

Raffaele Tamborrino

amore ( malato , all'improvviso , a distanza ) , eremiti, silenzio , diversità

  da  repubblica  del  26   aprile 2017



Processo Pietrantonio a Roma, Paduano: "Chiedo scusa ma non chiedo sconti di pena"
L'ex fidanzato e killer di Sara in aula per la prima volta. Presenti la madre e il padre della studentessa 22enne uccisa, il 29 maggio, lungo la Magliana

                                                     di GIUSEPPE SCARPA



"Chiedo scusa anche se so che non sarò perdonato. Ci tenevo a farlo di persona. Non chiedo sconti di pena". È venuto a processo, per la prima volta, a quasi un anno dall'omicidio. Ha detto questo Vincenzo Paduano, ex fidanzato e killer di Sara Di Pietrantonio. In aula c'erano la madre e il padre della studentessa 22enne uccisa, il 29 maggio, lungo una strada di periferia a Roma, dopo esser stata strangolata e poi data alle fiamme.
Gli avvocati del 27enne, che hanno discusso oggi, hanno spiegato che il "loro assistito ha confessato l'omicidio" hanno chiesto al giudice di valutare "le attenuanti generiche, senza le aggravanti (come la premeditazione e le attenuanti generiche, ndr)". I legali hanno poi proseguito dicendo che "Vincenzo non ha mai stalkizzato Sara" e che non sussiste "il reato di distruzione di cadavere, il corpo aveva solo delle ustioni".
Nella precedente udienza il pm Maria Gabriella Fazi aveva chiesto "l'ergastolo per Vincenzo Paduano". Da un lato ci sono i messaggi che minacciano vendette inviati all'ex per la nuova relazione sentimentale con un altro ragazzo, dall'altro le prove che Paduano, vigilantes di 27 anni, la seguisse ossessivamente, da almeno una settimana, e senza mai farsi vedere.
Con questo pacchetto di prove il pm Fazi aveva argomentato la sua richiesta di fronte al gup. Il pm aveva chieato che Paduano venisse condannato per tutti i reati di cui è accusato: omicidio volontario aggravato dalla premeditazione dai futili e abbietti motivi, dagli atti persecutori, e ancora stalking, incendio e occultamento di cadavere.
Per sette giorni Paduano si è nascosto e ha pedinato Sara. Gli investigatori hanno ricavato questo dato dal Gps. Il navigatore installato nell'auto del 28enne che era già servito per inchiodare il ragazzo il giorno del delitto.
Il Gps in sostanza aveva in memoria i percorsi compiuti da Paduano una settimana prima dell'omicidio. In giorni diversi Vincenzo sarebbe andato sotto casa di Sara, poi sotto quella del nuovo fidanzato della studentessa (Alessandro Giorgi), da un'amica dell'ex e ancora fuori dalla palestra e dall'Università frequentata dalla ragazza. Un'ossessione che si unisce alle minacce rivolte alla 22enne per averlo lasciato (da diversi mesi) ed aver iniziato una nuova relazione: "Ti rovino la vita a te e a lui (Giorgi, ndr), tu devi soffrire come stai facendo soffrire me", le diceva il 21 maggio. E ancora c'è il tentativo di incendiare l'auto di Alessandro, con una Molotov, alle 5 del mattino del 28 maggio. Ovvero 24 ore prima dell'assassinio.
E infine la stessa dinamica del delitto. Lui che esce dal suo posto di lavoro (vigilantes in orario notturno) lascia sulla sua scrivania il cellulare, individua Sara sotto casa di Alessandro poi anticipa con
la sua auto la strada che l'ex compie per rientrare a casa. In un tratto di via della Magliana, una strada periferica buia ed isolata, si apposta con la sua auto. A quel punto passa Sara a bordo della sua Toyota Aygo, la sperona, la fa scendere dalla macchina, una breve discussione, poi la strangola (5-minuti al massimo) e infine cerca di disfarsi del cadavere dandole fuoco con una tanica di benzina acquistata precedentemente. La sentenza è fissata per il 5 maggio.


Scialpi, la verità di quei tweet sul Pride In un’esclusiva a Pride Online il cantante lancia una riflessione su come emancipare la più importante manifestazione di orgoglio omosessuale


Scialpi, la verità di quei tweet sul Pride
Alcuni tweet dei giorni scorsi, a firma del cantante Scialpi, che invitavano a moderare alcuni atteggiamenti provocatori durante i Pride, hanno da un lato scatenato il risentimento da parte  degli attivisti organizzatori e di molti partecipanti, dall’altro  hanno invece aperto un serio dibattito sull’argomento.  La decisione dell’artista è scaturita da un episodio omofobico di cui è stato recentemente vittima a Roma,  il 28 marzo scorso. «Un ragazzo camminando per strada mi ha riconosciuto e ha detto “frocio” – racconta l’artista – sputandomi addosso».
I tweet di Scialpi sul Gay Pride
Combattere i nostri diritti senza culi al vento ma seri nelle sedi opportune #gaypride per fare un passo avanti
Credo che la gente si faccia meno pippe di quante ce ne facciamo noi (#gay) #gaypride
Fallo vedere alle coppie LGBT che vogliono dare il cognome ai propri figli e ancora non possono.
E’ arrivata l’ora di essere più moderati per ottenere più diritti.
Addio viva il #gaypride e viva il #culoalvento

Pride Online ha voluto approfondire la vicenda ascoltando dalla viva voce del cantante e del suo compagno, il manager Roberto Blasi, con cui è unito in matrimonio dal 2015, le ragioni di questi tweet, destinati sicuramente a dividere la comunità Lgbti sull’argomento, tra sostenitori di chi vuole un Pride più morigerato e oppositori che rivendicato a tutti gli effetti la libertà di espressione.
Ma prima facciamo un passo indietro, ripercorrendo le tappe dell’impegno pubblico del cantante sul tema dell’omosessualità. Il loro matrimonio, celebrato negli Usa – in Italia all’epoca non era ancora consentito – destò molto scalpore e l’evento guadagnò la copertina del settimanale Chi: «Non siamo più una coppia di fidanzati, siamo una famiglia . È importante per una persona poterlo dire, con fierezza e con amore e trovare così il proprio posto nel mondo. È una battaglia che abbiamo combattuto e, ufficializzando la nostra unione, abbiamo vinto, almeno lo spero. Abbiamo superato i pregiudizi e ci siamo esposti dal punto di vista mediatico»,  raccontò Scialpi in quel numero della rivista diretta da Alfonso Signorini. Negli Usa, grattacieli alle spalle, il cantante scriveva: «Non confuso ma felice!». Il 31 agosto di quell’anno con l’hashtag  #viaggiodinozze. scattò  un selfie  in aeroporto a New York con la didascalia che recitava: «Oggi torniamo da marito e marito».
Come abbiamo detto, nel 2015 il ddl Cirinnà era ancora in discussione in Parlamento: «Il nostro atteggiamento è stato ancora più forte perché ha anticipato l’approvazione della legge in Italia. Abbiamo osato dunque sfidare tutti quei politici italiani proprio perché volevamo che la legge entrasse in discussione alla Camera».
Al rientro in Italia la coppia partecipò al reality “Pechino Express“, l’adventure show di Raidue che li vide protagonisti lungo le strade del Sudamerica.
«L’orgoglio di essere gay per contrapporsi alla polizia che picchiava. Occorre riprendere il vero spirito del Pride quando andarono in scena le prime parate dell’orgoglio omosessuale che si sono poi svolte in molte città del mondo per rivendicare rispetto e diritti. Ricordando, soprattutto ai più giovani, quel 1969 a New York, con i moti dello Stonewall Inn e quel codice penale dello stato di New York, che puniva i gestori di locali che servivano persone gay visto come favoreggiamento dell’omosessualità, descritta come un crimine contro la natura. Le retate della polizia erano frequenti e i gestori finivano spesso al commissariato di polizia per violazione delle leggi dello Stato.
Dire che occorre essere più moderati al Gay Pride non significa attaccare la manifestazione, che resta assolutamente importante perché il senso è proprio quello di rievocare e onorare quel 28 giugno 1969, quando i frequentatori dei locali, le drag queen e i giovani della zona reagirono con la forza all’ennesimo raid della polizia e segnarono l’inizio della mobilitazione politica per il riconoscimento dei diritti dei gay. Significa dire che occorre alzare l’asticella qualitativa sul Gay Pride, in termini di comunicazione.
Non mi sembra di  affermare una eresia né tantomeno voler sminuire il significato di questa parata così importante per i motivi che ho ricordato. Credo che  combattere per i diritti con i culi al vento, prima ancora di averli conquistati questi diritti, possa rappresentare  un autogol. Prima raggiungiamo gli obiettivi concreti,  poi lasciamo spazio alle provocazioni, culi al vento compresi. Questa dei diritti è una partita troppo importante e, usando ancora una metafora calcistica, dovremmo essere più astuti usando una tattica diversa per le nostre rivendicazioni.
Sono sicuro che ormai  quelli con i cosiddetti culi al vento sono una minoranza, perché al corteo sfilano associazioni impegnate quotidianamente sul territorio contro discriminazioni e violenze o le famiglie arcobaleno che sostengono i figli omosessuali e i genitori nel percorso di accettazione, ma quella minoranza è presa di mira dai media che fanno a gara a pubblicare foto e immagini destinate poi a incidere negativamente sulla credibilità della manifestazione e ad essere strumentalizzate dai poteri forti con le classiche didascalie e commenti alla foto di uno che ha una bandiera rainbow  nel proprio culo: “Ma voi dareste vostro figlio in mano a uno così?”.
L’immagine della shampista, per rendere l’idea, che quando stacca dal lavoro corre al Gay Pride per indossare abiti provocatori,   è ormai obsoleta e ha rotto, scusate il termine, le palle a tanti gay che vogliono costruire il proprio percorso di vita rivendicando i diritti in altro modo. Il Pride in Italia deve un po’ emanciparsi e non essere solo radicato al concetto di esprimere la propria libertà sessuale,  ma orientato a raggiungere dei risultati importantissimi nella società civile che ancora sono lontani, dalla legge contro l’omofobia e quella delle adozioni”.
Vi faccio un esempio pratico: la manifestazione Svegliati Italia, dove io e Roberto abbiamo partecipato con grande entusiasmo e il nostro bacio immortalato dai giornali, è stato un bel messaggio alla società per non discriminare l’amore, è stata una mobilitazione esemplare dove tante persone si sono ritrovate nella piazza testimoniando con grande civiltà la propria identità sessuale per avere il giusto riconoscimento e il posto che merita in questa società. Queste sono le manifestazioni intelligenti che servono a dare forza, credibilità e rispetto a tutta la comunità Lgbti.
Credo difficile che restiamo credibili se restiamo ancorati alle vecchie modalità se vogliamo essere ascoltati e accolti. Poi ognuno agisca di propria coscienza e vada al Pride come meglio crede, ma mostrare al mondo l’omosessualità nel massimo della volgarità, con una bandiera conficcata nel culo, non mi pare un aiuto concreto a chi sta facendo un percorso di accettazione, famiglie comprese di figli omosessuali, con il rischio di rovinare il certosino lavoro di associazioni che ogni giorno si battono per i diritti di tutti. Non è la bandiera nel culo il simbolo della battaglia del movimento Lgbti nel contrasto alle discriminazioni e del riconoscimento pieno dei diritti».
Questa è l’opinione di uno come Scialpi che, per rivendicare con orgoglio il diritto all’amore e all’unione same-sex, ha messo a repentaglio anche la propria carriera: «Non ci ho rimesso solamente il lavoro, ma soprattutto ci ho messo la faccia, cosa che non ci ha messo mai nessuno in Italia rispetto a chi dice che ci sta vicino “con il cuore”».

25/04/17

i vergognosi insulti a Milano alla Brigata Ebraica

Premetto che  anch'io sono   contro lo stato d'israele per  i  motivi   detti in precedenza   su queste pagine,  ma  non mi metto   nè  ad  insultare  un popolo per  colpa   dei suoi rapressentanti  .



video




o  a negare   il  contributo  nel bene    e  nel  male

da  https://it.wikipedia.org/wiki/Brigata_Ebraica

(....) 

Nel periodo immediatamente successivo alla fine della guerra fu acquartierata a Tarvisio. Un capitolo ancora tutto da chiarire è il ruolo che, secondo notizie recentemente raccolte in un'intervista rilasciata da Chaim Miller uno dei componenti la Brigata, la Brigata stessa ebbe nel Tarvisiano nell'esecuzione di criminali nazisti e collaborazionisti[6][7][8], con azioni che secondo alcune testimonianze, in alcuni casi sarebbero sfociate anche in atti di violenza ai danni della popolazione locale "colpevole" solamente di avere cognomi tedeschi.[9]

Attività di supporto alle popolazioni ebraiche  
Già durante il periodo bellico, a fianco del ruolo militare, la brigata ebraica svolse, a livello assolutamente spontaneo, anche un importante compito civile a favore soprattutto delle comunità ebraiche liberate, sconvolte dalla guerra e dalla persecuzione nazi-fascista (aiuto ai sopravvissuti, accoglienza dei minori rimasti orfani, riunificazione delle famiglie disperse, ecc.). Nel dopoguerra la Brigata si distinse in particolare nell'opera di assistenza della massa di profughi che dall'Europa centrale si dirigevano o transitavano dall'Italia. Soprattutto dai porti della Liguria (in particolare Vado) era infatti iniziato un movimento di navi (vere carrette dei mari) appositamente trasformate per un viaggio in genere di sola andata verso la Palestina del mandato britannico.
Milano, in via Cantù 5, presso i locali del club della Brigata ebraica, si installò un vero e proprio ufficio fantasma di emigrazione, diretto da Jehudah Arazi, dal quale nel 1945-46 passarono migliaia di profughi diretti in Palestina, attraverso i porti italiani. A Magenta fu presa in affitto una fattoria semidistrutta che serviva come campo di addestramento sia militare sia al lavoro agricolo per i profughi validi.[10] Ben presto la Brigata venne in contrasto con i comandi britannici che cercavano di evitare tali attività in supporto dell'emigrazione clandestina verso la terra di Israele. L'unità fu trasferita, pertanto, nell'ambito delle forze di occupazione alleate, in Belgio e Paesi Bassi, infine smobilitata nel luglio del 1946 per ordine del governo britannico, anche per le crescenti tensioni che si registravano in Medio Oriente.

Il ritorno in Israele[modifica | modifica wikitesto]

Molti tra i circa cinquemila soldati[3] che fecero parte della Brigata ebraica tornarono o si trasferirono in Israele dai loro Paesi originari, portando con sé l'esperienza militare acquisita. Essi contribuirono in maniera significativa alla nascita dell'esercito israeliano ed alle sue vittorie nelle prime guerre che presto si trovò a sostenere.


 e  mi trova  d'accordo  la  discussione   , vedere   sotto  avenuta  nella  rubrica  le  lettere di corrado augias  sui repubblica  d'oggi

Nessun testo alternativo automatico disponibile.





cosa è per me il 25 aprile


leggi    anche 



un avento ricco di emozioni difficile da descrivere . preferisco farlo con
L'amaca del 25 aprile 2017  Michele Serra e la vignetta  di Altan

Risultati immagini per cosa è il 25 aprile

GLI occhi di Irma Bandiera (Mimma) furono spenti dalle torture dei nazisti nell’agosto del 1944. La accecarono perché non voleva rivelare i nomi dei suoi compagni. Poi la uccisero e lasciarono il suo corpo in strada, perché la gente vedesse che fine fanno i partigiani. Aveva 29 anni: rispetto alla media dei partigiani italiani, nemmeno pochi.
Ora gli occhi di Irma brillano intatti, restituiti al suo volto di giovane donna, dipinti di fresco sul muro di una scuola della sua città, Bologna. Un grande murale colorato: bello, vivo, potente. Chi si trovasse oggi da quelle parti passi da via Turati 84, se ne ha il tempo, a salutare Irma. Anche in automobile, basta un attimo, basta uno sguardo di gratitudine e di amicizia. Ovunque voi siate cercate un piccolo segno, un piccolo posto dove celebrare i nostri liberi avi, morti ragazzi. Non è indispensabile — anche se è bello — sfilare in corteo. Nei cortei troppo spesso le beghe di cronaca rubano la scena alla ragione dei vincitori di allora, che fu una ragione larga, una ragione generosa. Per un momento di memoria vera bastano anche il fiore deposto, il gesto grato, lo scorcio di muro, la fotografia, il portone, la lapide, il cippo, la breve sosta silenziosa. Basta un minuto per sentire che oggi è il 25 Aprile.














muro, la fotografia, il portone, la lapide, il cippo, la breve sosta silenziosa. Basta un minuto per sentire che oggi è il 25 Aprile.

Mantova Arriva la panchina rossa in nome delle donne uccise. una pagliacciata antifemminicidio

Leggo che a
Mantova. Anche Canneto sull’Oglio potrebbe avere presto una panchina rossa. Dello stesso colore dell’amore, quel sentimento che vive di passione, rispetto, speranza. Ma anche dello stesso colore del sangue,








quello di cui si macchiano per sempre gli uomini che arrivano ad uccidere le loro donne. Per rabbia, vendetta, paura di essere lasciati e perfino di lasciare. Una panchina rossa come quelle che ormai si trovano in diversi Comuni per sensibilizzare sulla violenza sulle donne.
 [ ---]
( continua qui http://gazzettadimantova.gelocal.it/mantova/cronaca del 23\4\2017)






Secondo me è una , mi perdono le femminste dure e pure come alcune utenti del mio facebook ( account e pagina ) e utenti del blog , delle solite pagliacciate non si comb
atte cosi il femminicido . ma facendo leva sull'educazione fin dale scuole primarie ad una cultura che comprenda il rispetto reciproco , non violento , e della diversità


una cultura che 

trovata pubblicitaria o tentativo di proporre culura non dozzinale ?Parte da Padova l'iniziativa di bookcrossing che coinvolge i negozi di parrucchieri e i saloni di bellezza. In attesa della messa in piega si leggono Hosseini o Baricco

da http://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2017/04/24/

Shampoo e libri, dall'estetista il gossip non è più di moda
Parte da Padova l'iniziativa di bookcrossing che coinvolge i negozi di parrucchieri e i saloni di bellezza. In attesa della messa in piega si leggono Hosseini o Baricco
di Elvira Scigliano

PADOVA. "Shampista" nel linguaggio comune è ormai diventato un termine dispregiativo; dalla parrucchiera ci si aspetta tuttalpiù di parlare del divorzio di Brad Pitt e Angelina Jolie; dall'estetista non si va oltre un paniere di luoghi comuni e pettegolezzi, la cui liturgia è scritta dalle riviste patinate dei fatti e misfatti del prossimo. Invece no, almeno per venti aziende del padovano che - grazie alla Confederazione nazionale degli artigiani - ha lanciato l'iniziativa "I libri nella testa".


Il gruppo di parrucchieri che ha aderito all'iniziativa di bookcrossing


La prima esperienza nazionale di bookcrossing nei centri estetici e saloni di bellezza. Le aziende (Athena Beauty club di via Cittadella; Equipe Terry di via Santi Martino e Solferino; Estetica Naif, sempre di via Santi Martino e Solferino; Salone Dora di via Altinate; Estetica e benessere di via Dal Pozzo; Vip Center di via Teza; Daniel Capelli di Baone; Estetica profili di Stra; Eva Luna di Maserà; Isidea Estetica di Pionca di Vigonza; La Quintessenza di Mestrino; Meridian Center di Terraglione; Salone Matteo di Cadoneghe e Studio Cem di Este) si sono ribellate al pregiudizio e hanno dato il benvenuto nei loro negozi a un assaggio di dieci volumi di saggi, romanzi, poesie, da offrire ai clienti, in alternativa alle riviste patinate. C'è Il cacciatore di aquiloni di Hosseini, c'è Baricco, ma anche la padovana Silvia Veronese con la poesia (L'eco dell'aria), Grisham e Lilli Gruber; l'intramontabile Orgoglio e pregiudizio e pubblicazioni sulla terra veneta e padovana.
Come funziona? Il cliente arriva, inizia a leggere il libro, si appassiona e lo porta a casa con l'impegno di restituirlo la volta successiva o con la promessa di portare un altro libro in cambio. «Non siamo né delle zuccone, né delle pettegole», scandisce Luisa Borgato, titolare di un parrucchiere a Forcellini, «per quanto mi riguarda seleziono le mie collaboratrici: pretendo siano diplomate. E nel mio negozio da sempre entrano Focus e National Geographic e le mie clienti non si sono mai lamentate. Ora potrò condividere con loro la mia passione per le storie d'amore e i gialli». «Ho letto la storia di Madre Teresa di Calcutta e vorrei che tutti la leggessero», aggiunge Matteo Massarotto, parrucchiere a Cadoneghe, «e più di una cliente mi ha chiesto di portare letture nuove». Con tutto il rispetto per chi nei saloni di bellezza ci va proprio per "informarsi" e, magari, non sentirsi fuori dal mondo quando non si parla di politica, filosofia o finanza.
Perché scegliere per due ore la leggerezza non fa di noi dei somari impenitenti. «I fatti leggeri creano discussione, appassionano senza impegno», sottolinea Roberto Buson, estetista in centro, «vogliamo
solo offrire qualcosa di più». «Un grazie speciale - chiude Matteo Rettore, presidente della Cna - va alla biblioteca civica di Este, alla libreria caffè Il mondo che non vedo e a Proget edizioni e nuova grafotecnica che ci hanno regalato 150 libri».

Sofia Rossi ·
ahahahahahahah prendo nota da questi non ci vado....sono come dice l'articolo "somara impenitente"
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Giuseppe Scano ·
Lavora presso Tempio Pausania
LOL
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Mirko Rossi
Ma per favore!! Siamo alla follia. Mettete quello che vi pare da leggere ma non rilasciate stè dichiarazioni: "le mie clienti leggono solo focus", "la mia cliente ha letto il libro della teresa di calcutta e le sono sparite le doppie punte". Se volete farvi pubblicità fatela, anche questa è un'idea ma la gente viene a sistemarsi la testa, spesso a prezzi diciamo non popolari e se ne sbatte di tutto il resto.
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Anna Alberti
Forse l'iniziativa è buona, ma io vedo le signore in attesa della messa in piega sempre con lo smartphone fra le mani...speriamo ritrovino il piacere della lettura.
Elena Bedin
Anche da Carmen & Vallì (Estetica e parrucchiera) a Vigodarzere! Bellissima iniziativa!


nonostante sia antisionista e pro palestina io sto con la brigata ebraica

nonostante io sia contro ( ma anche se con titubanza lo riconosco perchè prmai esiste ed è storia ) per come si è arrivati 




Un film indipendente di Ronen Berelovich è la storia storia del sionismo e dell'applicazione pratica di questa ideologia nella creazione dello stato di Israele
La pulizia etnica,il colonialismo e l'apartheid usati verso la popolazione palestinese


. io sto E NON SONO DEL PD , con la brigata ebraica . poerchè un conto è essere antisionisti un altro ed è questo che è vergognoso essere antisemita

fare il partigiano e tenerlo nascosto Chi ha compiuto atti di sabotaggio, fornito informazioni militari sarà “acclamato come patriota”. Così c’è scritto nel “Certificato al patriota” firmato dal generale Alexander che Angela Gatti ha trovato in un cassetto qualche settimana fa

Mario Gatti, classe 1926, il partigiano Black
Mario Gatti, classe 1926, il partigiano Black
Grazie a una mail di Angela Gatti
Chi ha compiuto atti di sabotaggio, fornito informazioni militari sarà “acclamato come patriota”. Così c’è scritto nel “Certificato al patriota” firmato dal generale Alexander che Angela Gatti ha trovato in un cassetto qualche settimana fa. “Ho dovuto trasferire mia madre Carla, 90 anni, malata di Alzheimer, in una struttura protetta. Riordinando il suo appartamento ho trovato in un cassetto un grande vecchio bustone di carta blu, un po’ strappato, con su scritto ‘Mario partigiano’"."Mario era mio padre. E’ morto vent’anni fa, a settant’anni. Sapevo che era stato partigiano. Avevo ascoltato molte volte i suoi racconti: ma parlava sempre degli amici, mai di sé. Non sapevo niente di queste carte: che avesse avuto una medaglia dal Ministero della Difesa, che conservasse il Certificato al patriota del capo delle forze alleate”.Angela, figlia unica, è oggi in pensione. Nata come i suoi genitori a Sorbolo in provincia di Parma, al confine con Reggio Emilia. Mario, il padre, era ferroviere. Aveva conosciuto Carla a 15 anni (lei ne aveva 14) e si erano fidanzati. A 18 lui è andato a combattere con le brigate partigiane: nome di battaglia, Black. Quando è finita la guerra si sono sposati, nel ’53 è nata Angela.
Il Certificato al patriota firmato dal generale Alexander
Il Certificato al patriota firmato dal generale Alexander
“Raccontava sempre del suo amico del cuore, Gianni. Che era figlio di madre vedova e sua madre non voleva che combattesse coi partigiani, non voleva restare sola. Mia zia Giuseppina, che faceva la staffetta in bicicletta, gli portava notizie degli amici in clandestinità. Poi proprio il 25 aprile Gianni e sua madre stavano lasciando il paese, lei aveva dimenticato la borsa col portafogli in casa, gli ha detto vai a riprenderla. Gianni ha trovato un tedesco sulle scale, quello gli ha sparato: Gianni è morto così. Il destino, diceva mio padre, poi faceva silenzio. Quando ho trovato le sue carte, l’altro giorno, ho pianto a lungo. Vorrei dirgli: scusa papà se non ti ho dimostrato quanto fossi e quanto sia tuttora orgogliosa di te”.Il certificato (il numero 48764) firmato dal generale delle armate alleate in Italia Harold Alexander dice: “In nome dei governi e dei popoli delle nazioni unite si ringrazia Mario Gatti di aver combattuto il nemico sui campi di battaglia, militando nei ranghi dei patrioti tra quegli uomini che hanno portato le armi per il trionfo della libertà, svolgendo azioni offensive, compiendo atti di sabotaggio, fornendo informazioni militari. Col loro coraggio e la loro dedizione i patrioti italiani hanno contribuito validamente alla liberazione dell’Italia e alla grande causa di tutti gli uomini liberi. Nell’Italia rinata i possessori di questo attestato saranno acclamati come patrioti che hanno combattuto per l’onore e la libertà”. Nell’Italia rinata, saranno acclamati.

Bassano del Grappa, 1944. Vittorio 'Livio' Sandini aveva 12 anni e fu torturato dai fascisti, che lo appesero a testa in giù in un pozzo profondo 25 metri. Ma non rivelò mai dove si erano nascosti i tre fratelli Una storia rimasta sconosciuta per 70 anni



Non riesco , e quindi mi contraddico con quanto ho scritto precedentemente , a stare zitto e a non scrivere di tale argomento davanti a simili storie pèoco note e che avrebbero rischiato l'oblio

repubblica  25 aprile 2017

Livio Sandini: la storia dimenticata del bambino eroe che salvò la vita ai fratelli partigiani
Bassano del Grappa, 1944. Vittorio 'Livio' Sandini aveva 12 anni e fu torturato dai fascisti, che lo appesero a testa in giù in un pozzo profondo 

Lo storico: "Così i nazifascisti hanno commesso l'eccidio del Grappa"

25 metri. Ma non rivelò mai dove si erano nascosti i tre fratelli
Una storia rimasta sconosciuta per 70 anni e che ora Repubblica racconta per la prima volta



Storia di Livio: torturato dai fascisti, non tradì i fratelli partigiani


BASSANO DEL GRAPPA - Il pozzo è ancora lì, proprio come 73 anni fa. Il pozzo di casa Sandini, in contrada Rivana, riforniva di acqua tutti i vicini, gli abitanti di quelle quattro o cinque case che allora erano in aperta campagna e oggi si ritrovano inglobate nella periferia di Bassano del Grappa. Nuovi edifici sono stati costruiti, ma nel 1944 qui c'era solo una strada sterrata, alcune abitazioni e campi coltivati.
Il pozzo è ancora lì, ancora di proprietà dei Sandini, ma oggi è nascosto tra le nuove costruzioni. Quasi dimenticato, come la storia di cui è stato testimone.
Era l'estate del '44, gli alleati combattevano lungo la linea gotica, ma Bassano era ancora troppo a nord per sperare che la Liberazione potesse arrivare presto. In quei mesi il massiccio del Grappa era un incubo per i nazifascisti. Tre formazioni partigiane, per un totale di forse milleduecento uomini, facevano base e si nascondevano lì.
Erano le settimane che precedevano l'Eccidio di Monte Grappa (la scheda). Una strage che cambiò - come in altre parti d'Italia - l'atteggiamento della popolazione civile, terrorizzata dalla ferocia nazifascista. Ma fino a quel momento tra partigiani e civili c'era stata quasi una comunanza di intenti. L'antifascismo era diffuso, i soprusi dei tedeschi e dei loro alleati di Salò erano la regola più che l'eccezione.

La caserma Efrem Reatto (oggi Montegrappa) base dei nazifascisti durante l'occupazione

I montanari e i contadini coprivano e aiutavano chi si batteva contro gli oppressori. Non solo sul massiccio del Grappa: in pianura c'erano altri gruppi partigiani meno strutturati che agivano sotto traccia, con azioni di sabotaggio piccole ma frequenti. Tra loro c'erano i fratelli Sandini.
Tornati dal fronte e renitenti alla leva della Repubblica sociale insieme ad altri vicini di casa, Domenico, Giovanni e Mario Sandini erano solo una parte della famiglia che viveva in contrada Rivana. Antonio, il secondogenito, nato nel 1920, era stato già deportato in Germania perché finito in una lista di indesiderati del regime. Tornerà sano e salvo solo alla fine della guerra. C'erano poi due sorelle: la più grande, Adele, era già sposata e viveva a Nove con il marito.
Domenico, il più grande, era del 1918, Giovanni del '22, Mario del '24. Avevano quindi tra i 26 e i 20 anni. A casa vivevano con la madre, Maria Zonta, e con il fratello piccolo, classe '32, Vittorio. Che aveva solo 12 anni. "Il nome ufficiale era Vittorio - spiega oggi Ugo Sandini, il nipote - ma in famiglia l'abbiamo sempre chiamato tutti Livio. Non so perché, ma per noi era solo zio Livio".
I tre fratelli, spinti certo anche dall'arresto e dalla deportazione del fratello Antonio, presero contatto con i gruppi partigiani e furono impegnati in azioni di piccolo sabotaggio contro i nazifascisti. Era la linea decisa dal comandante di zona: non fare azioni tali da scatenare le rappresaglie tedesche. Una volta i Sandini diedero fuoco a un grande quantitativo di sterpaglie lungo la linea della 'vaca mora', come nella zona era chiamato il treno che univa la città con Vicenza. Da Marostica a Bassano la linea rimase interrotta. Nessuna vittima, ma anche quella per alcuni abitanti della zona fu una provocazione troppo grande, che sarebbe stato meglio evitare. Un'altra volta rubarono le campane di bronzo delle chiese che erano state requisite dai tedeschi per fonderle e le nascosero nei campi: alla fine della guerra tornarono al loro posto.
Piccole o grandi che fossero, le azioni dei tre Sandini fecero rumore e Domenico, Giovanni e Mario entrarono nel radar dei fascisti della zona, guidati da giugno del 1944 dal tenente Alfredo Perillo, scelto anche perché parlava tedesco e quindi poteva tenere al meglio i contatti con i nazisti. L'Ufficio politico investigativo del tenente Perillo si insediò in quei mesi in un piccolo edificio accanto alla caserma Efrem Reatto, oggi chiamata caserma Montegrappa, in disuso e in attesa di ristrutturazione.
Al piano terra del piccolo fabbricato c'erano gli uffici della segreteria e la sala degli interrogatori, al primo piano la zona dove venivano tenute le donne e poi uno scantinato minuscolo, dove passavano i partigiani e dove venivano detenuti i sospettati prima di essere interrogati.
"Era una cantina che aveva un'area di tre metri per tre metri e con un solo piccolo pertugio, una finestrella; lì si trovavano normalmente più di 40 detenuti, i quali erano costretti a dormire in piedi l'uno accanto all'altro, senza acqua, senza aria e senza latrina"Con queste parole l'avvocato Antonio Gasparotto ricordava dopo la guerra (forse esagerando un po' sul numero di prigionieri) com'era quello scantinato. Nove metri quadrati d'inferno.

L'unica finestrella della cantina dell'Ufficio politico investigativo

La caserma e l'annesso edificio di Perillo erano il centro del fascio a Bassano. In quella caserma, nei giorni dell'eccidio, avvennero almeno 17 fucilazioni. Altri 14 partigiani furono costretti a scavarsi la fossa, per poi essere freddati da una raffica di mitra.
Da mesi Perillo osservava i Sandini e quello che succedeva in contrada Rivana. Addirittura aveva chiesto informazioni sui tre fratelli al parroco della Santissima Trinità, don Marco Carlesso. Il prete ebbe pochi dubbi sulle intenzioni di Perillo e avvisò i tre fratelli. Era piena estate e i tre ragazzi iniziarono a fare turni di guardia, controllando sempre chi girava nella zona e se delle auto si avvicinavano alla contrada. Avevano anche predisposto un nascondiglio: erano pronti ad andare a Nove, a nascondersi a casa della sorella Adele.
Erano quindi pronti la notte dell'11 settembre '44 quando videro arrivare la retata dei fascisti. "Corsero via, attraverso i campi coltivati a granoturco, c'era questo granturco molto alto, e si fermarono nei campi della mia famiglia, a 300-400 metri da casa loro". A ricordare quel giorno non c'è rimasto nessuno, se non Ilario Polo. Aveva 13 anni, uno in più di Vittorio 'Livio'.
La storia di quel giorno della famiglia Sandini non è mai stata raccontata in 70 anni, se non dalla voce di Ugo Sandini, figlio di Domenico e nipote di Livio, e accennata in un libro di Francesco Tessarolo, presidente della Fivl e storico della resistenza bassanese. Ma è un racconto che è rimasto circoscritto, chiuso, nascosto anche perché i fratelli, di quei giorni, di come hanno visto la morte arrivare ma l'hanno scampata, non hanno mai voluto parlare. È una storia di cui nessuno al di fuori della contrada ha mai sentito nulla. "Ma qui intorno, quella storia, tutti la sapevano", racconta Ugo Sandini.

I campi della famiglia Polo oggi. In linea d'aria il pozzo dista circa 400 metri


I fascisti arrivarono a notte fonda a casa Sandini, ricorda Polo, e naturalmente non trovarono i tre fratelli. Qualcuno aveva fatto la spia, e il commando andò su tutte le furie. Rabbia che si sfogò contro chi era in casa, la signora Maria e il piccolo Livio. "Sentivamo le mitragliatrici - racconta Polo - ero alla finestra di casa, in linea d'aria era pochissimo, ma era buio e non si vedeva". Si sentiva però, e si sentiva benissimo anche dal campo di granoturco dove Domenico, Giovanni e Mario si erano nascosti. E sentivano la madre e il fratello, poco più di un bambino, urlare.
I fascisti picchiarono la donna. Le puntarono una pistola alla tempia: "Dove sono i tuoi figli?". Non lo so, non sono qui, rispondeva la signora Maria. Le misero vicino all'orecchio la mitragliatrice e spararono in aria. "Volevano farle perdere la testa", spiega Polo. Le legarono anche una corda al collo, come un guinzaglio per un cane, ma lei non parlò, nemmeno quando le schiacciarono la mano con gli scarponi d'ordinanza.
Per farla parlare picchiarono anche Livio. Lo riempirono di botte. Dicci dove sono i tuoi fratelli. "Non lo so, sono andati via da tempo, non so dove sono". Inutile dire che Livio sapeva benissimo che erano appena scappati e che avevano predisposto il nascondiglio a casa della sorella Adele.
Dicci dove sono e dove si sono nascosti. Non lo so, non lo so, ripeteva Livio. Non lo so, lasciatelo, protestava disperata la signora Maria. Non si volevano arrendere e speravano che il dodicenne alla fine avrebbe parlato.


Il pozzo oggi: seppur coperto da una grata, è ancora lì


Se già picchiare una donna non è un atto nobile, l'infamia di quella notte toccò picchi più bassi ancora. Perché qualcuno del commando prese la corda che legava il secchio per prendere l'acqua in fondo al pozzo e la legò ai piedi di Livio. Che fu calato a testa in giù per oltre 20 metri nel pozzo, fino in fondo. Dove sono? "Non lo so". Inamovibile dalla sua posizione, nonostante il buio, il terrore, gli spari che sentiva. Sapeva il piccolo Livio che c'era una sola cosa da fare. Stare zitto, non parlare, non tradire il segreto dei fratelli.
Dal campo si sentiva tutto, e seppur parlando sottovoce per non farsi sentire, i tre fratelli discussero animatamente. Pensarono di tornare indietro, ma non avevano armi, valutarono di consegnarsi per fare smettere quella tortura. Nel campo di grano nel frattempo erano arrivati altri vicini, c'era il padre di Ilario Polo, c'era don Carlesso. "Mio padre alla fine ha insistito e li ha convinti. 'Se tornate indietro, vi ammazzano, vi ammazzano. Meglio che state qui buoni'. Ha avuto ragione, li avrebbero ammazzati".
Probabilmente il signor Polo sperava che con una donna e un bambino almeno questo tabù i fascisti l'avrebbero avuto. I tre fratelli si convinsero, e rimasero dove erano.
Livio non parlò, e furono costretti a tirarlo fuori dal pozzo. Ma i fascisti non rinunciarono. Lo portarono via e lo rinchiusero insieme ad altri nella cantina dell'Ufficio politico. Dove rimase - e qui i ricordi divergono - "mezza giornata" secondo Ilario Polo o "alcuni giorni" secondo quanto tramandato in famiglia. Nemmeno lì parlò, anche perché il peggio l'aveva già visto in fondo al pozzo e dopo aver resistito a quella tortura non era certo tipo da farsi piegare da una prigionia, seppur in una cantina asfissiante e sovraffolata.
"A quel punto - ricorda ancora Ilario Polo - don Carlesso andò a parlare con il tenente Perillo e lo convinse a liberare il ragazzo". Così Livio, con il suo segreto, poté tornare a casa. "Non sapevo - interviene Ugo Sandini - che ci fosse stata l'intercessione del parroco, ma è possibile. Lui si era speso molto".
I fascisti non si sono più avvicinati a contrada Rivana. I tre fratelli, dopo quelle ore di terrore, rimasero nascosti nella cantina della sorella Adele, uscendo poco e solo di notte, fino alla fine della guerra. Si salvarono. O meglio furono salvati: dal coraggio della signora Maria e soprattutto di Livio.


I fratelli Sandini nel 1961, al matrimonio di Livio. Da sinistra: Antonio, Mario, Livio con sua moglie Danila, Giovanni e Domenico

Danila Sandini, moglie di Livio, lo ha conosciuto dieci anni dopo e lo ha sposato nel 1961. C'è una foto, proprio di quelle nozze, che ritrae i 5 fratelli insieme. C'era anche Antonio, tornato dal campo di prigionia in Germania. Una foto che è lì a testimoniare l'eroismo di un bambino.
Danila Sandini non è una testimone diretta di quella notte, ma racconta: "Livio non aveva piacere di parlarne, era una cosa che voleva dimenticare". Conferma Ugo: "No, in famiglia non se ne parlava molto. Anche mio padre Domenico non mi ha mai raccontato molto di quel periodo. Ho saputo di più da mia madre che da loro. Quando ero adolescente chiedevo, volevo sapere, ma era difficile farli aprire. Penso sia naturale, un sistema di difesa".
Livio è morto nel 2004, dopo una lunga malattia. Ha vissuto 60 anni con il ricordo del pozzo, di quei 25 metri di buio, con le grida della madre, i suoni della mitragliatrice dei fascisti, di quello scantinato pieno di partigiani. "C'era un particolare che ripeteva sempre, quelle poche volte che me ne parlava - ricorda Danila - il fatto che l'avessero portato via scalzo. 'Nemmeno le scarpe mi hanno fatto mettere', diceva". Commossa, Danila conclude: "Com'era Livio? Una persona buona".


Foto di famiglia: il pozzo nei primi anni '60; Antonio Sandini di fronte alla casa di famiglia; Livio Sandini con i nipoti davanti al pozzo, anni '70
L'offensiva nazifascista, denominata in maniera roboante 'operazione Piave', che il 20 e 21 settembre 1944 annienterà le formazioni partigiane sul massiccio del Grappa è passata alla storia come rastrellamento o eccidio del Grappa. Il bilancio parla di centinaia di morti, seguiti a fucilazioni e impiccagioni. La popolazione fu terrorizzata: tre donne furono rasate a zero e fatte sfilare per le vie con un cartello appeso al collo: "Alle donne che offrono le loro grazie ai partigiani".
Trentuno giovani, alcuni appena saliti in montagna perché renitenti alla leva della Repubblica Sociale, furono catturati e impiccati agli alberi dei viali principali di Bassano.
Oggi delle targhe li ricordano, una per ognuno dei lecci che fiancheggiano via dei Martiri. Furono 'solo' 31 perché intervenne il vescovo di Vicenza e fermò lo scempio. Ma quei 31 rimasero appesi per 22 ore, abbastanza perché i maestri della scuola cittadina portassero in gita gli alunni a vedere che fine facevano i partigiani.
Tra i bambini c'era chi piangeva, chi si sentiva male e chi rimase più freddo, ma certo nessuno avrà mai dimenticato. Ricorderà Tina Anselmi, futura ministra della Repubblica, che era tra quegli alunni: "Fu straziante, una scena che mi lasciò turbata per molto tempo, che mai potrò cancellare dalla memoria".



Lo storico: "Così i nazifascisti hanno commesso l'eccidio del Grappa"


Oggi delle targhe li ricordano, una per ognuno dei lecci che fiancheggiano via dei Martiri. Furono 'solo' 31 perché intervenne il vescovo di Vicenza e fermò lo scempio. Ma quei 31 rimasero appesi per 22 ore, abbastanza perché i maestri della scuola cittadina portassero in gita gli alunni a vedere che fine facevano i partigiani.
Tra i bambini c'era chi piangeva, chi si sentiva male e chi rimase più freddo, ma certo nessuno avrà mai dimenticato. Ricorderà Tina Anselmi, futura ministra della Repubblica, che era tra quegli alunni: "Fu straziante, una scena che mi lasciò turbata per molto tempo, che mai potrò cancellare dalla memoria".





Una delle lapidi in memoria delle vittime dell'eccidio




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